C’è vita senza Internet? Il caso russo

venerdì 26 giugno 2026


Come pagate le vostre spese al supermercato, al ristorante o per il viaggio sui mezzi pubblici? Beh, se siete nativi digitali ma non solo, utilizzate le app tipo wallet del vostro telefonino e le connessioni wireless per pagare il conto. Anche in Russia, prima della “gloriosa” operazione speciale accadeva proprio così, ma da un po’ di tempo per molti utenti (la stragrande maggioranza dei cittadini russi) c’è stata una sorta di “ritorno all’età della pietra” (pre-digitale), con l’obbligo pratico di ricorrere al vecchio contante per fare le stesse cose virtuali di prima. Per addentrarci meglio nello spazio dell’autocrazia digitale, vediamo come oggi normativamente funzionano le cose all’interno del regime putiniano, con l’adozione negli ultimi anni di una complessa legislazione che permette al governo e alle agenzie di sicurezza di limitare, controllare, censurare o bloccare l’accesso alla rete globale. Tutto inizia con l’approvazione nel 2019 della legge sul “Soverennyj Internet” (Internet sovrano), che costituisce la base giuridica per l’isolamento della rete russa dal resto del mondo, e fa obbligo ai fornitori di servizi Internet (Isp) di installare apparecchiature speciali (i Dpi, Deep Packet Inspection) controllate dall’agenzia statale di regolamentazione dei media, la Roscomnadzor. L’obiettivo dichiarato è di consentire al governo di disconnettere dal resto del mondo lo spazio Internet russo (noto come Runet), in caso di minacce alla sicurezza nazionale, instradando il traffico solo attraverso server interni alla Russia. E, ovviamente, quando si parla di sicurezza nazionale entra in ballo il Grande fratello dell’Fsb (il servizio interno di sicurezza, degno successore del suo antenato sovietico, il famoso Kgb), al quale la Duma, il Parlamento russo, ha conferito poteri speciali con una recente legge approvata all’inizio del 2026. La norma liberticida incriminata attribuisce all’Fsb l’autorità legale e diretta per bloccare, in modo arbitrario e senza la necessità di un’autorizzazione preventiva da parte di un tribunale, l’accesso a Internet di singoli individui, gruppi o intere zone geografiche.

Per di più, sempre a tutela della sicurezza nazionale (vera e propria ossessione di Vladimir Putin) sono state varate in precedenza norme contro l’estremismo, introducendo modifiche al Codice penale e alle normative sulla sicurezza nazionale, per cui oggi in Russia è possibile vietare l’accesso a specifiche piattaforme occidentali e applicare forti restrizioni temporanee ai dispositivi mobili. Ed è così che in breve tempo sono state bloccate piattaforme come Facebook e Instagram, inserite ufficialmente nella lista delle organizzazioni “estremiste”, e per tale motivo rese inaccessibili all’interno del Paese. Lo stesso è accaduto a servizi come WhatsApp, che sono stati bloccati dalle autorità per il mancato rispetto delle leggi locali sul trattamento dei dati e sulla moderazione dei contenuti. Per non farsi mancare nulla in materia di censura digitale, in Russia a fine 2025 è entrata in vigore una legge che criminalizza specificamente la ricerca online e la visualizzazione di determinati argomenti, considerati sensibili o illegali dal Cremlino. Dato che l’uso delle reti private virtuali è lo strumento principale usato dai cittadini per aggirare la censura, lo Stato ha stretto le maglie legislative prendendo di mira le reti Vpn (Virtual Private Network, o rete privata virtuale), che si avvalgono di un servizio online a protezione della connessione Internet e della privacy, crittografando i dati e mascherando l’indirizzo Ip. In termini semplici, la Vpn funge da intermediario sicuro tra il dispositivo dell’utente e i siti web visitati. Per disincentivarne l’uso, da maggio 2026 è stata introdotta una tassa punitiva sul traffico dati legato all’utilizzo delle Vpn mobili. In merito, la Roscomnadzor ha il mandato legale di identificare e bloccare attivamente i protocolli delle Vpn commerciali internazionali operanti sul territorio. L’insieme di queste leggi posiziona il modello russo molto vicino al sistema di controllo centralizzato della rete, adottato da Paesi come la Cina e la Corea del Nord.

I prolungati e frequenti blackout di Internet hanno complicato la vita dei russi che vivono e lavorano nelle grandi città come Mosca (che ospita circa il 10percento della popolazione russa), penalizzando duramente l’economia della capitale che, fino al 2022, vantava uno dei più alti tassi di utilizzo digitale della rete per l’acquisto di servizi online e di beni. Ma è solo da marzo scorso che si sono notati malfunzionamenti generalizzati e indiscriminati di Internet, in cui è venuto improvvisamente a mancare il segnale di copertura, con il conseguente blackout dei sistemi di navigazione Gps e l’impossibilità di utilizzare le usuali app per gli svariati usi quotidiani. Oggi Telegram, utilizzato in precedenza da 90 milioni di persone ogni mese, non funziona più in pratica da nessuna parte, per cui i messaggi relativi vengono inviati soltanto sporadicamente. Così, persino le così dette “golden toilets” pubbliche moscovite hanno smesso di funzionare, in quanto utilizzabili solo con moneta digitale. A nulla finora sono valse le proteste delle compagnie di servizi digitali che lamentano (ovviamente) la caduta vertiginosa dei loro profitti. Per non stare a parlare del trasferimento di poteri che tutto ciò comporta a vantaggio degli organismi di sicurezza nazionali come l’Fsb, che ormai decidono su chi debba o meno avere diritto all’accesso alla rete, con l’obiettivo di allontanare il più possibile le minacce dal leader supremo.

Il fondatore di Telegram, Pavel Durov, ha a più riprese segnalato dalla sua sede di Dubai come la Russia rischi di perdere la maggior parte dei suoi talenti digitali, che stando lasciando in massa il Paese. Una delle ragioni di questa drastica chiusura di Internet è dovuta proprio alla guerra in Ucraina, dato che i droni d’attacco lanciati da Kiev operano proprio a partire dall’aggancio con le torri di connessione per il traffico dei dispositivi mobili, per cui la cosa più semplice e drastica è la disabilitazione delle torri stesse, con conseguente blackout delle utenze cellulari. Ma Telegram rappresenta di fatto un consistente Cavallo di Troia per la penetrazione della propaganda e del reclutamento di agenti da parte ucraina, alla stregua di quanto è accaduto in Iran per incamerare i dati delle telecamere dei sistemi di videosorveglianza, che hanno consentito la decapitazione dei vertici del regime teocratico. L’Fsb non si è fatta scrupolo di reclutare nientemeno che Edward Snowden, invitato a testimoniare in televisione come le compagnie estere si avvalgano dell’infrastruttura digitale russa per condurre azioni di spionaggio. Per cui, agli orfani del Gps le autorità consigliano di apprendere la navigazione tramite l’orientamento con le stelle, mentre la banca centrale russa ha lanciato l’allarme per l’utilizzo eccessivo di cash. Anche i blogger pro-war hanno protestato, in quanto milioni di loro utenti e gli stessi soldati al fronte si avvalgono di Telegram per le loro comunicazioni. Persino stretti collaboratori di Putin hanno messo in guardia dal trasferimento di poteri all’Fsb, che potrebbe avere ricadute assai negative alle prossime elezioni parlamentari di settembre prossimo. Il rimedio: chat governativa Max per tutti (controllata dall’Fsb) e predisposizione alla Lavrentij Berija di whitelist di tutti coloro autorizzati all’utilizzo di Internet!


di Maurizio Guaitoli