mercoledì 24 giugno 2026
Conoscete il marchio più famoso del mondo per le macchine movimento terra, la nota Caterpillar? Non per nulla è americana, come Enola Gay che nel 1945 rase al suolo un’intera città, per poi ricostruirne una nuova di zecca. Ecco, grosso modo, in politica certe forme di populismo de-costruttore tendono allo stesso risultato. Tutto ha inizio nel 2016 quando una ristretta maggioranza di britannici votò per la Brexit, a dispetto dei tre maggiori partiti nazionali favorevoli al “Remain”, inaugurando cosi l’era del populismo demolitore (dei vecchi equilibri della Guerra fredda). Da lì, lentamente, è iniziato un tentativo di restaurazione che oggi vede la sua fine con la profonda crisi che attraversata dall’attuale Governo laburista, con le dimissioni di Keir Starmer. E questo perché alle recenti elezioni amministrative il Labour ha perduto 1.500 seggi, cedendo il controllo di 38 council (equivalente inglese che sta tra comune, provincia e città metropolitana), mentre Reform Uk del padre della Brexit, Nigel Farage, ha fatto meglio di conservatori e laburisti guadagnando 1.400 nuovi seggi. Il Labour però ha perduto voti anche alla sua sinistra, con il Green Party che ha vinto centinaia di competizioni locali con la sua politica fortemente anti-israeliana. Nel Galles è andata anche peggio, dato che il partito di Starmer è finito in coda dopo Reform e gli indipendentisti di Plaid Cymru. Morale: requiem per il bipartitismo britannico, con la fine conseguente delle formazioni centriste a causa dell’affermarsi del multipartitismo. Se invece di amministrative si fosse trattato di elezioni legislative, è poco ma sicuro che il nuovo Parlamento sarebbe stato ingovernabile, a causa dell’attuale sistema di voto “First-past-the-post” (uninominale secca: il più votato del collegio si prende il seggio), per cui i populisti di Farage avrebbero avuto più seggi degli altri concorrenti.
Ma l’Inghilterra si trova oggi in buona compagnia (dell’ondata populista), visto che la pluridecorata vittoria di Péter Magyar va proprio celebrata sotto il segno del populismo, cosa che fa tremare il terreno sotto i piedi (come scrive il Wall Street Journal) ai centristi tedeschi e francesi. Del resto, il loro insuccesso in patria è evidente, dato che il cancelliere Friedrich Merz vanta il più basso tasso di gradimento dei tempi moderni, e il presidente Emmanuel Macron fa peggio di lui con appena il 20percento. A quanto pare, la reale direzione politica prevalente in Europa appare equidistante sia dalla sinistra che dalla destra, privilegiando le forze anti-establishment e quelle fortemente identitarie, ben al contrario della propaganda della sinistra italiana che trasferisce del tutto impropriamente il voto referendario in uno scontato successo nel 2027 del “campo largo”. E questo errore clamoroso lo si è già verificato a seguito dell’esito delle recenti Amministrative. Mai come in questo caso, cioè, il consenso non significa automaticamente governabilità, dato che il voto populista tende alla decostruzione caotica e non all’instaurazione di una “competenza tecnocratica”, così tanto cara a centrosinistra e centrodestra. Ma, anche i restauratori nella Storia recente non hanno proprio fatto meraviglie: si prenda il caso più eclatante di Joe Biden, eletto dopo il ciclone Donald Trump. La sua azione è stata, a quanto pare, così poco efficace tanto da favorire il ritorno alla Casa Bianca di The Donald, gettando nel panico l’elettorato democratico. In Europa, la più importante delle caratteristiche del populismo è la sua propensione all’auto-governo, molto sentita soprattutto, ma non solo, nei Paesi post-coloniali, in cui si verifica che la maggioranza delle persone preferisce essere governata da chi la pensa come loro e ne condivide valori, cultura e interessi economici. E non fa nulla se i politici populisti così premiati dal voto siano un po’ grezzi e poco preparati, in base al loro stile di governo.
Certo, tutto ciò dal punto di vista della politica estera non rappresenta un grande vantaggio, dato che gli schieramenti populisti, spesso aggressivi e metaforicamente rumorosi come i loggionisti del Teatro Regio di Parma, non brillano certo per le loro capacità di mediazione. Uno di questi è di sicuro Trump con la sua corte Maga, mobilitata sulla retorica di “America First”, e con la sua mania di mettere in ridicolo nemici e (quasi)amici. E, purtroppo, da fuori si tende a non distinguere tra le sue rodomontate e l’America come grande Paese a se stante. Tanto è vero, che dalle altre parti fanno la gara a chi più si distanzia dal presidente Trump, nel timore di venir penalizzato nei sondaggi, data la sua impopolarità. Ma la Germania non ride, poiché l’Afd avanza ancora (probabilmente, di fatto oggi è il primo Partito per intenzioni di voto), capitalizzando il malcontento popolare sia nei confronti della guerra in Iran, sia di Merz che, come tutti gli altri leader europei, è in grande difficoltà nel contenere i prezzi dei carburanti. E l’estrema destra, in questo senso, ha tutte le ragioni di prendersela con i partiti tradizionali di centrodestra, che hanno in passato accondisceso e colluso con le politiche socialdemocratiche di chiusura delle centrali nucleari, per favorire al massimo il green e le energie alternative e, quindi, gli scambi e l’interdipendenza con la Cina.
Fattore quest’ultimo che ha creato in Germania una vera e propria crisi produttiva ed esistenziale dei colossi tedeschi dell’automotive, dato che si sono avuti contraccolpi diretti sulla delocalizzazione in Cina delle attività produttive dei principali marchi, come Bmw, Mercedes e Volkswagen. E tutto ciò proprio a causa del monopolio cinese sulle terre rare e sui veicoli elettrici, che hanno causato il crollo delle vendite di vetture a combustione interna. Afd non solo è filoputiniana, ma rivendica il diritto di riprendere le forniture di gas dalla Russia, ed è pronta a tagliare corto (soprattutto sulla questione delle armi) con il sostegno alla resistenza ucraina. I suoi leader, tutti schierati come un solo uomo contro Trump, sono felicissimi del possibile ritiro dalla Germania di circa 40mila militari americani, come se si trattasse di vere e proprie truppe di occupazione (e, per i nostalgici filonazisti di “quando c’era lui”, parrebbe funzionare proprio così).
Ma, parlando di Reform e di Afd, entrambe queste forze di destrutturazione dell’ordine mondiale in crisi, oltre a gestire il proprio successo ai fini delle prossime elezioni legislative, saranno confrontate agli stessi problemi insolubili che affliggono la maggior parte dei Paesi sviluppati. Come la crisi climatica e demografica, causata da un inesorabile e progressivo invecchiamento della popolazione; l’avvento dell’Ai (Artificial Intelligence); l’instabilità geopolitica, visto che, per ora, né Inghilterra, né la Germania sono in grado di esercitare le funzioni di ago della bilancia come potenze intermedie. Una volta al potere, tutti i Partiti populisti, compresi quelli italiani e francesi, sono chiamati nell’imminente futuro a proporre la loro ricetta per un’equilibrata scelta tra welfare e warfare (le necessità di difesa), che li costringerà, evidentemente, a scendere dal dorso della tigre per giungere a compromessi molto più terreni.
di Maurizio Guaitoli