Il crimine che Mosca voleva chiamare evacuazione

martedì 23 giugno 2026


Ci sono rapporti internazionali che non fanno rumore perché non usano il linguaggio della politica. Non cercano titoli, non inseguono la polemica del giorno, non alzano la voce. Mettono in fila fatti, testimonianze, date, luoghi, responsabilità. Proprio per questo, quando li si legge fino in fondo, risultano più devastanti di qualsiasi discorso pronunciato in un’aula parlamentare. Il rapporto della Commissione internazionale indipendente d’inchiesta sull’Ucraina, pubblicato presso l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani, appartiene a questa categoria. È un documento asciutto, giuridico, quasi chirurgico. Ma dietro quella lingua controllata c’è l’abisso di una guerra che Mosca continua a presentare come necessaria, difensiva, perfino civilizzatrice, mentre gli organismi internazionali ne registrano il vero volto: deportazioni, sparizioni, processi farsa, torture, violenze sessuali, reclutamenti ingannevoli e una cultura fondata sul disprezzo della vita umana. Il cuore del rapporto è forse il più terribile: i bambini. La Commissione ha verificato casi relativi alla deportazione o al trasferimento di 1.205 minori ucraini verso la Federazione Russa o verso territori occupati dalla Russia. Non si tratta, secondo la Commissione, di semplici evacuazioni temporanee determinate da ragioni di sicurezza. La parola “evacuazione” è qui il travestimento amministrativo di un’altra cosa. È il nome presentabile dato a una politica di rimozione, sradicamento e assorbimento.

I bambini sono stati trasferiti lontano dalle famiglie e dal loro Paese, collocati in istituzioni o presso famiglie russe, inseriti in percorsi di lungo periodo, talvolta avvicinati all’adozione, in un sistema che non sembra pensato per riportarli a casa, ma per renderne il ritorno sempre più difficile. È questa la differenza tra una misura di protezione e una politica imperiale. La protezione conserva il legame; lo Stato aggressore lo spezza. La protezione informa i genitori, facilita il ricongiungimento, preserva identità, lingua, storia personale. Il sistema descritto dal rapporto fa l’opposto: tace, sposta, confonde, sostituisce. La Commissione afferma che le autorità russe hanno sistematicamente omesso di comunicare il luogo in cui si trovavano i bambini ai genitori, ai tutori legali e alle autorità ucraine. Molte famiglie, a distanza di mesi o anni, non sanno ancora dove siano i propri figli. Nei casi esaminati, l’80 per cento dei bambini non è ancora rientrato. Una cifra che da sola basterebbe a togliere ogni ambiguità alla narrazione russa. Il rapporto usa categorie giuridiche pesantissime: crimini di guerra, crimini contro l’umanità, sparizione forzata. Non propaganda, non opinione, non retorica occidentale, ma qualificazioni fondate su testimonianze, documenti, materiali aperti e verifiche condotte dalla Commissione. La deportazione dei bambini è la parte più odiosa perché colpisce chi non può difendersi, ma non è l’unica. Il rapporto dedica ampio spazio anche ai processi celebrati da tribunali russi o da pseudo-tribunali nei territori occupati. Civili e prigionieri di guerra ucraini sono stati accusati prevalentemente di terrorismo, spionaggio, sequestro violento del potere.

La Commissione ha esaminato un campione di 72 processi relativi a 128 imputati: 69 si sono conclusi con condanne. Il punto non è soltanto la severità delle pene, che arrivano fino all’ergastolo. Il punto è la natura stessa del procedimento: presunzione di innocenza, diritto alla difesa, divieto di autoincriminazione, indipendenza e imparzialità del giudice risultano, secondo la Commissione, sistematicamente violati. È qui che il diritto diventa scenografia del potere. La sentenza arriva dopo il processo solo in apparenza. In realtà, nel sistema descritto dal rapporto, la colpevolezza precede l’accertamento. Un imputato ha definito quel procedimento un “teatro di farsa”. È difficile trovare una formula più precisa. Il tribunale non serve a giudicare, serve a ratificare. La toga copre la violenza, il verbale ripulisce la tortura, la condanna traduce in linguaggio giudiziario ciò che la propaganda aveva già deciso. Prima si produce il nemico, poi si celebra il processo. In questa macchina, la propaganda non è un elemento esterno. È parte del procedimento. Gli imputati vengono presentati come “nazisti”, “terroristi”, mostri già condannati nell’immaginario pubblico prima ancora di comparire davanti al giudice.

La Russia continua così a utilizzare il lessico della Grande guerra patriottica come un’arma di occupazione contemporanea: chi resiste all’invasione diventa nazista, chi difende la propria terra diventa terrorista, chi porta l’uniforme ucraina viene privato perfino dello status di prigioniero di guerra. È una torsione perversa del diritto: l’aggressore pretende di giudicare l’aggredito per il solo fatto di essersi difeso. Il rapporto registra poi la violenza sessuale e di genere commessa nelle aree finite sotto controllo russo. Qui il linguaggio giuridico si fa quasi insopportabile perché deve descrivere l’indescrivibile: donne e ragazze aggredite in case civili o villaggi occupati, uomini e donne abusati in detenzione, vittime tra i 13 e i 52 anni. In un caso, un uomo di 26 anni, ex militare ucraino, è stato detenuto in condizioni disumane, picchiato, sottoposto a finte esecuzioni, strangolato e violentato con tale brutalità da richiedere un intervento chirurgico. La sua frase, riportata dal documento, resta addosso: “Torturato e lasciato morire”. Non c’è bisogno di aggiungere molto altro. Ma il rapporto dice qualcosa anche sulla Russia vista dall’interno, sui suoi stessi soldati. La Commissione ha intervistato 85 militari che avevano servito nelle forze armate russe e poi disertato. Molti hanno raccontato pratiche violente inflitte dai comandanti ai subordinati: pestaggi, detenzioni in fosse, container o gabbie, soldati legati agli alberi, punizioni per chi rifiutava assalti quasi suicidi o si ritirava dal fronte perché ferito, senza munizioni, senza acqua o senza cibo.

Alcuni soldati hanno parlato di essere trattati come “carne da cannone” e mandati in quelli che venivano chiamati “assalti di carne”. La guerra russa consuma tutto: i civili ucraini, i bambini deportati, i prigionieri torturati, le donne violate, gli stranieri ingannati e infine i propri stessi uomini, trasformati in materiale sacrificabile. Anche questo è un dato politico. Un esercito che considera sacrificabili i propri soldati difficilmente potrà rispettare la popolazione civile del Paese invaso. La brutalità interna non resta confinata nelle caserme o nelle trincee. Diventa metodo, cultura, normalità operativa. La guerra della Russia contro l’Ucraina non è soltanto una guerra di missili, droni e trincee. È una guerra contro le identità, contro le famiglie, contro la memoria, contro il diritto. Mosca non vuole soltanto conquistare territorio. Vuole riscrivere le biografie, separare figli e genitori, trasformare prigionieri in colpevoli, vittime in imputati, invasione in liberazione.

È questo il cuore coloniale dell’aggressione russa: non basta occupare una città, bisogna anche convincere il mondo che quella città non era mai stata davvero ucraina; non basta deportare un bambino, bisogna chiamare quel gesto protezione; non basta torturare un prigioniero, bisogna poi farlo comparire in tribunale perché la violenza assuma la forma pulita di una sentenza. Per questo il rapporto della Commissione non dovrebbe restare confinato agli archivi delle Nazioni Unite o alle note a piè di pagina dei diplomatici. È un documento politico nel senso più alto del termine, perché ricorda all’Europa che la pace senza giustizia è soltanto l’intervallo tra due impunità. Ogni bambino non restituito, ogni prigioniero condannato in un processo farsa, ogni vittima lasciata senza protezione, ogni famiglia che continua a cercare un figlio o un padre è una prova ulteriore del fallimento di chi vorrebbe archiviare la guerra come una complicazione geopolitica. La Russia ha provato a chiamarla operazione speciale. Poi ha provato a chiamare evacuazione la deportazione dei bambini. Ha chiamato giustizia il processo farsa. Ha chiamato sicurezza la repressione. Ha chiamato liberazione l’occupazione. Il rapporto Ohchr restituisce alle cose il loro nome. Ed è proprio questo che Mosca teme di più: non la retorica, ma la verità documentata.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza


di Renato Caputo (*)