Mosca, tanto tuonò che piovve

venerdì 19 giugno 2026


Per anni il Cremlino ha tuonato contro l’Ucraina, contro l’Occidente, contro l’Europa, contro chiunque si permettesse di ricordare una verità elementare: chi scatena una guerra di aggressione non può pretendere di conservarla per sempre dentro i confini della propaganda. Mosca ha bombardato città, centrali elettriche, ospedali, porti, ferrovie, quartieri residenziali, monumenti, luoghi sacri. Ha trasformato la guerra in una pratica quotidiana, purché restasse lontana dagli occhi del cittadino russo comune. Poi, come spesso accade nella storia, la realtà ha chiesto il conto. E questa volta il conto è arrivato sotto forma di droni, fiamme, fumo nero e una pioggia oleosa caduta sulla capitale della Russia. La raffineria colpita nel sud-est di Mosca non è un impianto qualsiasi. È la raffineria Gazprom Neft della capitale, situata nell’area di Kapotnya, uno dei nodi più importanti per il rifornimento di carburante della regione moscovita. Non siamo davanti a un deposito sperduto in Siberia, né a un obiettivo periferico nascosto nella geografia sterminata della Federazione Russa.

Siamo dentro la cintura urbana di Mosca, a pochi chilometri dal Cremlino, nel cuore simbolico e logistico del potere russo. Proprio lì, dove il regime pensava di poter continuare a raccontare una guerra lontana, controllata, quasi televisiva, si sono alzate colonne di fumo visibili dalla città. Secondo Reuters, il primo attacco del 16 giugno aveva già provocato un incendio e danneggiato una delle due unità primarie di distillazione del greggio, la Cdu-6, responsabile di circa il 53 per cento della capacità dell’impianto. Le fonti industriali citate dall’agenzia avevano parlato di sospensione delle operazioni, nonostante le rassicurazioni delle autorità locali. Due giorni dopo, un secondo attacco ha colpito ancora. Questa volta a essere danneggiata è stata anche l’unità Euro+, entrata in funzione nel 2020 nell’ambito del programma di modernizzazione dell’impianto, con una capacità nominale di circa 140mila barili al giorno, pari a quasi la metà della capacità complessiva della raffineria. Sono stati colpiti anche impianti secondari, condotte interne, attrezzature ausiliarie e serbatoi di prodotti petroliferi.

Tradotto dal linguaggio tecnico: non si è trattato di un graffio, ma di un colpo al sistema nervoso energetico della capitale russa. La scena ha avuto un valore militare, economico e psicologico. Il valore militare è evidente: il petrolio, la raffinazione e la distribuzione dei carburanti non sono semplici capitoli industriali. Sono la linfa che alimenta la macchina bellica russa. Ogni litro di benzina, ogni tonnellata di diesel, ogni linea logistica collegata alle infrastrutture energetiche serve a mantenere in movimento un apparato che da oltre quattro anni porta morte e distruzione in Ucraina. Colpire le raffinerie significa intaccare una filiera essenziale del potere militare russo, costringere Mosca a riparare, ridistribuire, importare, razionare, spiegare. Ed è proprio la parola “spiegare” che il Cremlino teme più di tutte. Perché il danno economico, per quanto rilevante, non esaurisce il significato dell’attacco. La raffineria di Mosca è anche un simbolo. È il segno che l’Ucraina non si limita più a resistere dentro i propri confini, ma porta la pressione là dove il sistema russo si sente più protetto.

La capitale, fino a ieri anestetizzata dalla retorica “dell’operazione militare speciale”, ha visto il cielo annerirsi. I voli sono stati sospesi o ritardati, il traffico interrotto, le autorità costrette a comunicare, i residenti a chiedersi che cosa stesse accadendo. Non in Donetsk, non a Kharkiv, non a Sumy, non a Kyiv sotto le bombe russe. A Mosca. Ed è qui che la “pioggia nera” assume un significato che va oltre la cronaca. Alcuni residenti della periferia moscovita hanno raccontato di macchie oleose su automobili, davanzali, strade, vestiti. Le immagini e le testimonianze rilanciate dai media internazionali parlano di una pioggia sporca, densa, scura, lasciata dal fumo e dai residui dell’incendio. Le autorità possono minimizzare, come sempre. Possono dire che tutto è sotto controllo, che il carburante non manca, che gli impianti funzioneranno, che i droni sono stati abbattuti, che la situazione è normale. Ma la normalità non lascia chiazze nere sulle carrozzerie delle auto. La normalità non costringe una capitale a guardare il cielo con paura. La normalità non odora di petrolio bruciato.

Tanto tuonò che piovve, appunto. Per anni la propaganda russa ha tuonato contro Kyiv, accusandola di ogni nefandezza, mentre erano i missili russi a colpire condomini, infrastrutture civili e chiese. Ha tuonato contro l’Europa, accusandola di alimentare la guerra, mentre era Mosca ad aver attraversato il confine ucraino con carri armati, artiglieria e ambizioni imperiali. Ha tuonato contro la Nato, come se l’Alleanza Atlantica fosse il problema, mentre il problema era ed è l’incapacità russa di accettare l’esistenza di nazioni libere ai propri confini. Ora piove. E piove nero su Mosca. Non c’è bisogno di compiacersi del disagio dei civili russi per comprendere la portata politica di quanto accaduto. La differenza morale tra aggressore e aggredito resta intatta. L’Ucraina colpisce infrastrutture energetiche che sostengono la guerra. La Russia colpisce città ucraine per piegare una nazione. Mosca ha scelto la guerra totale contro l’Ucraina, ma pretendeva di conservarne gli effetti solo sul lato ucraino del fronte. È questa pretesa che oggi mostra tutta la sua fragilità. La guerra, quando viene trasformata in strumento di dominio, finisce prima o poi per tornare verso chi l’ha scatenata.

Non con la stessa ingiustizia, non con la stessa ferocia, non con la stessa responsabilità storica. Ma torna. La reazione nervosa dei commentatori filogovernativi russi, pronti ad accusare di tradimento chi pubblica video degli incendi, dice molto più di qualunque comunicato ufficiale. Il problema, per il Cremlino, non è soltanto che una raffineria bruci. Il problema è che i russi la vedano bruciare. Il problema non è solo il fumo nero. È il fatto che quel fumo attraversi la censura, superi i filtri, finisca nei telefoni, entri nelle chat, rompa per qualche ora la bolla artificiale costruita attorno alla società russa. Perché il regime può controllare i telegiornali, ma fatica a controllare l’odore acre che arriva dalle finestre. Mosca continua a raccontare la favola della fortezza invulnerabile, ma ogni nuovo attacco ucraino contro raffinerie, depositi, oleodotti e infrastrutture logistiche incrina quella narrazione.

La Russia resta una potenza enorme, brutale, pericolosa. Ma non è più intoccabile. Il suo spazio interno, che il Cremlino aveva presentato come immune dalle conseguenze della guerra, diventa progressivamente parte del conflitto che Mosca stessa ha imposto all’Europa orientale. E questo cambia la percezione, prima ancora degli equilibri militari. La pioggia nera su Mosca non chiude la guerra. Non la decide da sola. Non cancella la sofferenza quotidiana degli ucraini, né riduce la minaccia rappresentata dall’imperialismo russo. Ma racconta qualcosa che il Cremlino non voleva far vedere: la guerra non è una scenografia da talk show, non è una mappa colorata in uno studio televisivo, non è un’operazione remota da consumare tra slogan patriottici e bollettini addomesticati. È fumo, paura, infrastrutture che saltano, carburante che manca, cieli che si oscurano. Per anni Mosca ha seminato fuoco sull’Ucraina. Ora scopre che anche il cielo sopra la capitale russa può diventare nero. E questa, più che una vendetta, è una lezione politica: chi trasforma la guerra in metodo di Governo non può pretendere che il resto del mondo continui a subirla in silenzio.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza


di Renato Caputo (*)