venerdì 19 giugno 2026
Duecentocinquantamila bambine e giovanissime donne violentate, vittime di tratta umana, di rapimenti, di torture, di gravidanze indesiderate, di conversioni forzate all’Islam, di traumi incancellabili, da parte di bande organizzate composte nella grande maggioranza da musulmani di origine pakistana.
Duecentocinquantamila bambine e giovanissime donne perlopiù bianche che nell’indifferenza generale sono state incolpevoli protagoniste nell’arco di trent’anni e oltre, dai primi anni Settanta in poi, di uno dei più orribili scandali della storia britannica. Uno scandalo principiato e scoppiato nonostante gli allarmi di numerose vittime e di tanti ‘lanciatori di allerta’ pubblici e privati. Uno scandalo che solo ora, finalmente, è apparso nelle sue scioccanti dimensioni grazie al parlamentare britannico Rupert Lowe (e a un pugno di suoi colleghi), promotore dell’Independent Rape Gang Inquiry Report (vale a dire Rapporto d’inchiesta indipendente sulle bande di violentatori) appena presentato ai Comuni, al quale hanno collaborato anche diverse vittime delle violenze, non molte delle quali sono riuscite a reinserirsi nella società.

Da loro i ricercatori hanno appreso, tra l’altro, che le violenze erano accompagnate da “insulti razzisti e religiosi” nell’ambito di un autentico “suprematismo musulmano” e di un evidente “razzismo anti-bianco” che ancora oggi, nonostante i (pochi) processi avviati e i risultati cui conducono le inchieste giornalistiche, sanitarie e politiche indipendenti, “sconcertano certi occidentali liberal”. Ad accompagnare le motivazioni razziali e religiose di fondo una serie di altre spinte, dalla dominazione degli uomini sulle donne (e dalla mancata accettazione di donne libere) alla condizione di minorità dei non musulmani.
Questa sistematica azione criminale, si legge nel rapporto, “ha assunto un’ampiezza mostruosa a partire dalla fine degli anni Novanta in coincidenza con la politica di immigrazione massiccia intrapresa dal governo laburista di Tony Blair”. Ma è la politica in generale, con l’abituale codazzo mediatico-culturale e giuridico-sociologico, che, se non permesso, avrebbe facilitato questo fenomeno politico-criminale. Il timore per eventuali accuse di razzismo (anche durante i processi non si è tenuto conto di aggravanti come il razzismo o i motivi religiosi) o di ‘scorrettezza politica’ e, soprattutto, la paura di perdere l’appoggio elettorale delle potenti comunità islamiche, ormai dominanti nelle grandi città e anche all’interno delle principali formazioni, ha reso possibile la sottovalutazione di questa tragedia e ha permesso che le leggi fossero “ignorate, edulcorate, deliberatamente applicate in maniera da proteggere le reti organizzate composte principalmente da maschi pakistani musulmani”.
Insomma, l’azione criminale ha goduto di una sorta di “relativismo giudiziario”, proteso apparentemente alla “comprensione di altre culture”. E se il partito laburista, e la sinistra e il mondo pseudo-progressista in genere, “porta la principale responsabilità della dissimulazione lunga e deliberata”, anche il partito conservatore “non ha fatto nulla per imporre la trasparenza dei dati e di proteggere le giovani donne”.
A loro volta la polizia e i servizi sociali “hanno praticato l’autocensura sulle questioni etniche e religiose temendo di essere accusati di razzismo”. Quanto alla cosiddetta società civile e a gruppi di pressione come le femministe il loro silenzio è risultato tombale. Tutti assieme finendo per favorire scelleratamente (e anche volontariamente?) questa azione politica e umana altamente criminale che ha minato le basi stesse della convivenza civile nel Regno Unito.
di Pietro Romano