mercoledì 10 giugno 2026
Dopo aver approfondito prima il punto di situazione e poi le implicazioni relative alla “corsa ai droni”, possiamo cercare di vedere come funziona effettivamente la guerra combattuta con questo innovativo sistema d’arma. Per farlo, vorrei richiamare l’analogia introdotta nell’articolo precedente, relativo alla guerra aerea combattuta durante il primo conflitto mondiale.
All’epoca, le battaglie combattute dai “Cavalieri del Cielo” su aeroplani di legno e tela senza che esistesse una vera dottrina di impiego, colpivano l’immaginazione del pubblico non solo per l’inaspettata efficacia della loro azione, ma anche e forse soprattutto per come venivano a combaciare con la cultura del momento: romanticismo e futurismo contribuivano a modellare un’immagine di eroi classici che si battevano con stile ed onore al comando di macchine nuove e meravigliose.
Oggi invece, la guerra di droni è immaginata e anche vissuta largamente alla luce della cultura digitale e di internet, una specie di videogioco dove si fanno punti sullo schermo schiacciando i pulsanti di una tastiera o maneggiando un joystick. Lo stile è un po’ quello dei nerd e dei gamers, dove il punteggio assoluto determina il valore di chi agisce.
In entrambi i casi i sistemi d’arma in gioco sono di concezione nuovissima, sviluppati durante il conflitto a partire da prototipi preesistenti ma mai realmente impiegati; la dottrina di riferimento viene scritta letteralmente giorno per giorno da chi li impiega sperimentalmente, e chi osserva dal di fuori non afferra veramente la portata esatta della novità che essi rappresentano.
Un altro aspetto in comune fra ieri e oggi è rappresentato dalla relativa economicità del materiale d’impiego e quindi dall’elevato numero di mezzi prodotti e messi in campo per essere impiegati da personale con addestramento improvvisato e poco approfondito a causa della carenza di istruttori qualificati.
Bene: qui arriviamo ad un punto che a me sta particolarmente a cuore: il personale. Nessun sistema d’arma, per sofisticato ed efficace che sia, potrà mai valere più del combattente che lo impiega: la componente umana del sistema sarà sempre quella decisiva, almeno per i prossimi cento anni. L’Ia potrà evolversi finché si vuole, e manovrare strumenti sempre più potenti, ma alle sue spalle ci dovrà sempre essere un programmatore, un gestore e un combattente umano che dirigerà l’azione scegliendo i bersagli a monte e autorizzando l’azione stessa.
Sicuramente, questo valeva per i biplani allora e vale per i droni oggi.
Quando si mette in campo un sistema d’arma innovativo per cui non esiste una normativa d’impiego specifica, fra il personale che lo impiega si crea una sorta di selezione naturale, da cui emergono i cosiddetti “Assi”: quei talenti naturali che per intelligenza, iniziativa, coraggio e/o dedizione catturano meglio degli altri il potenziale della nuova arma e la impiegano nella maniera più efficace, conseguendo i risultati più rilevanti. A loro volta, gli Assi si trovano direttamente o indirettamente a scrivere la dottrina, e diventano gli istruttori qualificati di una schiera di allievi destinati a seguire le loro orme, uguagliando o addirittura superando i propri maestri.
È successo con i pionieri dell’aviazione, e sta succedendo con i droni.
Se seguiamo questa analogia però, arriviamo anche a conclusioni meno eroiche e più cruente.
Durante la Prima Guerra mondiale, i famosi duelli nel cielo non avevano tanto lo scopo di distruggere i velivoli (relativamente facili da rimpiazzare), quanto quello di uccidere i piloti: e più questi erano capaci e famosi, più era importante ucciderli, proprio per privare il nemico delle menti capaci di scrivere la dottrina e di istruttori capaci di addestrare nuove generazioni di piloti. Uccidere un Asso, poi, era l’obiettivo più importante per ogni squadriglia di caccia; chi ha visto quel capolavoro di film che è “Il Barone Rosso” ricorderà lo spirito dell’epoca a cui mi riferisco e capirà meglio ciò che sto scrivendo.
Bene: lo stesso succede oggi.
Quando si commenta la guerra di droni in Ucraina si tende a parlare soprattutto dei mezzi che colpiscono soldati di fanteria, carri armati oppure obiettivi industriali (a seconda di che tipo di drone si parla, tattico, operativo o strategico). In realtà, anche se i bersagli di cui sopra sono indubbiamente i più frequenti, non sono affatto i più ricercati: infatti, proprio in quanto i droni in questa fase del conflitto rappresentano il sistema d’arma più efficace (hanno letteralmente scavalcato l’artiglieria), i bersagli più “paganti” in campo strategico sono proprio le fabbriche di droni, mentre in campo operativo e tattico sono i centri per dronisti e i singoli operatori.
Insomma: come nella Prima Guerra mondiale il bersaglio preferito erano i piloti dei caccia, oggi sono i dronisti: gli uomini e le donne che sono capaci di ottenere il massimo dai propri droni a tutti i livelli.
Esattamente come poco più di cent’anni fa, uccidere gli “Assi” del nemico significa impedire loro di sviluppare la propria dottrina e di addestrare nuovi dronisti travasando loro le competenze acquisite sul campo. In una situazione bellica in cui le competenze si acquisiscono principalmente per imitazione e con l’esperienza, uccidere l’operatore capace prima che questi possa trasmettere la propria competenza ad altri assume importanza prioritaria; la parte che riesce a eliminare le competenze individuali avversarie più velocemente di quanto il nemico riesca a replicarle, e nel contempo replica le proprie, acquisisce un vantaggio destinato a crescere sempre più velocemente e che sarà molto difficile riuscire a sovvertire.
Il crescente vantaggio ucraino nel confronto specifico, oltre che nell’inventiva tecnologica e nella resilienza economica tipiche delle società libere, si legge anche e soprattutto nel confronto individuale sul campo, dove i giovani “nerd” ucraini hanno preso nettamente il sopravvento sui diretti avversari russi, che in genere sono volontari attratti dalla paga e non necessariamente esperti in videogiochi. Infatti, mentre gli ucraini attingono alla propria società, dove i “gamers” e gli esperti di videogiochi abbondano, i russi reclutano prevalentemente nelle zone rurali a più basso livello educativo e sovente non connesse con internet in maniera abbastanza avanzata da consentire l’utilizzo di console e joystick, e tantomeno un’educazione specifica nel campo.
Se gli operatori ucraini eliminano i loro avversari più rapidamente di quanto questi possano prima sviluppare e poi trasmettere le proprie competenze, loro continueranno ad accrescere le proprie e diventeranno sempre più letali per i loro avversari che invece saranno sempre meno preparati.
In queste condizioni per i russi diventerà sempre più difficile recuperare lo svantaggio: l’unico modo per loro sarebbe un’innovazione tecnologica tale da annullare le superiori capacità dei dronisti ucraini, ma viste le attuali condizioni della ricerca e dell’industria di Stato russa – a fronte del dinamismo delle controparti ucraine – la cosa appare quantomeno improbabile.
Per chi non avesse ancora collegato le cose: il famoso, recente attacco ucraino al centro di addestramento dronisti russi di Starobilsk – contrabbandato dai russi come attacco agli “studenti di una scuola” – era appunto parte della dinamica di cui sopra: gli operatori esperti di Kyiv hanno colpito un centro di comando e addestramento di Mosca per eliminare gli istruttori esperti e gli allievi ancora inesperti prima che potesse avvenire il travaso di competenze.
Più in generale, il concetto di base è che nella guerra di droni non si mira tanto a distruggere i droni avversari, quanto a colpire i centri di produzione e soprattutto i centri di comando e i singoli operatori che li sanno adoperare.
Come nel caso degli equipaggi dei carri armati, disporre dei mezzi non serve assolutamente a niente se non ci sono le persone necessarie a utilizzarli e i comandanti esperti capaci di dirigerli.
Non importa quante siano le macchine che combattono: quelli che vincono sono e saranno sempre solo i soldati.
(*) Leggi la prima e la seconda parte
di Orio Giorgio Stirpe