Ucraina: guerra di droni (prima parte)

mercoledì 3 giugno 2026


Torniamo a fare un po’ di analisi a livello tattico-operativo, perché stanno succedendo cose interessanti in Ucraina. Però, per introdurre l’argomento, vorrei cominciare citando un paio di episodi storici legati fra loro.

Nel settembre-ottobre 1943 si svolse nell’Egeo una breve campagna molto complessa e interessante, conseguenza diretta dell’armistizio italiano: le isole sotto controllo italiano vennero attaccate dai tedeschi come ogni altra zona tenuta dal Regio Esercito, ma qui gli inglesi cercarono di intervenire per prevenire il successo avversario, e impiegarono le loro forze di élite; si ebbe quindi una serie di scontri accaniti fra anglo-italiani e tedeschi soprattutto sulle isole di Rodi, Lero e Coo. Alla fine, i tedeschi ebbero la meglio, sostanzialmente grazie al fatto che esercitavano la superiorità aerea a dispetto dell’assoluta supremazia navale britannica (dovuta anche all’uscita di scena della Regia Marina). In sostanza, benché il conflitto volgesse ormai a favore degli alleati, la Luftwaffe era ancora superiore in Europa, perfino in un Teatro periferico come l’Egeo: la lezione, infatti, fu che non era possibile mantenere presidi laddove il nemico esercitava la superiorità aerea. Questo aspetto naturalmente andò ad influenzare pesantemente la pianificazione per l’operazione “Overlord”.

Lo sbarco in Normandia avvenne più o meno otto mesi più tardi; ebbene, per allora gli alleati avevano assunto l’assoluta superiorità aerea sull’Europa Occidentale, condizione appunto necessaria anche solo per tentare un assalto frontale contro il “Vallo Atlantico”, probabilmente il Teatro più importante in assoluto in quel momento. Tralasciamo l’annoso e inutile dibattito se il Fronte Orientale fosse o meno più decisivo fra i due: per la Luftwaffe non esistevano dubbi che il contrasto delle aviazioni alleate fosse più importante di qualsiasi altra cosa. Eppure, durante il “giorno più lungo”, sulle spiagge di Normandia si videro solo un paio di cacciabombardieri tedeschi, e per pochissimi minuti: gli alleati avevano il completo dominio della Terza Dimensione, e infatti lo sbarco ebbe successo.

Cosa era cambiato fra la tarda estate del ’43 e la tarda primavera del ’44, che aveva completamente ribaltato il dominio dell’aria sul continente europeo?

Semplice: erano arrivati – in gran numero – i nuovi caccia americani P-51 Mustang e P-47 Thunderbolt, che si erano affiancati alla nuova versione dello Spitfire britannico (la Mk 9), i quali avevano combinato un livello tecnologico almeno pari alle controparti tedesche con una altrettanto elevata capacità dei piloti e una superiorità numerica netta tale da respingere in profondità l’area di controllo aereo avversario, arrivando a contestare il controllo del cielo sopra la stessa Germania.

Bene: in Ucraina sta succedendo oggi quello che era successo durante quei fatidici otto mesi a cavallo del ’43 e del ’44. Solo che invece di monoplani a elica oggi si parla di droni.

Alcuni mesi fa avevo scritto un articolo in cui sostenevo che gli ucraini avessero raggiunto un certo vantaggio nell’impiego dei droni al livello tattico e a quello strategico (cioè prevalevano lungo la linea del fronte nella caccia ai singoli soldati nemici e in profondità arrivando a colpire aeroporti e raffinerie avversarie), mentre i russi mantenevano la superiorità a livello operativo (cioè colpivano meglio obiettivi militari a profondità intermedia, e naturalmente le città ucraine a distanza relativamente ridotta dal fronte).

Bene: rispetto ad allora, gli ucraini hanno ulteriormente consolidato la loro superiorità a lungo, corto e cortissimo raggio, ma hanno anche ribaltato la situazione a medio raggio attraverso l’introduzione di nuovi modelli e soprattutto di personale aggiuntivo bene addestrato nella guida e nel controllo dei droni stessi. Per completare l’analogia, i nuovi droni a corto e medio raggio ucraini sono l’equivalente dei Mustang e dei Thunderbolt del ‘44.

Quando si valuta l’impatto di un nuovo sistema d’arma, occorre considerare tre distinti fattori.

Innanzitutto, ovviamente, le capacità tecniche e operative intrinseche della nuova arma, e normalmente i dilettanti entusiasti si fermano qui.

I più avveduti prendono in considerazione anche la capacità industriale del Paese produttore di assemblare un quantitativo di armamenti congruo con le esigenze belliche specifiche: non serve a niente saper produrre il miglior carro armato del mondo, se poi se ne producono artigianalmente solo un paio di esemplari al mese, magari senza parti di ricambio (è il caso dei famosi carri “Armata” e dei caccia russi di supposta 5^ generazione Su-57).

Ma in realtà l’aspetto più importante in assoluto, quello che di solito viene osservato solo dai professionisti, è la capacità da parte del personale militare di impiegare con efficacia il nuovo materiale in dotazione.

Questa capacità di impiego a sua volta dipende dal livello di addestramento e dedizione del personale di leva che utilizza direttamente i sistemi d’arma, e dalla qualità della Direzione e del Controllo da parte della catena di Comando.

Intendiamoci: voi potete regalare a me il drone più costoso, capace e sofisticato del mondo, e farmi felice per un momento; ma se per caso riuscirò a farlo volare davvero, lo schianterò a terra in pochi minuti. Per impiegare questo genere di armi, occorre una capacità che richiede sia predisposizione sia addestramento da parte dell’operatore, e una notevole comprensione delle potenzialità e delle condizioni ambientali di impiego da parte dei comandanti.

Bene: a quanto pare, le ZSU non solo hanno adesso a disposizione sistemi d’arma a guida remota di elevata capacità tecnica e in numero sufficiente, ma soprattutto hanno schierato sul campo numerosissime squadre di operatori motivati e bene addestrati, gestite da una catena di comando fluida e bene organizzata. Questo sta lentamente facendo la differenza.

Ora consideriamo i tre fattori che abbiamo individuato. I nuovi sistemi a guida autonoma ucraini sono il frutto dell’inventiva d’emergenza di un popolo in difficoltà, delle startup locali e del sostegno loro accordato da un governo liberale, e non ultimo del sostegno economico e tecnologico europeo; quest’ultimo include l’accesso incondizionato alla componentistica industriale occidentale. I sistemi russi sono prodotti anch’essi in grandissimo numero, ma: sono il frutto degli sviluppi delle industrie di Stato russe a partire essenzialmente da disegni di base iraniani, e quindi in sostanza dipendono dall’inventiva di un solo grande ufficio progetti centralizzato governativo; inoltre dipendono dall’industria sotto sanzioni russa che ha accesso praticamente solo al mercato di contrabbando e alla componentistica cinese. La differenza non è abissale, ma è comunque significativa soprattutto nel campo dell’innovazione.

La produzione in massa dipende dall’efficienza industriale; qui la differenza può essere meno marcata data l’abbondanza dei siti produttivi russi, ma anche in economia di guerra la Russia rimane un gigante centralizzato con una gestione elefantiaca e poco flessibile mentre in Ucraina domina la produzione a livello locale: anche qui se i numeri russi possono tenere il passo di quelli ucraini, anche se questi sono spinti dal sostegno economico europeo, il materiale prodotto risulta fortemente standardizzato e difficilmente modificabile al passo con l’innovazione tecnologica.

Infine, il fattore più importante e costantemente sottaciuto dai media: il fattore umano. Qui non posso non riallacciarmi al mio vecchio chiodo fisso della motivazione: mentre i russi operano freddamente in base a una retribuzione economica e seguendo una catena di comando sostanzialmente imbolsita da corruzione, sfiducia e soprattutto gravi perdite, gli ucraini operano sostenuti da uno spirito di emergenza nazionale che spesso – specie in seguito ai recenti successi – rasenta l’entusiasmo, e la catena di comando ormai rodata opera con uno staff sostenuto dalla ricognizione satellitare occidentale e da una dottrina del Targeting in stile europeo.

Il risultato preliminare di questa analisi sui fattori di base della corsa ai droni mette in luce come a fronte di un limitato vantaggio iniziale nella produzione in massa di poche tipologie standard di droni, i russi sono profondamente svantaggiati rispetto agli ucraini nell’innovazione tecnologica in tempo reale dei modelli prodotti e soprattutto nell’impiego di tali modelli sul campo.

Alla luce di questo dato fondamentale, appare chiaro come l’equilibrio nella guerra dei droni si stia rapidamente modificando a vantaggio dell’Ucraina e, anche, come questa tendenza appaia destinata a mantenersi costante nel tempo fino a determinare un netto dominio delle ZSU nel campo dei sistemi a controllo remoto.

Esamineremo le conseguenze tattiche e operative di tale dominio nel prossimo articolo.


di Orio Giorgio Stirpe