venerdì 29 maggio 2026
Per oltre quattro anni gran parte dell’Occidente ha osservato la guerra in Ucraina oscillando tra due errori opposti. Il primo fu quello del febbraio 2022: credere che Kyiv sarebbe crollata in pochi giorni sotto il peso dell’invasione russa. Il secondo rischia di essere quello di oggi: convincersi che le difficoltà incontrate da Mosca dimostrino una presunta debolezza strutturale della Russia e che la minaccia rappresentata dal Cremlino sia stata in qualche modo sopravvalutata.
Entrambe le letture finiscono per produrre una visione distorta della realtà.
La Russia non ha raggiunto nessuno degli obiettivi strategici che si era prefissata all’inizio dell’invasione. Non è riuscita a conquistare Kyiv, non ha distrutto lo Stato ucraino, non ha spezzato la volontà di resistenza della popolazione e non ha ottenuto quella rapida vittoria che Vladimir Putin sembrava considerare quasi inevitabile. Eppure, sarebbe un errore trasformare questi fallimenti nella prova di una presunta irrilevanza militare russa.
La verità è probabilmente più scomoda. Se la Russia non ha vinto, ciò dipende in larga misura dal fatto che si è trovata di fronte un avversario che ha combattuto ben oltre ogni previsione. L’Ucraina ha saputo mobilitare l’intera società, trasformare la propria economia, adattare la propria industria e costruire in pochi anni una delle più avanzate capacità di innovazione militare oggi esistenti in Europa.
Troppo spesso il successo ucraino viene letto come la dimostrazione dell’incompetenza russa. In realtà le due cose non coincidono necessariamente. Un pugile che riesce a restare in piedi contro un avversario più pesante non dimostra che quest’ultimo sia debole. Dimostra piuttosto la propria straordinaria capacità di resistenza.
È proprio questo il punto che molti osservatori europei rischiano di sottovalutare. La guerra ha messo in evidenza limiti evidenti dell’apparato militare russo: problemi di comando, difficoltà logistiche, rigidità operativa e una capacità di adattamento spesso più lenta rispetto a quella ucraina. Negli ultimi mesi sono emerse anche criticità nelle comunicazioni militari russe, aggravate dall’evoluzione tecnologica del conflitto e dall’importanza crescente della guerra dei droni.
Ma gli stessi quattro anni di guerra hanno anche trasformato l’esercito russo in una forza con un’esperienza operativa che nessun altro esercito europeo possiede oggi. Migliaia di ufficiali hanno accumulato esperienza diretta di combattimento. L’industria bellica è stata convertita a ritmi di produzione di guerra. La società russa, pur pagando un prezzo enorme, è stata progressivamente adattata a una logica di mobilitazione permanente.
Nel frattempo, l’Europa continua a discutere di riarmo mentre osserva la guerra da una distanza di sicurezza garantita proprio dalla resistenza ucraina.
Questo è forse l’aspetto più paradossale dell’intero conflitto. Molti europei guardano alle difficoltà russe e ne ricavano una rassicurante conclusione: se Mosca fatica contro l’Ucraina, allora non rappresenterebbe una minaccia reale per il resto del continente. È un ragionamento che ignora un elemento fondamentale. La Russia non sta combattendo contro una vittima passiva. Sta combattendo contro un Paese che ha dimostrato una capacità di innovazione, adattamento e sacrificio che probabilmente verrà studiata nelle accademie militari per decenni.
Basti osservare il ruolo assunto dai droni. Kyiv è riuscita a compensare una parte delle proprie inferiorità numeriche attraverso una straordinaria capacità tecnologica, trasformando il campo di battaglia e costringendo la stessa Russia a continui adattamenti. Le operazioni contro depositi, linee logistiche e infrastrutture nelle retrovie russe stanno modificando il modo stesso in cui viene combattuta questa guerra.
Ma proprio questa evoluzione dovrebbe spingere a una riflessione ulteriore. Se un Paese sotto attacco è riuscito a sviluppare in pochi anni simili capacità, quanto avrà imparato nel frattempo anche il suo avversario?
L’errore più pericoloso sarebbe quello di confondere l’assenza di una vittoria russa con l’assenza di una minaccia russa.
L’Ucraina ha dimostrato che Mosca può essere fermata. Non ha dimostrato che Mosca sia innocua.
Anzi, paradossalmente, proprio la durata della guerra dovrebbe ricordare all’Europa quanto seria resti la sfida. Da oltre quattro anni una delle maggiori potenze militari del mondo è impegnata in un conflitto ad alta intensità nel cuore del continente. Il fatto che non sia riuscita a ottenere una vittoria decisiva non autorizza alcun compiacimento. Significa piuttosto che gli ucraini stanno sostenendo un peso enorme anche per la sicurezza europea.
Per questo la lezione più importante non è che la Russia sia più debole di quanto pensassimo nel 2022. La vera lezione è che l’Ucraina si è dimostrata molto più forte di quanto quasi tutti immaginassero. E continuare a confondere queste due realtà rischia di produrre valutazioni strategiche profondamente sbagliate proprio nel momento in cui l’Europa avrebbe più bisogno di lucidità.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
di Renato Caputo (*)