La guerra che rischia di rafforzare Teheran

giovedì 28 maggio 2026


La storia è piena di guerre iniziate con grandi obiettivi e concluse con compromessi molto più modesti. Talvolta accade perché la realtà si rivela più complessa delle aspettative iniziali; altre volte perché si scopre troppo tardi che l’avversario dispone di strumenti che erano stati sottovalutati. È una lezione che sembra ripresentarsi ciclicamente e che oggi potrebbe riguardare anche il confronto tra Stati Uniti e Iran. Se l’obiettivo iniziale fosse quello di piegare definitivamente il regime iraniano o addirittura favorirne il crollo, il rischio paradossale sarebbe quello di arrivare al risultato opposto: rafforzarlo. L’idea di una resa incondizionata di Teheran appare infatti difficilmente compatibile con la realtà geopolitica della regione. Più realistico sarebbe immaginare un accordo nel quale l’Iran rinunci ad alcune delle proprie capacità nucleari più sensibili in cambio di un progressivo alleggerimento delle sanzioni economiche. Un’intesa del genere potrebbe certamente produrre un risultato positivo immediato: allontanare il rischio di una rapida corsa iraniana verso l’arma atomica. Sarebbe un beneficio concreto e difficilmente contestabile.

Tuttavia, la geopolitica raramente offre vittorie prive di costi. La revoca o l’attenuazione delle sanzioni significherebbe inevitabilmente un ritorno di enormi risorse economiche nelle casse di Teheran. E qui emerge la domanda più scomoda: a cosa servirebbero quei fondi? A una graduale apertura del sistema? A una modernizzazione economica? Oppure a consolidare ulteriormente il potere interno e a sostenere la rete di alleanze regionali costruita negli ultimi decenni? È proprio qui che emerge uno dei paradossi più interessanti dell’intera vicenda. Una strategia concepita per indebolire il regime potrebbe infatti trasformarsi nello strumento che ne garantisce una nuova stabilità. La storia internazionale offre numerosi esempi nei quali il risultato finale di un conflitto si è rivelato molto diverso dagli obiettivi iniziali dichiarati. In politica estera esiste infatti una differenza sostanziale tra vittoria militare e vittoria strategica. Distruggere infrastrutture, colpire obiettivi sensibili o ridurre capacità operative può rappresentare un successo tattico importante. Ma la domanda che spesso la storia pone a distanza di anni è un'altra: chi è realmente uscito rafforzato dal conflitto? Le guerre non si giudicano soltanto dalle immagini dei bombardamenti o dalle mappe dei territori conquistati. Molto spesso il loro risultato reale diventa visibile soltanto anni dopo. La questione fondamentale non è chi abbia vinto una battaglia o chi abbia inflitto più danni all’avversario. La domanda più importante è quale equilibrio politico emerga alla fine del processo.

Ed è proprio qui che potrebbe nascondersi il rischio maggiore. Se il punto d’arrivo fosse un accordo che limita alcune ambizioni nucleari iraniane ma al tempo stesso restituisce ossigeno economico a Teheran, il risultato finale potrebbe apparire sorprendentemente simile a ciò che in passato era stato considerato inaccettabile. La vera ironia geopolitica sarebbe dunque questa: demolire un’intesa giudicata insufficiente per ritrovarsi, anni dopo, a negoziarne una nuova che ne richiama alcuni elementi essenziali. Non necessariamente identica, ma sufficientemente simile da far emergere una domanda inevitabile: il costo sostenuto nel frattempo ha prodotto un risultato realmente diverso? È una domanda che riguarda non soltanto l’Iran ma un problema molto più ampio: cosa accade quando si cerca di indebolire un regime senza aver pianificato con precisione ciò che avverrà il giorno dopo? Negli ultimi anni molti osservatori hanno probabilmente sottovalutato un elemento che la guerra in Ucraina ha mostrato con estrema chiarezza: la trasformazione della natura stessa del conflitto. Per decenni la superiorità militare è stata associata a grandi piattaforme, sistemi d’arma costosissimi, flotte, aviazione strategica e capacità industriali immense. Oggi il quadro appare più complesso. L’Ucraina ha dimostrato come strumenti relativamente economici possano modificare gli equilibri sul campo. Droni dal costo contenuto hanno costretto eserciti enormemente più numerosi a ripensare tattiche e strategie. Hanno mostrato come capacità di innovazione, rapidità di adattamento e uso intelligente della tecnologia possano riequilibrare sproporzioni iniziali che sembravano insormontabili.

L’Iran potrebbe aver osservato tutto questo con estrema attenzione. Una delle ipotesi più inquietanti riguarda infatti lo stretto di Hormuz, il passaggio marittimo attraverso il quale transita una parte significativa del petrolio mondiale. Non servirebbe necessariamente una grande flotta per creare una crisi globale. Droni, missili e operazioni asimmetriche potrebbero essere sufficienti a generare un effetto devastante sui mercati energetici e sull’economia internazionale. In altre parole, l’arma decisiva potrebbe non essere la distruzione di massa ma la capacità di paralizzare infrastrutture critiche e produrre effetti economici enormi con strumenti relativamente semplici. Se questa lettura fosse corretta, il problema non riguarderebbe soltanto l’Iran. Riguarderebbe una trasformazione più profonda del sistema internazionale. Per anni molte potenze hanno ragionato in termini tradizionali, pensando che superiorità tecnologica e capacità militare fossero sufficienti a garantire il controllo degli eventi. Ma il mondo sembra muoversi in un’altra direzione. Le guerre contemporanee mostrano sempre più spesso che il punto non è soltanto chi possiede più potenza, ma chi comprende meglio le nuove regole del gioco. Ed è proprio qui che emerge il rischio maggiore: iniziare una guerra immaginando uno scenario e ritrovarsi a concluderla dentro uno completamente diverso. La storia, del resto, è piena di esempi di questo tipo. E quasi mai il prezzo lo pagano soltanto i protagonisti diretti. Molto più spesso, a pagarlo, sono intere regioni e un equilibrio internazionale che si scopre improvvisamente più fragile di quanto si pensasse.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza


di Renato Caputo (*)