giovedì 28 maggio 2026
L’incontro tra il presidente americano Donald Trump e il suo omologo cinese Xi Jinping è stato per molti versi una novità e un evento che rappresenta una controtendenza rispetto alle dinamiche politiche che si sono misurate negli ultimi quarant’anni tra le due grandi potenze. È stato un meeting fondato sul principio della realpolitik e della volontà di allargare gli scambi commerciali tra le due nazioni, al fine di alimentare l’economia e la strategia delle due superpotenze secondo il principio del nuovo secolo, tanto caro al presidente Trump, che nessun rapporto politico è da declinare in via di principio perché può sempre essere portatore di occasioni di crescita.
Questa tendenza alla distensione è molto diversa da ciò che era accaduto ai tempi del primo mandato di Trump, che vedeva nella Cina una minaccia predatoria per gli interessi americani e occidentali, tanto che già allora il presidente aveva preso a sollevare dazi e tariffe per contenere Pechino. Questo cambiamento di registro si discosta anche dalle politiche successive dell’amministrazione Biden volta a intensificare quelle misure restrittive fino ad arrivare al divieto assoluto di vendere chip da parte di aziende americane come Nvidia o Intel, che sarebbero potuti servire alla Cina per sviluppare gli asset più evoluti dell’intelligenza artificiale.
L’inizio del nuovo mandato di Trump è stato segnato da nuovi dazi che ha imposto a Pechino (come ai suoi alleati occidentali) che però non hanno intimorito la Cina che, per ritorsione, ha bloccato all’America l’accesso alle terre rare, necessarie per lo sviluppo dei semiconduttori e dei chip. Per riottenere l’accesso a queste risorse, il presidente Trump ha allentato alcune sanzioni che impedivano la vendita di superchip alle aziende cinesi, tra cui il super performante H200 della Nvidia, utile per alimentare le strutture dell’Intelligenza artificiale.
L’incontro tra Trump e Xi è stato segnato dalla volontà di creare nuovi rapporti distensivi, fondati sulla condivisione dell’importanza di fare affari tra le due nazioni. L’attività persuasiva del presidente Trump si è concentrata sulla possibilità di vendere prodotti agricoli e di altri settori industriali. Ciò ha trovato la sponda del presidente Xi che si è detto pronto a una visita negli Usa quest’anno per approfondire le negoziazioni. Sembra essersi cementata tra i due giganti una nuova fase politica di distensione, tanto che alcuni commentatori parlano di un alleggerimento delle tensioni anche per quanto riguarda gli approcci strategici: l’America lascerebbe campo libero alla Cina in Asia, in cambio di una sua concentrazione senza ostacoli sul Medio Oriente (dove si gioca la partita della sicurezza il suo alleato israeliano) e in America latina.
Naturalmente, parlando di questioni strategiche, non si è potuto fare a meno di toccare la questione di Formosa, leader mondiale della produzione di chip e semiconduttori, che dell’Asia è parte (oltre ad essere lontana migliaia di chilometri dal suo alleato americano). Ma il nuovo approccio di Trump verso Taiwan non è stato il solito, di assoluta e costante difesa dell’isola, ma una posizione più sfumata e meno assertiva riguardo le garanzie da offrire, tanto che da una parte Trump fa balenare l’idea che potrebbe consultarsi con Lai Ching-te, il presidente di Formosa, cosa che farebbe infuriare Pechino, dall’altra fa trapelare, in un’intervista sull’Air Force One, che per quanto riguarda quello che verrà fatto molto dipende dalla Cina, che ovviamente farà di tutto per riunire Taiwan alla sua compagine territoriale, cercando di esaudire gli appetiti americani come contropartita.
Resta il fatto che anche il governo di Taiwan è deciso a giocare la sua missione, andando oltre le strategie militari o le rivendicazioni di principio, perché sul campo ci sono commesse per ben 14 miliardi di dollari in armamenti, come missili, droni e sistemi di difesa aerei, che l’isola di Taiwan vorrebbe acquistare da aziende americane. Anche per quanto riguarda questa proposta la posizione di Trump è stata abbastanza cauta perché il presidente da una parte si è mostrato allettato, ma ha ribadito anche di essere in attesa delle mosse che Pechino vorrà mettere in campo per quanto riguarda le dinamiche commerciali. Dal canto loro, il presidente Xi e il governo di Pechino sono desiderosi che gli Usa non vendano asset militari a Taiwan e addirittura che arrivino ad opporsi alla volontà di indipendenza dell’isola, oltre a ribadire i loro auspici che le aziende americane possano vendere superchip a quelle cinesi, condizione che è stata parzialmente già accolta con le nuove transazioni di Nvidia.
Queste dinamiche si consumano mentre il mondo intero e l’Europa guardano alla questione di Taiwan con qualche dubbio in più in relazione alla forza dell’hard power americano, con lo scacco che ha subito in Iran dove non è riuscito a sconfiggere rapidamente un nemico assai più debole sul piano militare. Sarà in grado la potenza americana di correre in aiuto dell’isola, se un giorno verrà assediata dal suo gigantesco vicino? Tutto ciò alimenta preoccupazioni sul futuro di Formosa, ma resta il fatto che alla luce dell’incontro tra Trump e Xi, l’isola sembra non essere più un alleato non sacrificabile, almeno fino a quel giorno che sarà trovata una contropartita adeguata che possa allettare gli Stati Uniti.
di Mario Sammarone