In-Nato vuoto: gli arsenali ombra

mercoledì 27 maggio 2026


Come funziona oggi la deterrenza convenzionale? Una volta, si faceva la conta di mezzi corazzati, aerei, navi e truppe per capire chi avrebbe vinto numericamente la sfida della paura. Oggi, contano solo missili e droni: come fanno testo sui campi reali di battaglia Ucraina e Iran. L’invasione russa è ferma perché entrambi gli eserciti hanno messo a punto una “killer-zone” sulla linea del fronte, per cui chiunque (da una parte come dall’altra) tenti di valicarla è un uomo morto, grazie ai droni che equivalgono a un’implacabile Spada di Damocle e ghigliottina al contempo, sospese dall’alto su chi tenti di avanzare. Ora, però, accade un’altra cosa collocabile tra il dramma e la farsa, in quanto da un lato l’Europa deve mettere mano al portafogli per crearsi una difesa comune senza l’amico americano, ma nel frattempo è necessario che si trovino risorse e politiche comuni per fare di 27 nanetti un soldato intero. E l’unico modo per dotarsi di armamenti avanzati è di rifornirsi allo sportello del più evoluto mercante di armi del mondo, gli Stati Uniti d’America. Un serpente che si morde la coda, come si vede. E questo però, a causa delle guerre in Medio Oriente e in Ucraina, oggi non è più possibile perché l’America ha consumato gran parte dei suoi arsenali per demolire la macchina da guerra iraniana e per dare copertura militare a Kiev, soprattutto in materia di difesa e attacco aereo a distanza. Se, quindi, Vladimir Putin volesse testare la spina dorsale Nato in Europa invadendo una piccola porzione di territorio baltico, ebbene potrebbe trovare il vuoto ad attenderlo (come Napoleone quando entrò in Russia) e, ancora peggio, folle europee osannanti ad accoglierlo con tanto di bandierine bianco-blu-rosse, visto che qui da noi l’uomo forte, destinato a mettere a posto le cose, non riusciamo a trovarlo.

Quindi, mentre le fabbriche di missili e droni girano a pieno ritmo all’interno del territorio russo, a quanto pare all’America ci vorrà qualche anno per ricostituire le sue scorte, fatto quest’ultimo che impedisce agli Usa di stornare a noi (disarmati) le armi che più non ha. Immaginiamo come se la godano Xi Jinping e Putin, sapendoci di fatto disarmati. La difesa americana, infatti, si trova a corto di missili intercettori Thaad e di Himars (di media gittata), per non parlare poi delle munizioni, come proiettili di artiglieria e bombe a caduta guidata. E questo contrappasso rappresenta un po’ la questione del diavolo che fa le pentole, come Donald Trump che ha preteso l’aumento del contributo Nato affinché gli europei comprassero le sue armi, ma si è dimenticato il coperchio dei tempi lunghi di fabbricazione delle stesse armi in tempo di pace. Così si naviga un po’ tutti a vista nella speranza che gli ucraini resistano altri due anni a Putin, grazie ai droni e al tritolo che trasportano. Ma, intanto, Mosca, grazie alla chiusura di Hormuz e a seguito dell’attenuazione delle sanzioni da parte di Washington, vende oggi a prezzi di mercato il suo petrolio ricavandone sufficienti margini di operatività per finanziare la sua “operazione speciale”. Ed è così che, drammaticamente, Europa e Usa assieme fanno figura dello zoppo in compagnia dello sciancato. Più che torcere il collo al nucleare iraniano (Israele, oggi, ha tante bombe atomiche da cancellare l’Iran per ritorsione), ci dovremmo invece occupare di limitare al massimo la produzione missilistica di Teheran, per quanto riguarda il medio e lungo raggio, visto che a questo punto la minaccia ci riguarda direttamente, data la propensione dichiarata dei pasdaran a convertirci o morire tutti.

Ma non si preoccupino di questo gli ayatollah: in caso fossimo costretti a scegliere opteremmo per l’alternativa della conversione in massa. Del resto Michel Houellebecq con il suo romanzo futurista Submission era stato profetico, a proposito della sottomissione dell’Occidente all’Islam, che sa morire in nome del suo Dio, che non è il denaro come da noi, dove tutto si compra e si vende, etica e religione comprese. E, tanto per gradire il nostro pieno stato di sudditanza all’America, con gli accordi Fms (Foreign military sales) Europa-Usa abbiamo saltato i mediatori per acquisti diretti dagli States, che però si fanno le regole pro domo loro, facendone un chiaro strumento di politica estera. Per cui, a termini di contratto, gli Usa, in caso di crisi, possono stornare le forniture armi destinate all’estero per fare fronte ad altre priorità nazionali. Un caso esemplare nel recente passato è stato quello di Joe Biden, che ha dirottato all’Ucraina le batterie di Patriot destinate all’Europa. E idem ha fatto Trump spostando un buon numero di Patriot verso i Paesi del Golfo per proteggerli dalla pioggia di missili e droni iraniani. Tenuto conto che l’America ha “bruciato” ben 1.300 missili intercettori Thaad e Patriot (senza ottenere la resa degli ayatollah), ora il problema dello scudo missilistico si pone per tutto lo schieramento Nato. Sicché al Pentagono è tornato in voga il seguente sillogismo: “Ciascun sistema di difesa aerea venduto all’Europa è uno in meno a disposizione dell’America per difendersi dalla Cina nel Pacifico”.

Ma i ritardi nel rinnovo delle forniture possono avere ricadute fortemente negative per la stessa America, dato che, solo per fare un esempio, i suoi alleati asiatici potrebbero guardare altrove per i loro rifornimenti di armi, mentre per lo stesso motivo l’Europa è sempre più orientata a rivolgersi esclusivamente al suo mercato interno, come ha fatto la Danimarca, preferendo il sistema italo-francese Sampt/T agli americani Patriot. Più recentemente, l’Agenzia per gli acquisti della Nato ha scelto un aereo-radar di fabbricazione svedese e canadese per le future missioni di sorveglianza, comando e controllo, al posto degli Awacs americani che per 43 anni hanno garantito quella stessa copertura aerea. Per di più, a seguito dell’annunciato ritiro di truppe statunitensi dal suo territorio, l’Europa è costretta a colmare il gap (come?), per non rimanere scoperta dal punto di vista dell’intelligence e degli apparati di sorveglianza. Ma, quello che più preoccupa le cancellerie europee è proprio il disinvestimento americano sull’articolo 5 di mutua assistenza del Trattato Nato, in corrispondenza a un attacco dall’esterno, che fa temere una presa di distanza non interventista degli Usa in caso di aggressione da parte della Russia. Cosa che sono in molti a dare per scontato avvenga da qui a tre anni, in quanto Putin, al pari di Bibi Netanyahu, ha bisogno della guerra per mantenere intatto il suo potere. Nel timore di non poter più contare sull’alleato di sempre, alcuni Paesi Nato europei, particolarmente esposti nei confronti della Russia, hanno messo in cantiere i loro bei “Piani B”, per fare a meno sia dell’uno che dell’altro (la Nato, in questo caso), per combattere con le sole proprie forze l’invasore, sul modello ucraino. Tutti per uno, ma Dio non per tutti, a quanto pare!


di Maurizio Guaitoli