mercoledì 27 maggio 2026
La questione dell’accordo per una tregua tra Stati Uniti e Iran, Israele per ora è prudentemente dissenziente, si sta trasformando in un esercizio di pseudo diplomazia tra due belligeranti dove, come sta accadendo in altri conflitti in atto, si dichiarano ambedue quasi vincenti. Quindi, una trattativa dai risvolti ormai noiosi che vede da una parte le controverse dichiarazioni di Donald Trump che danno per scontata l’accettazione da parte iraniana di quanto “dettato”, e dall’altra i sempre vanagloriosi pasdaran, che declamandosi imbattibili dichiarano che non accetteranno mai i punti, ritenuti dogmi, stabiliti dagli Usa. Una sorta di lungometraggio, che se non stesse causando, anche grazie alle solite speculazioni, danni all’economia globale, e profonde disillusioni al massacrato popolo iraniano, potrebbe collocarsi in uno scenario di negoziati da prendere a esempio negativo di come non dovrebbe agire la diplomazia.
Infatti troppe neo-questioni sono sul tavolo dei negoziatori, alcune di queste problematiche prima dell’attacco del 28 febbraio non erano emerse; tanto è che le motivazioni principali dei bombardamenti israelo-statunitensi oggi non sono nemmeno ricordati. Così ora il problema è la riapertura dello stretto di Hormuz, la revoca provvisoria delle sanzioni sul commercio del petrolio e del gas, lo sblocco degli asset e dei beni iraniani depositati in banche estere, la questione anch’essa piuttosto monotona del nucleare e infine il Libano, che non riguarda la Nazione intera ma il partito di dio, gli Hezbollah, la malattia sociopolitica della società libanese. Circa le atrocità commesse dal regime degli ayatollah prima del passaggio del potere dal “turbante all’elmetto”, ovvero dai Mullah ai pasdaran, quando furono sterminati, 8-9 gennaio, svariate migliaia di manifestanti, molti accecati di proposito da gruppi mercenari iracheni, gli Hashd al-Shaabi e afgani della Brigata Fatemiyoun, oltre Basij e pasdaran, ormai non se ne parla quasi più. Come non si parla, almeno ufficialmente, di estinguere la dittatura teocratica, mutata in dittatura militare.
Secondo Trump un solido accordo con Teheran è imminente, sperando di scongiurare altri costosi bombardamenti sull’Iran – gli Usa hanno speso fino ad ora circa 50 miliardi di dollari – limitandosi a distruggere navigli iraniani nell’intento di continuare a minare le acque di Hormuz, come accaduto due giorni fa. Da parte iraniana le risposte balistiche sono ancora potenzialmente insidiose ed efficienti, nonostante Trump abbia dichiarato di avere annichilito il sistema missilistico di Teheran. Ma come accade quando in un conflitto non c’è un perdente, i belligeranti non vedono esattamente le cose dalla stessa prospettiva, tuttavia proseguono con logorroiche dichiarazioni esaltando i dubbiosi progressi, che intanto stanno facendo risparmiare agli Usa miliardi di dollari non dovendo bombardare, e ai governanti iraniani di restare imperterriti al potere, sconfortando un popolo che sperava di riottenere dopo 47 anni la libertà.
Tuttavia, sia l’agenzia di stampa iraniana Tasnim che la Fars riferiscono che i delegati trumpiani continuano a non accettare alcune clausole dell’accordo proposte dall’Iran, come lo sblocco dei beni iraniani congelati, l’allentamento di alcune sanzioni su petrolio, gas e altri prodotti petrolchimici, “aperture” che sarebbero funzionali al governo iraniano per dare respiro ad una economia strozzata. Quindi il falso problema del nucleare iraniano si colloca nei negoziati in subordine alla riapertura dello stretto di Hormuz; nonostante Trump minacci quotidianamente di trovare una soluzione unilaterale del problema, magari estremamente violenta; per risposta il governo di Teheran è intransigente nel non concedere nemmeno simbolicamente a Washington nessuna soddisfazione sul tema nucleare. In pratica, gli argomenti del presidente Usa sono i soliti: critiche contro il suo predecessore Barack Obama che sottoscrisse l’accordo di Vienna del 2015 sul programma nucleare iraniano, il Jcpoa, uscendone poi come presidente nel 2018, e suggellando la sua strategia contro il regime iraniano con l'operazione militare denominata Epic Fury, del 28 febbraio 2026, con la speranza di abbattere la dittatura teocratica; questo era l’obiettivo iniziale e concreto che avrebbe portato con se la risoluzione di tutte le altre questioni sul tavolo delle trattative.
Al momento Trump ritiene che con l’Iran o si fa un “grande affare o non ci sarà nessun accordo”. Ma alla luce degli scenari geopolitici che riterrei piuttosto stagnanti, quale potrà essere la sua concezione di grande affare? Certamente se in questo “affare” sarà coinvolto il popolo iraniano ed i dissidenti magari guidati dal figlio dello Scià deposto, Ciro Pahlavi, allora si potrà parlare di successo; ma se la dittatura teocratica ormai coperta dall’elmetto dei pasdaran, resta alla guida dell’Iran, gli affari non potranno che consolidare i massacratori al potere. In questo caso sarebbe auspicabile che The Donald non faccia affari.
di Fabio Marco Fabbri