martedì 26 maggio 2026
La guerra di aggressione su larga scala della Russia contro l’Ucraina sta attraversando una trasformazione che va oltre il piano strettamente militare. Se per anni l’attenzione si è concentrata sulle linee del fronte, sui territori occupati o sulle grandi offensive terrestri, oggi emerge una nuova dimensione: quella dell’impatto diretto sulle società e sulle percezioni collettive. A descriverla è Igor Reiterovich, analista politico e commentatore ucraino che in una recente intervista ha delineato uno scenario in cui la cosiddetta “guerra delle capitali” potrebbe diventare uno degli sviluppi principali dei prossimi mesi. Reiterovich tende a non costruire la propria analisi su valutazioni astratte o slogan politici, ma a partire da elementi concreti e osservabili – cambiamenti nei comportamenti sociali, dinamiche psicologiche collettive e trasformazioni nella percezione pubblica della guerra – per ricavarne una lettura più ampia degli sviluppi del conflitto. Secondo Reiterovich, la domanda fondamentale non sarebbe tanto chi possieda più missili o più droni, ma quale società sia psicologicamente in grado di sostenere una guerra che non rimane confinata al fronte ma arriva dentro la vita quotidiana delle grandi città. La sua risposta appare netta: l’Ucraina partirebbe con un vantaggio evidente.
Reiterovich sostiene infatti che la società ucraina viva ormai da anni una condizione di adattamento forzato alla guerra. Quello che per altri Paesi rappresenterebbe uno shock, per milioni di ucraini è diventato una drammatica normalità. Richiama un episodio visto recentemente a Kharkiv: in pieno inverno, durante un allarme aereo, alcuni bambini continuavano a giocare con lo slittino e un bambino di otto anni avrebbe telefonato alla madre dicendole: “Mamma, ho controllato, è un drone da ricognizione, posso restare ancora un po’?”. Un episodio che definisce “terribile”, ma che allo stesso tempo considererebbe rivelatore di una realtà nuova: bambini che imparano a distinguere i diversi tipi di velivoli senza pilota, famiglie che conoscono procedure, rifugi, tempi di reazione e comportamenti da adottare sotto attacco. La guerra, in altre parole, avrebbe modificato profondamente la psicologia collettiva del Paese. Sul versante russo, al contrario, il quadro descritto da Reiterovich appare differente.
Per anni Mosca ha costruito l’immagine di una guerra lontana, quasi astratta, confinata alle regioni ucraine e mediata dalla propaganda. L’idea di una Russia invulnerabile e protetta comincerebbe però a mostrare crepe sempre più evidenti. Secondo la sua analisi, gli attacchi che raggiungono il territorio russo avrebbero un peso non solo militare ma soprattutto simbolico e psicologico. La società russa non sarebbe stata preparata a vivere una condizione di vulnerabilità diffusa. Da qui emerge uno degli aspetti più interessanti della sua analisi: il possibile sviluppo di una graduale crisi di fiducia nei confronti di Vladimir Putin. Non si tratterebbe necessariamente di una contestazione aperta o immediata, ma di un lento processo di erosione delle certezze costruite dal Cremlino. Per anni il messaggio dominante è stato che il potere politico garantisse stabilità e sicurezza; se però la guerra dovesse trasferirsi sempre più all’interno del territorio russo, quella promessa potrebbe perdere forza. Reiterovich individua inoltre un problema che, a suo giudizio, potrebbe diventare ancora più delicato per il Cremlino: l’eventuale conclusione della guerra. Paradossalmente, sostiene che la principale difficoltà per Putin non sarebbe vincere la guerra, ma trovare un modo per uscirne.
“Il problema più grande di Putin oggi è che non capisce come terminare la guerra”, osserva il politologo. Secondo la sua analisi, accanto alla popolazione generale esisterebbe ormai un ambiente fortemente radicalizzato, legato alla narrativa Z, oltre a centinaia di migliaia di combattenti che in futuro potrebbero rientrare dal fronte con la convinzione di essere eroi. La questione diventerebbe allora politica e sociale: quale spazio offrire a questa massa di persone in tempo di pace? La riflessione finale lascia intravedere un possibile paradosso strategico. Per oltre quattro anni la Russia ha cercato di piegare la società ucraina attraverso bombardamenti e pressione psicologica. Oggi, secondo l’analisi di Reiterovich, potrebbe essere proprio Mosca a trovarsi ad affrontare una realtà che Kyiv conosce fin troppo bene: quella di una guerra che entra nella quotidianità delle persone e cambia il modo in cui una società percepisce sé stessa, la propria sicurezza e i propri governanti. E in questo terreno, sostiene il politologo, l’Ucraina potrebbe aver già sviluppato anticorpi che la Russia deve ancora costruire.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
di Renato Caputo (*)