martedì 26 maggio 2026
Sindacati nell’angolo. La Dgb si sente tradita dalla Spd. Che assieme agli alleati di governo di Cdu-Csu vuole tirare diritto (o quantomeno “deve”, per un accordo di coalizione che tiene ancora in piedi un governo in forte crisi di consensi). Anche e soprattutto sull’orario di lavoro. La legge sulla giornata di 8 ore non corrisponde più alla realtà economica, sociale e familiare, della Germania e del mondo.
“Oggi abbiamo un’economia molto più orientata ai servizi, contesti familiari completamente diversi in cui lavorano due persone e, di conseguenza, è necessario organizzare in modi completamente diversi l’equilibrio tra lavoro e tempo libero, famiglia e carriera”, dice alla Ard Michael Hüther, direttore dell’Istituto economico tedesco (Iw). L’accordo di coalizione, Cdu/Csu-Spd, prevede di “creare la possibilità di un orario di lavoro massimo settimanale, anziché giornaliero, in conformità con la direttiva europea sull’orario di lavoro”. Invece delle attuali 8 ore al giorno, ci sarà maggiore flessibilità e l’orario di lavoro dovrebbe essere meglio adattato alle esigenze reali, ad esempio in caso di lavoro stagionale, lavoro a turni, lavoro nei fine settimana o lavoro notturno.
La direttiva europea stabilisce un orario di lavoro medio massimo di 48 ore settimanali. Il periodo su cui viene calcolata questa media varia da Paese a Paese. A differenza della legislazione tedesca vigente, la direttiva non specifica esplicitamente un limite giornaliero. Secondo l’accordo di coalizione, il numero massimo di ore lavorative settimanali in Germania dovrebbe allora basarsi sulle norme vigenti: “Il lavoro a tempo pieno dovrebbe essere definito come un minimo di 34 ore settimanali per i contratti collettivi e 40 ore settimanali per i contratti individuali o a orario variabile”. Allo stesso tempo, “le normative vigenti in materia di periodi di riposo dovrebbero essere mantenute”, cioè un lasso di tempo di almeno 11 ore tra due turni.
La riforma è dettata, secondo il governo rosso-nero, dalle esigenze di aziende e dipendenti, che “desiderano maggiore flessibilità”. I cambiamenti riguarderanno principalmente i lavori d’ufficio. Maggiore flessibilità e adattabilità significano anche maggiore sicurezza del posto di lavoro, poiché il quadro economico delle aziende diventa più semplice e meglio organizzato. Non si tratta, dunque, assicurano ambienti vicini alla confindustria tedesca, di aumentare le ore di lavoro, ma piuttosto di ridistribuirle, sulla base delle esigenze delle aziende e delle nuove forme di conciliazione tra tempo libero e lavoro.
A prima vista, rileva il sindacato, il progetto del cancelliere Merz può sembrare positivo. In realtà, reagisce la Dgb, “è un oltraggioso attacco al nostro tempo e alla nostra salute”. Di chi è davvero questa flessibilità? Se lo chiede la Deutscher Gewerkschaftsbund, che accusa il governo di addossare ai dipendenti la colpa della debolezza economica. Ma estendere l’orario massimo di lavoro giornaliero, si fa notare, non porterà a un migliore equilibrio tra vita professionale e privata. La realtà, infatti, è un’altra, spiega il sindacato: i tedeschi lavorano già duramente e fanno molti straordinari, spesso spingendosi al limite. “Non vogliamo tornare ai tempi precedenti al 1918”, ha detto il presidente della Dgb, Yasmin Fahimi, parlando di recente al congresso nazionale che l’ha rieletta con una maggioranza del 96 per cento alla guida del sindacato per altri 4 anni.
Per il presidente di Verdi, Frank Werneke, il progetto di legge del governo federale è una licenza per i datori di lavoro di “spremere fino all’ultima goccia i propri dipendenti, senza curarsi della loro salute”. Qualche perplessità c’è anche tra i socialdemocratici. Il ministro del lavoro Bärbel Bas si è dissociata dall’abolizione della giornata di 8 ore. “Se dipendesse dall’Spd e da me personalmente − ha detto − non toccheremmo nemmeno la questione, ma è prevista dall’accordo di coalizione”. Coalizione che evidentemente vede la Spd in netta subordinazione rispetto alla corazzata cristiano democratica del duo Merz-Soder.
La Fondazione Hans Böckler, affiliata ai sindacati, ha già messo in guardia contro il passaggio a una settimana standardizzata, che potrebbe comportare giornate lavorative fino a 12 ore e 15 minuti. Le conseguenze sarebbero rischi per la salute, un aumento dei giorni di malattia e una maggiore pressione sulle famiglie, avverte un’analisi dell’Istituto Hugo Sinzheimer per il diritto del lavoro (Hsi), che fa parte della fondazione. Il cambiamento potrebbe addirittura rivelarsi “economicamente controproducente”.
Il dialogo tra le parti sociali per cercare di smussare gli angoli per ora è fallito. Principalmente, a detta di Steffen Kampeter, direttore generale della confindustria (Bda), “a causa della riluttanza dei sindacati persino a discutere modifiche alla legislazione vigente o a valutare seriamente opzioni di riforma”.
di Pierpaolo Arzilla