venerdì 22 maggio 2026
La politica internazionale è radicalmente cambiata. Le tradizionali strutture del diritto internazionale, tanto care ai fautori dell’ordine mondiale pacifico architettato nel dopoguerra, sono state messe in crisi e non hanno più il valore fondante che hanno avuto per quasi 80 anni. La seconda presidenza di Donald Trump rappresenta un fenomeno che ha messo a nudo le debolezze dell’ordine costituito e del diritto che si poneva come fondamento della politica internazionale. L’amministrazione americana, meno diplomatica e più diretta e imprevedibile delle precedenti, tanto da essere invisa da buona parte dei media e dei commentatori europei e anche italiani, demistifica la grande illusione con cui l’Occidente si è cullato per decenni, ovvero che ogni diritto è garantito da sé stesso, da una forza autoaffermante che impone che esso sia rispettato per il solo fatto che esista una norma. Questo anche per le relazioni internazionali. Al contrario, la maggior parte della storia umana conosceva bene la verità che ogni diritto, se non è garantito da un sistema di forza che offre ad esso valore e consistenza, non ha alcuna possibilità di far sussistere i suoi ordinamenti. Questo nuovo secolo, che al suo principio era stato aperto sotto l’auspicio di una libertà e di un progresso mai visti in precedenza, sta invece tornando indietro sull’asse storico, saldandosi con quel tempo molto più lungo cronologicamente dove valeva la legge del più forte. E la presidenza Trump si dimostra essere simbolo dello spirito di questo secolo, che vede il declino delle strutture consolidate della legalità internazionale per affermare il principio che in politica, se si vuole qualcosa, la si deve prendere. Per questo la nuova politica americana sembra guidata da un impulso nietzschiano, dove ciò che è importante è l’affermazione di sé, senza giri di parole, senza ipocrisie, nel seno di una volontà di potenza (“voglio la Groenlandia, domani Cuba”) che toglie senso alle vecchie ragioni della politica e a quegli esercizi della diplomazia che infarcivano gli obiettivi strategici di un’aura di dialettica apologetica.
Gli Stati Uniti d’America furono il massimo attore che garantì l’esecutività del diritto internazionale, sostenendo gli ideali della pace globale a partire dal tempo del presidente Thomas Woodrow Wilson, il quale affermò l’importanza di una Società delle nazioni per garantire l’equilibrio e la pace tra gli attori globali. Il diritto internazionale per molto tempo fu il modo di risolvere le questioni e le controversie tra gli Stati. Oggi questa linea si è interrotta. Il fenomeno politico della presidenza Trump rappresenta un cortocircuito del tradizionale modo di relazionarsi della nazione americana. Non più un primus inter pares, una guida illuminata tra partner e alleati che osservano spesso, pur in mezzo a qualche critica e invidia, al way of life americano con ammirazione e interesse. Gli Stati Uniti di Trump diventano un gigantesco battitore libero che porta avanti i suoi fini, la sua agenda e la sua rete di alleanze senza tenere conto dell’ordine e del diritto internazionale come era stato concepito.
Dietro a questo cambiamento, si muove un’istanza politica a volte non ben compresa in Italia e in Europa, vale a dire il sentimento profondamente isolazionista di buona parte degli elettori americani, specie repubblicani. Questo cambiamento è dovuto a una mutata credenza di parte dell’opinione pubblica americana, che vede con sospetto il fatto che il suo Paese sia il sostenitore della pace e dell’ordine su scala globale: tale politica imperialistica, ma pur sempre imperialisticamente corretta metterebbe a repentaglio parte della qualità della vita dell’americano medio, perché molte risorse negli Stati Uniti sono destinate alla difesa e molte meno, rispetto alle nazioni europee, al welfare, all’istruzione e alla sanità. E così la ragione che muove Trump è quella inerente alla gente comune che si sente stanca di essere la garante dell’ordine globale, di cui il presidente si investe nel ruolo di portavoce (I will be your voice), per rivendicare diritti su scala nazionale a scapito di quelli che prima garantiva agli altri a livello internazionale, cedendo parte del suo tenore di vita. Certo non si può parlare di ritiro completo in sé stessa dell’America, e di dottrina isolazionista fino in fondo, con Trump che certo non si fa scrupolo di intervenire militarmente e decisamente in Venezuela e in Iran (forse domani a Cuba), dimostrando che una forza americana esiste ma che, a differenza del passato, questa forza è tutta al servizio dei fini e dei disegni americani.
di Mario Sammarone