giovedì 21 maggio 2026
La guerra non finisce necessariamente quando si attraversa una frontiera. Non termina quando si lascia alle spalle il rumore delle sirene antiaeree, né quando si ottiene un documento europeo di protezione temporanea. Talvolta continua in modo più silenzioso e meno visibile. Cambia forma, cambia geografia, ma continua ad abitare la vita quotidiana di chi è fuggito. È forse questo il dato più duro che emerge dal nuovo rapporto dell’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali (Fra), Seeking Safety from War: Violence and Rights Abuses against Women from Ukraine, pubblicato nel 2026.
Negli ultimi anni il dibattito europeo sulla guerra in Ucraina si è concentrato, comprensibilmente, sulla dimensione militare: le linee del fronte, gli aiuti, i sistemi d’arma, la tenuta economica e strategica del continente. Meno attenzione è stata dedicata a ciò che accade lontano dalle trincee: alla vita delle donne che hanno lasciato il Paese, alle conseguenze invisibili della guerra e a ciò che accade dopo la fuga. Eppure è proprio lì che il rapporto della Fra individua una delle aree più problematiche e meno discusse.
I dati raccontano una realtà che dovrebbe indurre una riflessione profonda. Tra le donne intervistate, quasi nove su dieci hanno visto la propria vita scandita dalle sirene che annunciavano bombardamenti o attacchi con droni; tre donne su quattro hanno dovuto cercare rifugio per mettersi al riparo da possibili attacchi. Ma il punto più inquietante è un altro: lasciare l’Ucraina non ha significato necessariamente uscire da una condizione di vulnerabilità.
Il rapporto mostra infatti come una parte significativa delle violenze subite dalle donne non appartenga soltanto al periodo trascorso in Ucraina o ai territori occupati dalle forze russe. Una quota rilevante degli episodi di violenza fisica e sessuale denunciati è avvenuta dopo l’arrivo nell’Unione europea. Tra le donne che hanno subito violenze, il 62 per cento afferma di averle sperimentate nel Paese europeo in cui oggi risiede.
È una statistica che richiede cautela interpretativa e che gli stessi autori del rapporto invitano a leggere nel contesto corretto: molte donne hanno trascorso più tempo nell’Unione europea che nell’Ucraina in guerra dopo il febbraio 2022. Tuttavia, il dato conserva una forza simbolica difficilmente ignorabile: il luogo cercato come rifugio non sempre coincide con il luogo percepito come sicuro.
Esiste poi una dimensione ancora più sottile, quella della paura quotidiana. Il 73 per cento delle donne intervistate dichiara di evitare determinati luoghi o situazioni nel Paese europeo in cui vive per timore di aggressioni fisiche o sessuali. Non è una questione che riguarda soltanto la sicurezza materiale. È qualcosa di più profondo: significa vivere con una costante limitazione della libertà personale, con una geografia mentale fatta di strade da evitare, orari da rispettare, luoghi considerati rischiosi.
Vi è poi un’altra forma di vulnerabilità che emerge con particolare chiarezza: quella economica. Quasi una donna su quattro riferisce di aver ricevuto offerte potenzialmente sfruttatrici riguardanti trasporti, alloggi o lavoro. In alcuni casi emergevano richieste implicite di favori sessuali o tentativi di trattenere documenti personali, elementi che rappresentano indicatori tipici del traffico di esseri umani. Il dato diventa ancora più significativo se si considera che l’Unione europea ha probabilmente evitato una situazione peggiore grazie all’attivazione della protezione temporanea, che ha consentito a milioni di persone di lavorare legalmente e di accedere a servizi sociali.
Ma il rapporto mette in guardia da un rischio futuro. La protezione temporanea europea è stata prorogata fino al marzo 2027. Dopo quella data, per molte donne si aprirà una fase di incertezza. Circa il 40 per cento delle intervistate prevede di restare nell’attuale Paese di residenza anche dopo la guerra, mentre un terzo non sa ancora se tornerà in Ucraina oppure no.
È una domanda che riguarda il futuro dell’Europa almeno quanto riguarda quello dell’Ucraina. Perché la questione non consiste semplicemente nel decidere quando finirà la guerra, ma nel comprendere cosa significhi realmente ricostruire una vita dopo una guerra.
Per anni il continente europeo ha discusso di sicurezza quasi esclusivamente in termini militari: eserciti, deterrenza, difesa comune, capacità industriale. Ma sicurezza significa anche altro. Significa sapere che una donna in fuga da un conflitto non debba scegliere tra precarietà economica e sfruttamento; significa garantire accesso alle cure psicologiche; significa impedire che chi fugge dalla violenza finisca nuovamente intrappolato in un’altra forma di violenza.
La guerra della Russia contro l’Ucraina ha dimostrato che i conflitti contemporanei non terminano sulla linea del fronte. Continuano a lungo, nelle vite delle persone, nelle ferite invisibili, nella paura che si trascina oltre il confine. E forse il dato più scomodo che emerge dal rapporto della Fra è proprio questo: molte donne sono riuscite a lasciare la guerra, ma la guerra non ha ancora lasciato loro.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
di Renato Caputo (*)