Cuba, il buio del socialismo reale

mercoledì 20 maggio 2026


La fine del petrolio nel Paese è il buio di un sistema che ha sostituito la libertà con la dipendenza.

Il buio che oggi avvolge Cuba non nasce da un incidente tecnico, né da una sfortunata congiuntura internazionale. È il buio lungo di un sistema che ha preteso di organizzare la vita economica dall’alto e che, alla fine, non riesce più nemmeno ad accendere la luce. Secondo quanto riportato alcuni giorni fa dal New York Times, il governo cubano ha ammesso l’esaurimento delle riserve petrolifere: il ministro dell’Energia Vicente de la O Levy ha dichiarato che non vi sono più olio combustibile né gasolio e che all’Avana i blackout superano ormai le venti o ventidue ore al giorno. La corrente, quando torna, può durare appena un’ora e mezza.

La spiegazione ufficiale è sempre la stessa: il nemico esterno, il blocco, Washington, le sanzioni. Sono fattori reali e non irrilevanti, ma diventano tuttavia una comoda cortina di fumo quando servono a nascondere la radice del problema. Un Paese che per decenni ha costruito la propria sopravvivenza sulla protezione sovietica, poi sulle forniture venezuelane, poi su aiuti messicani o russi, non ha edificato un’economia: ha edificato una dipendenza. E la dipendenza, quando il benefattore cambia rotta o si impoverisce, lascia soltanto scaffali vuoti, centrali ferme, trasporti bloccati e cittadini costretti a cucinare con carbone e legna.

La storia di Cuba è, da questo punto di vista, una lezione esemplare. La rivoluzione del 1959 si era presentata come promessa di emancipazione: liberare il popolo dalla povertà, dalla corruzione, dall’influenza straniera. Ma l’emancipazione è stata presto sostituita dalla confisca. Proprietà private nazionalizzate, imprese assorbite dallo Stato, agricoltura collettivizzata, commercio ridotto a concessione politica, dissenso trattato come tradimento. Il risultato non è stata la sovranità del popolo, bensì quella dell’apparato. Non è nata una società più libera: è nata invece un’economia prigioniera, incapace di attrarre investimenti, produrre ricchezza, innovare, premiare il merito e correggere gli errori.

Ogni sistema fondato sul comando centrale ha una debolezza strutturale: crede di poter sostituire milioni di decisioni individuali con un ordine dall’alto. L’economia non è però una caserma. È in pratica un processo di scoperta, fatto di prezzi, rischi, tentativi, contratti, risparmi, investimenti. Dove questi segnali vengono soppressi, la realtà non scompare: si vendica. L’energia manca non solo perché scarseggia il petrolio, ma perché è venuta meno la condizione che rende possibile ogni investimento: la fiducia. E la fiducia non nasce dove la proprietà è precaria, l’impresa è sorvegliata e il potere politico può disporre di tutto.

La crisi cubana ricorda altre grandi catastrofi del Novecento. L’Unione Sovietica aveva missili, esercito, polizia politica e propaganda, e, nonostante ciò, non riusciva a garantire beni ordinari ai propri cittadini. La Germania Est ha costruito il Muro non per impedire l’ingresso dei poveri nel paradiso socialista, lo ha fatto per impedire la fuga dei propri abitanti. Il Venezuela, seduto sulle più grandi riserve petrolifere del mondo, ha dimostrato che anche l’abbondanza naturale può essere distrutta quando lo Stato soffoca mercato, proprietà e moneta. Cuba appartiene alla stessa genealogia: non povertà per mancanza di risorse, ma impoverimento per eccesso di potere.

Il paradosso è crudele. Un regime nato proclamando l’indipendenza nazionale si è retto per decenni sull’aiuto esterno. Prima Mosca, poi Caracas. Ora, venuta meno la “linea di vita” venezuelana, l’isola scopre che l’autosufficienza socialista era una formula retorica. Lo stesso articolo del quotidiano americano ricorda che l’isola caraibica produce circa 40 mila barili al giorno ma ne consuma circa 100 mila, e che aveva bisogno di donazioni o forniture esterne per colmare la differenza. Quando il sistema dipende dall’arrivo mensile di navi straniere, non siamo davanti a una potenza assediata: siamo davanti a un’economia non autosufficiente perché non libera.

La vera vittima, naturalmente, è la popolazione. Non i dirigenti, né l’apparato, e neppure la nomenclatura. Sono i cittadini che dormono sui tetti per sfuggire al caldo, che si svegliano di notte quando torna la corrente per caricare il telefono, preparare il caffè o cucinare il pasto del giorno dopo. È sempre così: le ideologie promettono redenzione collettiva, ma presentano il conto agli individui concreti.

Il prezzo delle astrazioni politiche ricade infatti su chi vive del proprio lavoro: gli individui senza privilegi subiscono razionamenti, code, scarsità e vengono educati alla pazienza forzata davanti al potere. Il punto decisivo è questo: la povertà dell’isola non è un destino caraibico, ma una scelta istituzionale. Nessuna società può prosperare stabilmente se considera l’iniziativa privata una minaccia, il profitto una colpa, il commercio un sospetto, la proprietà una concessione revocabile.

La libertà economica non è un lusso per Paesi ricchi; è la condizione perché quelli poveri possano smettere di esserlo. Dove l’uomo può produrre, scambiare, risparmiare, investire e possedere, la società genera energia materiale e morale. Diversamente, dove tutto dipende dal permesso del potere, anche il petrolio diventa politico e la corrente elettrica un favore intermittente.

Cuba oggi non ha soltanto bisogno di carburante. Ha bisogno di diritto, proprietà, apertura, impresa, concorrenza, libertà di associazione, libertà di stampa, libertà di uscire dalla prigione economica costruita in nome del popolo. Può arrivare un’altra nave russa, un nuovo accordo diplomatico, un’altra deroga o distribuzione d’emergenza. Ma ogni soccorso sarà soltanto una candela accesa dentro una casa che continua a bruciare lentamente.

Il buio dell’Avana è il simbolo perfetto di ciò che accade quando lo Stato pretende di essere imprenditore, proprietario, pianificatore, giudice e salvatore. Alla fine, resta padrone di tutto, ma non riesce più a garantire nulla. E allora la grande promessa rivoluzionaria si riduce alla sua immagine più sincera: un popolo in attesa che torni la luce.


di Sandro Scoppa