Scorciatoie pericolose

mercoledì 20 maggio 2026


Per oltre due anni l’Occidente ha sostenuto – giustamente – che la guerra di aggressione russa contro l’Ucraina non potesse essere affrontata soltanto sul piano militare. Era necessario agire anche sul terreno economico, limitando la capacità del Cremlino di trasformare petrolio e gas in strumenti di finanziamento della guerra. Le sanzioni energetiche non erano un gesto simbolico, ma parte di una strategia precisa: ridurre le risorse disponibili per Mosca e aumentare il costo dell’aggressione. L’obiettivo non era punire la Russia in astratto né colpire la popolazione russa, ma incidere sulla capacità del sistema politico ed economico costruito attorno a Vladimir Putin di sostenere nel tempo una guerra che ha già prodotto devastazioni enormi e modificato gli equilibri strategici del continente europeo. Per questo la decisione di ieri del Regno Unito di introdurre una licenza generale a tempo indeterminato che autorizza l’importazione di gasolio e carburante per aerei prodotti in Paesi terzi a partire da petrolio greggio russo pone un problema politico che va ben oltre una questione tecnica o doganale. La licenza, che consente anche la fornitura di servizi collegati, inclusi quelli finanziari e di trasporto, rappresenta infatti una scelta destinata a sollevare interrogativi che investono direttamente la credibilità della strategia sanzionatoria occidentale.

Il punto non è sostenere –come alcuni fanno da tempo –che le sanzioni contro la Russia siano state un errore e che, se dobbiamo affrontare costi economici e aumenti dei prezzi, tanto varrebbe tornare ad acquistare direttamente gas e petrolio da Mosca. Questa conclusione sarebbe miope e profondamente sbagliata. Vorrebbe dire dimenticare le ragioni stesse per cui tali misure sono state adottate. Le sanzioni non sono nate per soddisfare una logica ideologica o per alimentare una contrapposizione astratta tra blocchi geopolitici. Sono state introdotte perché esiste un fatto che continua a rimanere centrale: uno Stato sovrano è stato aggredito militarmente e quella guerra continua a produrre distruzione, morte e instabilità. Rinunciare alle sanzioni significherebbe trasmettere un messaggio estremamente pericoloso: che una guerra di aggressione può essere progressivamente assorbita dal sistema internazionale come un costo inevitabile, una variabile economica con cui imparare semplicemente a convivere. Significherebbe accettare che, trascorso un certo periodo di tempo, l’interesse economico finisca inevitabilmente per prevalere su qualsiasi considerazione strategica o politica. Sarebbe un precedente destinato ad avere conseguenze ben oltre il conflitto in Ucraina. La questione, però, è un’altra. Soltanto pochi mesi fa Londra aveva celebrato il divieto di importazione di prodotti derivati da petrolio russo raffinato in Paesi terzi come una misura necessaria per impedire l’elusione delle restrizioni. Il principio era semplice e appariva perfettamente logico: il greggio russo non avrebbe dovuto smettere di essere russo semplicemente attraversando una raffineria in India, in Turchia o in altri Paesi. L’idea di fondo era che una diversa etichetta commerciale non dovesse trasformarsi in una via di fuga capace di svuotare la sostanza stessa delle misure adottate. Oggi, invece, la nuova licenza introduce una significativa eccezione proprio a quel principio. Ed è qui che emerge il vero problema.

Una strategia di pressione economica può funzionare soltanto se mantiene coerenza e credibilità nel tempo. Le sanzioni diventano invece vulnerabili quando iniziano a moltiplicarsi le deroghe, le eccezioni e i meccanismi capaci di attenuarne progressivamente gli effetti. Naturalmente gli Stati devono confrontarsi con problemi concreti. La crisi energetica internazionale, le tensioni in Medio Oriente, le difficoltà della capacità di raffinazione europea e la necessità di garantire continuità nelle forniture non sono elementi marginali. I Governi hanno il dovere di impedire che shock improvvisi producano effetti pesanti sulle economie nazionali e sulla vita quotidiana dei cittadini. Ma proprio nei momenti di maggiore difficoltà si misura la solidità di una strategia politica. Se l’obiettivo dichiarato era ridurre la dipendenza energetica dalle risorse russe, la risposta non può essere la ricerca di modalità sempre più sofisticate per continuare a utilizzare indirettamente quelle stesse risorse. Altrimenti si rischia di trasmettere un segnale ambiguo: mantenere una retorica di fermezza mentre, nella pratica, si aprono spazi che consentono di attenuare proprio quella pressione che si intendeva esercitare. L’Europa e l’Occidente hanno bisogno di una politica energetica più autonoma, di investimenti strutturali, di capacità industriale, di nuove infrastrutture e di una reale diversificazione delle fonti. Hanno bisogno di ridurre le vulnerabilità che negli ultimi decenni si sono accumulate, non di costruire formule giuridiche che cambino l’etichetta del prodotto lasciando sostanzialmente immutata la realtà sottostante. Perché il problema non è il nome che compare sul certificato d’origine.

Il problema è continuare ad alimentare, magari attraverso percorsi più lunghi e meno visibili, il sistema economico che continua a sostenere la macchina di guerra del Cremlino. Le sanzioni possono essere discusse, corrette, adattate alle esigenze di contesti che mutano rapidamente, ma se iniziano a trasformarsi in un sistema di eccezioni permanenti, il rischio non è soltanto quello di indebolirne l’efficacia. Il rischio è di erodere progressivamente la credibilità politica e strategica dell’Occidente, alimentando l’idea che i princìpi possano essere sostenuti solo fino a quando non diventano economicamente scomodi. Così il punto non è se il petrolio russo abbia cambiato passaporto. Il punto è chiedersi se l’Occidente stia rischiando di smarrire il proprio.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza


di Renato Caputo (*)