lunedì 18 maggio 2026
In Cina, la rivoluzione del 1911 travolse la dinastia Qing, e instaurò la Repubblica di Cina, proclamata ufficialmente il 1° gennaio 1912. Essa ebbe una costituzione nella sostanza liberale. Il nostro Francesco Ruffini, nei suoi Diritti di libertà del 1926, ne cita ad esempio la Costituzione perché amplia la sfera di queste libertà alla promozione delle condizioni sociali. Tuttavia la Repubblica di Cina dovette subito fronteggiare le mire imperialistiche dell’Impero nipponico, giustificate dalla difesa della tradizione imperiale, con la restaurazione dell’impero in Manciura. In questo quadro i Governi furono sempre più legati ad ambienti militari, fino all’ascesa di un partito nazionalista, il Kuomintang, dove prevalse Chiang Kai-shek. Nel mentre, il 1° luglio 1921 venne fondato il Partito comunista cinese, mentre, con l’appoggio dell’Unione Sovietica, venne fondata l’Accademia militare di Whampoa, sotto il comando di Chiang Kai-shek, nel quadro di un fronte unito fra nazionalisti e comunisti, conchiuso nel 1924. Dopo varie vicende, Chiang Kai-shek attuò una decisa svolta a destra, non condivisa, peraltro, da un’ala sinistra dello stesso Kuomintang, provocata da ondate di scioperi che minarono le fondamenta sociali della Repubblica di Cina. Questo spinse il Partito comunista cinese, alleato all’ala sinistra del Kuomintang e formazioni minori, a mettersi dalla parte della rivolta sociale, culminata nel 1927 con la Rivolta del raccolto autunnale. I comunisti, al VI congresso, copiarono lo schema dei soviet, e costituirono un esercito, col nome di Armata rossa. Insomma, cominciò la loro idea di copiare e mettere a frutto. Iniziarono la Lunga marcia verso nord-ovest, guidata da Mao Zedong, cioè dal cognato di Chiang Kai-shek.
“Tra parenti non si fanno complimenti”, avrebbe detto Trilussa se fosse stato cinese. Questa guerra civile portò i comunisti a occupare le province continentali e il Kuomintang di Chiang Kai-shek a ritirarsi, il 7 dicembre del 1949, a Formosa, e nelle altre isole dell’arcipelago di Taiwan, dove adesso resiste la Repubblica di Cina. Essa comunque, in Costituzione, è parte di tutta la Cina, intesa in senso unitario, della quale rivendica la sovranità legittima, con Tuva e la Mongolia esterna; persiste a considerare capitale Nanchino, sebbene le istituzioni siano rifugiate a Taipei. La situazione costrinse il Governo della Repubblica di Cina ad applicare la legge marziale, fino a che il figlio di Chiang Kai Shek, Chiang Ching-kuo, negli anni Ottanta, poté abrogarla. Nel 2000 Chen Shui-bian vinse le elezioni presidenziali con la proposta di una nuova costituzione con cui si ribadisse il carattere sovrano ma, anche, indipendente di Taiwan; e sciolse il Consiglio per l’unificazione nazionale dell’isola con la Cina continentale. È da allora che i comunisti cinesi, coi loro alleati, in subordine, eletti all’Assemblea nazionale, considerano qualunque tentativo di legittimare un autogoverno indipendente nell’isola, foriero di un’azione militare. Gli Stati Uniti d’America, dal canto loro, in base al Taiwan Relations Act del 1979, metteranno a disposizione della Repubblica di Cina in Taiwan quanto necessario per l’autodifesa. Dal 2024 governa Taiwan un Partito progressista democratico, il cui sistema d’idee è quello dei diritti umani e della sovranità popolare.
L’opposizione, ancora molto forte, è rappresentata dal Kuomintang erede di Chiang Kai-shek, la cui segretaria odierna, Cheng Li-Wun, si è incontrata, l’aprile scorso, con Xi Jinping, in quanto favorevole a una pacificazione che concluda la guerra civile. Nell’occasione le due bandiere, quella della Repubblica di Cina e della Cina a trazione comunista, sventolavano assieme. Però negli incontri della settimana scorsa, tra Xi Jinping, segretario generale del Partito comunista cinese, e Donald Trump, ora 47° presidente degli Stati Uniti d’America, da parte comunista sono state imposte due linee rosse sulle quali non trattare: Taiwan e i diritti umani. Ora l’esperienza di Hong Kong, passata dall’Impero britannico alla Cina comunista nel 1997 con la garanzia di restare regione autonoma per conservare i diritti di libertà garantiti dai britannici, e che oggi sono tutti violati, testimonia l’impossibilità di rispetto di essi da parte di un regime a fronte unico a trazione e controllo tirannico sulla vita privata. Trattare con tale sistema la collaborazione d’affari in materia d’Intelligenza artificiale, ad esempio, vuol dire solo fornire ulteriori armi di oppressione dell’individuo. Anche la guerra contro la tirannia fondamentalista sciita in Iran era stata intrapresa per due motivi: cambiare il regime per ottenere il rispetto dei diritti umani; evitare che quella tirannia si dotasse dell’arma nucleare, visto il proposito, palesato da essa da sempre, di cancellare lo Stato d’Israele.
Quella tirannide ha reagito bloccando lo Stretto di Hormuz, per il quale passano il 30 per cento del petrolio mondiale e carichi di fertilizzanti. Adesso è in corso una tregua e si tratta, ma solo per evitare che, con l’uranio arricchito ancora in possesso dell’Iran, lo stesso confezioni una bomba in grado di spazzare Israele, e liberi il passaggio delle petroliere per quello stretto. La tirannia sciita, intanto, continua a sparare, ad altezza d’uomo, contro chi manifesta il dissenso, ad impiccare, frustare, ma l’argomento non viene nemmeno accennato nei negoziati in corso. In Europa, va avanti la guerra d’aggressione della Federazione russa contro l’Ucraina e, malgrado gli ucraini resistano da quattro anni agli invasori, gli Stati Uniti d’America non sono intenzionati ad assisterli ancora nel difendere la loro libertà. Insomma, la superpotenza che accoglie chi vi arriva, idealmente, con la Statua della libertà, resta solo attratta da possibili affari, ma ha abdicato alla difesa dei “valori dell’ordine”.
di Riccardo Scarpa