lunedì 18 maggio 2026
Cosa potrebbe accadere se lo Stato islamico del Sahara e affiliati conquistassero il Mali? Le risposte potrebbero essere molte, ma limitandomi solo alle più tangibili, si può affermare che sarebbe la seconda volta che un gruppo organizzato di jihadisti conquista uno Stato con confini delimitati; il precedente è stato il gruppo jihadista Hayat Tahrir al-Sham, Hts, guidato dal jihadista Abu Muhammad al-Jolani, poi con giacca e cravatta mutato in presidente siriano Ahmad al-Sharaa, andato al potere dopo la deposizione di Bashar al-Assad a fine 2024. Ma la conquista del Mali per mano jihadista potrebbe condurre all’inizio della liquefazione dei governi golpisti e non del Sahel, inoltre, è verosimile, che la presenza occidentale nell’area, anche se già diluita e indebolita, potrebbe tendere ad una maggiore erosione. Anche la presenza della Russia, oggi attore consolidato nell’area del Sahel, subentrata alla influenza dell’ex colonialista Francia, potrebbe essere messa in discussione da un governo estremista islamico. Circa la Cina, avendo applicato una forma di “neocolonialismo strutturale” quindi capillarizzato nel tessuto economico, la rende difficilmente sradicabile dal “sistema Paese” o della regione dove è presente.
È vero che lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante, Isis, dal 2014 al 2017-2019, ha occupato parti dell’Iraq e della Siria, decretando Mosul e Raqqa le capitali delle aree nord irachene e siriane, ma è anche vero che il controllo in questa vasta area era maculare, e concentrato prevalentemente nei grandi centri e sulle linnee fluviali del Tigri ed Eufrate, nelle tratte nord di questi Paesi. Ma la questione sub sahariana è diversa da alcuni punti vista. Intanto, il 25 aprile sono stati effettuati attacchi strategici in tutto il Mali, condotti non solo dai jihadisti del Gsim, Gruppo per il sostegno dell’Islam e dei musulmani, legato ad Al-Qaeda e guidato dal loro inafferrabile leader Iyad Ag Ghali, congiuntamente con altre formazioni di stampo estremista islamico, ma anche del Fla, ovvero Fronte di liberazione dell’Azawad, gruppo separatista di etnia Tuareg stanziato nel nord del Mali. Da quella data il governo maliano di Assimi Goïta, sta mostrando gravi segni di debolezza, palesati anche il 30 aprile, in occasione del funerale del suo fidato ministro della Difesa Sadio Camara, ucciso nella sua residenza ubicata nella fortezza di Kati, a pochi chilometri dalla capitale Bamako. L’assassinio, ordito dai jihadisti, è avvenuto tramite un autobomba; la cerimonia funebre è stata inaspettatamente, per il governo, poco partecipata dalla popolazione.
La serie di attentati su vasta scala sono iniziati il 25 aprile in varie regioni del Mali, avevano l’obiettivo di rovesciare la giunta militare; anche se il governo Goïta ha retto, il regime è stato profondamente scosso, facendolo piombare in uno stato di instabilità e turbolenza non verificatosi dal colpo di Stato del 2020. Fonti locali hanno così comunicato una serie di stragi effettuate da questi gruppi estremisti islamici nella regione di Mopti, nei villaggi di Korikori e Gomossogou. Poche ore prima era stato assaltato il carcere di Kenieroba, una struttura costruita recentemente ad alcune decine di chilometri a sud-ovest della capitale Bamako, dove erano incarcerati oltre 2.400 detenuti, tra questi almeno 80 sono considerati estremisti islamici e temibili terroristi, tutti liberati e assoldati tra le fila dei jihadisti. Inoltre questi attacchi si sono celebrati durante un periodo di siccità che sta interessando soprattutto il Mali centrale e che sta portando anche a conflitti per l’uso delle risorse idriche tra gruppi di miliziani Dogon, sostenuti dall’esercito maliano, e i Fulani altro gruppo etnico locale. Il fattore rilevante è che gli attacchi di fine aprile hanno dimostrato come dietro alla bandiera jihadista, come sotto la protezione governativa, lottano anche gruppi diversi e con obiettivi differenti, ma che stanno demolendo le fondamenta del governo militare maliano.
Al momento, afferma il comandante dell’esercito maliano Djibrilla Maiga, la minaccia è ancora presente, ma grazie anche ai “mercenari statali” russi dell’Africa Corps, sono state quantomeno rafforzate le difese nelle periferie delle principali città, dove il gruppo jihadista del Gsim aveva tentato di imporre sbarramenti, soprattutto su Bamako, organizzando posti di blocco sulle strade di accesso alla città. Tuttavia nella strategica e simbolica città settentrionale di Kidal, le truppe russe insieme alle forze governative maliane, sono state costrette alla ritirata, lasciandola in mano alle milizie Tuareg e agli uomini di Iyad Ag Ghali. Mentre la base strategica di Tessalit, nel nord del Mali, è stata conquistata dai combattenti del Fla; l’esercito maliano sia sta ora riposizionando per una reazione, come è stato comunicato da Maiga.
Ma quale è l’obiettivo del Fla e del Gsim? Brevemente, gli interessi dei due gruppi hanno delle differenze: il Fla, tuareg, è un gruppo separatista che basa le sue azioni sul controllo del proprio storico territorio, l’Azawad, e che si concentra in particolare nelle città di Kidal e Gao, simboli della resistenza e delle proprie radici. Il Gruppo per il sostegno dell’Islam e dei musulmani ha lo scopo di conquistare il Mali per le sue ricchezze con la promessa di imporre la sharia, la legge islamica. La realtà è che il Mali è uno stato musulmano, oltre il 90 per cento sono di religione islamica, il cinque per cento cristiani di varie confessioni, il restante atei, animisti e varie credenze locali. La Costituzione maliana è secolare, quindi tutte le credenze sono accettate. In pratica una ennesima battaglia tra musulmani, come in Sudan, dove lo scopo è lo sfruttamento delle risorse e l’obiettivo è l’applicazione della legislazione shaaritica alla società. Un contesto dove la stessa appartenenza religiosa non funge da collante ma da solvente. Infatti se i rapporti tra l’Islam e le altre fedi sono generalmente pacifiche, nel nord del Paese dove i gruppi jihadisti hanno imposto la legge islamica, le comunità cristiane o non islamiche, stanno subendo pesanti persecuzione, come in molti altri Paesi, il nord della Nigeria controllato dal gruppo Boko Haram è un drammatico esempio. Qui essere cristiani equivale quasi alla condanna a morte. Quindi se cadesse il Mali in mano al Gsim potrebbe essere il primo passo per una aggressione jihadista anche al Niger, quasi completamente di religione islamica e al Burkina Faso religiosamente molto più pluralista. Considerando che intorno e in alcuni isolotti del lago Ciad esistono già enclave dove vige la sharia. Quindi superando il pragmatismo affaristico di chi cerca il potere assoluto, in questo caso sul Mali, l’alternativa è tra una forma di “secolarismo islamico” e un islam shaaritico pericolosamente invadente.
di Fabio Marco Fabbri