giovedì 14 maggio 2026
C’è qualcosa di profondamente inquietante nel modo in cui il mondo si sta abituando all’idea che migliaia di bambini possano sparire nel cuore dell’Europa del XXI secolo senza che questo provochi una vera rottura politica, morale e diplomatica con chi ne è responsabile. Da ormai oltre quattro anni, mentre la guerra continua a devastare l’Ucraina, la Russia non si limita a bombardare città, distruggere infrastrutture o colpire civili. Porta avanti anche un’altra offensiva, più silenziosa ma non meno brutale: quella contro i bambini ucraini. A Bruxelles, durante la riunione della coalizione internazionale per il ritorno dei bambini ucraini di questa settimana, il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha ha pronunciato parole che dovrebbero pesare come un atto d’accusa contro l’intera comunità internazionale. I meccanismi internazionali, ha detto, “hanno fallito”. Ed è difficile dargli torto. Perché se esiste una linea oltre la quale il diritto internazionale dovrebbe reagire con fermezza assoluta, quella linea passa proprio attraverso la protezione dei minori.
Eppure, nonostante le denunce, i rapporti delle organizzazioni internazionali, le prove raccolte negli anni e persino il mandato di arresto emesso dalla Corte penale internazionale contro Vladimir Putin e la commissaria russa per l’infanzia Maria Lvova-Belova, il sistema globale continua a mostrare una lentezza sconcertante. Dietro i numeri ci sono vite reali. Bambini separati dalle famiglie durante l’occupazione di città ucraine, trasferiti in Russia o nei territori occupati, sottoposti a programmi di “rieducazione”, privati della lingua, dell’identità e perfino del proprio nome. Alcuni vengono affidati a famiglie russe. Altri finiscono in strutture controllate dallo Stato. In molti casi i genitori non sanno nemmeno dove si trovino i propri figli. È una ferita che supera la dimensione militare del conflitto. Perché qui non si tratta soltanto di occupazione territoriale. Si tratta del tentativo di spezzare il legame stesso tra un popolo e la sua futura generazione. Mosca continua a presentare queste operazioni come “evacuazioni umanitarie”.
Ma la retorica del Cremlino si scontra con una realtà sempre più difficile da occultare. Se davvero si fosse trattato di protezione dei minori, non ci sarebbe stato bisogno di accelerare le procedure per l’acquisizione della cittadinanza russa da parte dei bambini ucraini. Non ci sarebbe stato bisogno di ostacolare il ricongiungimento familiare. Non ci sarebbe stato bisogno di cancellare identità e origini. La verità è che il trasferimento forzato di bambini da un gruppo nazionale a un altro rappresenta uno degli atti più gravi previsti dal diritto internazionale, perché colpisce la continuità stessa di una nazione. Ed è forse questo l’aspetto più sconvolgente della vicenda: la progressiva normalizzazione dell’orrore. Le dichiarazioni ufficiali si moltiplicano, i vertici internazionali si susseguono, le risoluzioni vengono approvate, ma la sensazione è che il tempo stia lentamente consumando anche la capacità di indignarsi. Sybiha ha detto che il mondo deve passare “dalle dichiarazioni forti ad azioni concrete”. È una frase che fotografa perfettamente il problema. Perché oggi il rischio più grande non è soltanto l’impunità russa. È l’assuefazione occidentale. L’Europa conosce molto bene il significato storico della deportazione di bambini.
Pensava di aver relegato simili pratiche ai capitoli più oscuri del Novecento. E invece quella realtà è tornata nel cuore del continente, accompagnata da una propaganda che tenta di trasformare le vittime in beneficiari della “protezione” russa. Ogni giorno che passa senza una risposta sufficientemente forte rafforza il messaggio più pericoloso di tutti: che anche questo, in fondo, possa essere tollerato. L’Unione europea ha annunciato nuove sanzioni contro individui ed entità coinvolti nelle deportazioni illegali dei minori ucraini. È un segnale importante, ma non sufficiente. Perché il problema non riguarda soltanto la punizione dei responsabili. Riguarda la capacità dell’Occidente di dimostrare che esistono ancora principi non negoziabili. E tra questi dovrebbe esserci, senza esitazioni, il diritto di un bambino a non essere trasformato in bottino di guerra. Non è un dettaglio secondario del conflitto. Non è un tema umanitario da relegare ai margini delle cronache diplomatiche. È uno dei punti centrali della guerra stessa. Perché quando un regime cerca di appropriarsi dei figli di un altro popolo, il suo obiettivo non è soltanto il presente. È il futuro. Ed è proprio qui che la questione riguarda tutti noi. Perché l’Ucraina non sta combattendo soltanto per la propria sopravvivenza territoriale. Sta combattendo anche per impedire che nel continente europeo si affermi l’idea che la forza possa decidere chi abbia diritto a conservare la propria identità, la propria memoria e perfino i propri figli.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
di Renato Caputo (*)