L’inesorabilità della storia

mercoledì 13 maggio 2026


Se è da un po’ che non scrivo commenti aggiornati sulla guerra in Ucraina, c’è un motivo.

Il conflitto non è affatto a un punto morto, ma gli eventi che attraggono l’attenzione mediatica si sono rarefatti di molto, a vantaggio di altri Teatri di guerra che pur essendo assolutamente secondari offrono immagini più spettacolari e si prestano maggiormente a quella drammatizzazione di cui l’opinione pubblica si dimostra affamata e le grandi testate sono quindi prontissime a proiettare in prima pagina.

Parliamoci chiaro: la guerra in Iran – che fra l’altro al momento è una non-guerra – è un episodio storico che porterà pochissime conseguenze in sé per gli equilibri mondiali, e la Storia lo relegherà ad una nota a piè di pagina del ben più decisivo conflitto ucraino, oppure lo riporterà come un semplice episodio dell’ampio contesto del conflitto mediorientale in corso dal 1947. Il coinvolgimento americano e le sceneggiate istrioniche di Trump sovraespongono uno scontro armato asimmetrico e a bassa (bassissima!) intensità che produce al massimo una dozzina di vittime al giorno e che ha come conseguenza una sgradevole oscillazione dei prezzi dell’energia sul mercato globale.

Di contro, la guerra in Ucraina – guerra totale, convenzionale, simmetrica e ad altissima intensità – da oltre quattro anni provoca mediamente oltre mille morti a giorno ed è destinata a decidere i destini futuri di un continente come l’Europa e di una potenza nucleare come la Russia. Per le conseguenze e per gli sconvolgimenti globali che il suo esito comporterà, si tratta di un evento storico pari o probabilmente superiore alla Caduta del Muro del 1989 e dello stesso ordine di importanza della Seconda Guerra mondiale. Per moltissimi di noi sarà l’evento storico centrale delle nostre vite, in quanto ridisegnerà in ogni caso gli equilibri mondiali e quindi il corso della storia futura. Alla sua conclusione assisteremo alla fine di un esperimento politico come la democrazia liberale e la gestione degli affari globali basata sul Diritto Internazionale, oppure alla caduta di un impero basato sulla forza e al definitivo affermarsi del multilateralismo nella gestione degli affari internazionali.

Insomma: comunque vada, sarà un punto di svolta come lo sono stati la Pace di Westfalia, la Rivoluzione Francese e le due Guerre Mondiali. In Ucraina si decide il futuro dei nostri nipoti; nel Golfo si decide solo quello dell’Amministrazione Trump.

 

Eppure, per una serie di ragioni di apparenza e di marketing, la guerra in Ucraina oggi è relegata fra le notizie internazionali ordinarie, mentre le sparate di Trump sui social finiscono invariabilmente in prima pagina.

Certo: una guerra che ormai dura da oltre quattro anni e non miete vittime fra gli italiani ormai è fuori moda e non fa notizia; presenta pochi aspetti glamour, ha stancato il grande pubblico e non “vende” più molto bene. Soprattutto però non offre scenari hollywoodiani: niente assalti anfibi o aeromobili, niente sfondamenti corazzati o cadute di grandi città. Solo nomi impronunciabili di piccole località del tutto sconosciute.

Ma mentre l’attenzione del mondo si concentra sui tweet di Trump, l’attrito in atto da più di due anni in Ucraina continua a modificare lentamente ma inesorabilmente l’equilibrio del conflitto, senza eventi appariscenti ma con l’inesorabilità delle maree. Quando si pensa alle Guerre Mondiali, i più pensano agli episodi epici come l’Isonzo, il Piave, Stalingrado o lo sbarco in Normandia; ma in realtà quegli scontri immani sono stati decisi soprattutto dalla silenziosa e costante pressione del potere navale che consentì il blocco economico degli Imperi Centrali da parte dell’Intesa, o dall’inesorabile superiorità aeronavale alleata che distrusse lentamente la capacità dell’Asse di alimentare le proprie forze. Lo stesso sta avvenendo in Ucraina, attraverso la pressione delle sanzioni occidentali e la crescita delle capacità produttive ucraine: due fattori fondamentali dello sforzo bellico di Kyiv, resi possibili dalla resilienza della società ucraina e dell’economia europea; due fattori che agiscono lentamente, senza episodi drammatici o entusiasmanti che attirino l’attenzione del pubblico, ma di quelli che determinano il corso della Storia.

La novità degli ultimi giorni, che mi ha riportato alla tastiera strappandomi agli ozi del congedo e ai lavori primaverili in giardino, è che gli effetti di questo processo sembrano finalmente essere evidenti anche a Putin.

Il primo segnale di questa consapevolezza dell’inevitabile è stata la stretta su internet e in generale sui mezzi di comunicazione della Federazione Russa: quando si impedisce al pubblico di ricevere informazione è perché le notizie non sono buone. Il secondo segnale, sia causa che conseguenza del primo, è il crescente pessimismo dei “MilBlogger” russi, dal 2022 principale fonte di informazione militare di parte moscovita: l’entusiasmo e la partecipazione dei primi due anni sono andati temperandosi sempre più fino a trasformarsi in una critica corrosiva e disillusa dei vertici politici e militari, passando quindi dal sostegno del Regime ad una crescente censura.

Le celebrazioni del 9 maggio poi, non sono state significative per la loro modestia rispetto alle edizioni precedenti, ma per l’attività diplomatica che le ha precedute, e che sostanzialmente ha portato alla mediazione americana affinché non ci fossero attacchi ucraini sulla parata di Mosca: niente di simile era avvenuto negli anni passati. In sostanza questo significa che il Regime russo è consapevole dell’acquisita capacità ucraina di condurre attacchi di precisione fin sulla Piazza Rossa, e di non essere più in grado di garantire la difesa aerea della propria capitale. L’anno prossimo, se la guerra sarà ancora in atto, Zelensky potrebbe benissimo non autorizzare la parata.

Adesso assistiamo alle ultime esternazioni dell’autocrate del Cremlino: non si aspetta che il conflitto duri ancora a lungo, e afferma di non essere mai stato contrario ad incontrare il “signor Zelensky”, rappresentante della “controparte ucraina”. Ma soprattutto, rivolgendosi ad un ex-alleato come l’Armenia, l’ammonisce a non intraprendere la strada per l’adesione all’Unione Europea, rammentando come la guerra in Ucraina sia originata proprio da Euromaidan e dall’ambizione di Kyiv di aderire all’Unione piuttosto che all’analoga organizzazione eurasiatica gestita da Mosca. La cosa era ovvia da sempre (ai tempi di Euromaidan nessuno parlava seriamente di adesione dell’Ucraina alla Nato, e dopo l’occupazione della Crimea non se ne parlava più del tutto), ma la propaganda russa aveva sempre parlato dell’“Espansione Nato” come della causa scatenante del conflitto. Il problema in realtà era l’Europa. Chissà perché, la Ue non piace agli autocrati o aspiranti tali come Putin e Trump, mentre invece attira le simpatie delle democrazie affermate o emergenti come Canada, Australia, Giappone e India… Forse perché l’Europa è l’alfiere della democrazia liberale e della gestione degli affari globali basata sul multilateralismo nella gestione degli affari internazionali, e quindi è anche il nemico naturale degli imperi basati sulla forza.

Gli equilibri militari in Ucraina stavano mutando già da tempo a svantaggio della Russia, ma adesso la cosa comincia ad essere evidente perfino a Putin: il suo esercito non ce la fa più ad avanzare, nemmeno ai ritmi ridottissimi e ai costi enormi dell’ultimo anno, e nel contempo l’economia russa mostra segni crescenti di cedimento a fronte di quella ucraina che tiene perfettamente e anzi aumenta la capacità di produzione bellica grazie all’integrazione crescente nel sistema-Europa.

Non andiamo incontro a eventi militari spettacolari: la guerra di attrito non si combatte per vincere sul campo, ma per impedire all’avversario di vincere lui; la vittoria si raccoglierà sul campo economico, e quindi politico. Caduto il Regime, l’esercito non più supportato da uno Stato funzionante dovrà ritirarsi.

La Storia avanza lentamente, senza fare spettacolo: inesorabile come la marea.


di Orio Giorgio Stirpe