Anonimo russo: capire il putinismo

mercoledì 13 maggio 2026


Chi sarà mai l’Anonimo russo che parla all’orecchio di The Economist per rivelare dall’interno la realtà odierna del puntinismo? Poco importa la sua identità, dato che comunque le sue rivelazioni di “insider trading” non ne faranno di certo un novello Rosemberg, come la coppia di spie sovietiche condannate a morte e giustiziate nel 1953, per aver rivelato all’Urss i segreti sulla bomba atomica. Ma stiamo ad ascoltare ciò che ci dice la nostra gola profonda, a proposito del fatto che il regime putiniano ha condotto la Russia in un vicolo cieco, e cerchiamo di capire con lui come sarà nel prossimo futuro il suo Paese. Si parte con la differenza sostanziale (in inglese) tra l’”his” (di lui; quindi, separativo) e il precedente condiviso di “we” e “ours” (che significa, rispettivamente, “noi” e “nostro” in italiano), in cui la prima si usa quando “noi” (we) compie l’azione, essendo il protagonista della frase in cui solitamente precede il verbo, come nel caso “andiamo al cinema”. Invece, per inciso, “us” (tradotto sempre con “noi” in italiano) si utilizza quando “noi” riceve l’azione o segue una preposizione, del tipo “puoi vederci?”. Ora, di recente, i dignitari del regime, anziché parlare come avveniva sino a poco tempo fa utilizzando i pronomi “we” e “ours” per la condivisione delle scelte di continuare una guerra logorante come quella in Ucraina, oggi molto più prudentemente le stesse persone utilizzano il termine “his” (“suo”, in italiano), sottintendendo che la guerra è solo un fatto suo, cioè di Vladimir Putin, e quindi non fa parte di un “nostro” progetto, né della “nostra” agenda, né tantomeno è la “nostra” guerra. E le decisioni del Capo supremo vengono definite strane, come è stranissimo il fatto che sia solo lui a decidere.

Quindi, la cosa interessante è che la discussione sul futuro non ha più al centro ciò che Vladimir Putin deciderà, ma che cosa potrebbe accadere indipendentemente da lui. Ovvero, non si discute più del futuro sulla base delle decisioni di Putin, ma come di qualcosa che accadrà indipendentemente e, preferibilmente, senza di lui. Ma questo mutamento di linguaggio non è un segnale di ribellione. Perché anche se i responsabili degli apparati possono benissimo sopravvivere a lungo, come ai bei tempi dello stalinismo, avendo il monopolio della violenza, a loro tuttavia sfugge il controllo del futuro del proprio Paese. Putin, cioè, non sa più “far sognare” i russi. La prima cosa da rilevare è la rimozione delle parole d’ordine del “ripristino dell’autorità dello Stato” e dell’autoesaltazione di essere una “superpotenza energetica”, che avevano a loro volta sostituito il termine modernizzazione, per una virata epocale a 180 gradi a favore dell’ultraconservatorismo e della guerra. Ironia della sorte, Putin ha iniziato il conflitto per preservare il sistema di potere da lui creato, ma oggi i russi iniziano a pensare a un futuro senza di lui, a causa della concomitanza dei seguenti quattro fattori. Il primo di essi è legato al costo crescente dei combattimenti, che inizialmente dovevano essere limitati e portati avanti da personale specializzato e ben pagato, tenendo fuori il resto della società dai rischi della guerra. Cosa quest’ultima oggi diventata impossibile a seguito della dimensione di scala assunta dal conflitto, che ha comportato maggiore inflazione e tasse più elevate; il decadimento delle infrastrutture; l’inasprimento della censura, e una serie interminabile di restrizioni delle libertà civili. E benché questa non sia una guerra nazionale, ne comporta tuttavia i costi, senza alcun vantaggio di ritorno per la società russa.

In secondo luogo, esiste una crescente domanda per la fissazione di regole certe da parte delle élite costrette (dalle sanzioni) a rientrare in Russia assieme ai loro capitali, che in precedenza erano stati investiti in centri finanziari occidentali e, quindi, tutelate dai tribunali londinesi, dalle strutture offshore e dagli arbitrati internazionali per la risoluzione di conflitti e le esigenze di tutela. Un quadro normativo e regolamentare, quindi, di stile occidentale, sconosciuto dalle parti di Mosca, il che comporta per i capitali rimpatriati un notevole rischio per la risoluzione dei conflitti domestici, in assenza di istituzioni funzionanti sul modello vigente in Occidente. E questo è un aspetto assolutamente da non sottovalutare, dato che negli ultimi tre anni asset per trilioni di rubli (pari a 60 miliardi di dollari) sono stati confiscati a uomini d’affari privati per essere nazionalizzati, o affidati a sodali di fiducia del regime, per la più vasta redistribuzione della proprietà in Russia, dopo le privatizzazioni di massa degli anni Novanta. Il terzo fattore è rappresentato dal cambiamento del clima geopolitico, fortissimamente voluto dallo stesso Putin per rimodulare il preesistente ordine globale, ma il vero effetto destabilizzante è stato quello di accelerare, grazie alla guerra in Ucraina, la crisi delle democrazie occidentali e la conseguente ascesa del populismo e il declino della globalizzazione. Che lo abbia voluto o meno, il fatto è che oggi la Russia si ritrova in un mondo senza regole, in cui dominano i Paesi economicamente e tecnologicamente più forti, decisi a fare uso della forza militare pur di prevalere.

Finite, dunque, le prerogative post-sovietiche della Russia, che ha perso la sua capacità di ricatto energetico nei confronti dell’Europa, non avendo più un peso in un Consiglio di Sicurezza paralizzato dai reciproci veti tra grandi potenze. Per di più, la reiterata minaccia russa di fare ricorso alle armi nucleari ha tolto valore al regime di non-proliferazione, privando così Mosca del suo ruolo di arbitro. Ma, se l’ordine mondiale viene meno, anche il revisionismo putiniano è destinato a scomparire rapidamente. Per di più, la Russia sta attraversando una forte crisi interna e, per la prima volta da generazioni, manca un riferimento esterno al quale fare (ideologicamente) da contraltare, dato che storicamente la sua identità era definita in alternativa all’Europa e all’Occidente nel suo complesso. Ora, se questo conglomerato contrapposto, una volta coeso culturalmente e militarmente, si sfalda e viene meno, non esiste più per i russi un “noi di qua; loro di là”, né tanto meno esiste una contrapposizione ideologica. La Russia, quindi, dipende oggi dal solo sviluppo interno, ma il suo governo non è in gado di favorirlo. Il quarto e ultimo fattore è il crescente controllo ideologico, che non presenta contropartite utili per i suoi cittadini, dato che non regge più l’assunto per cui il regime si occupa di politica e i sudditi ne ricevono in cambio benessere economico. Oggi, quella cessione di libertà (comprese le ultime restrizioni su Internet, per impedire attività di cyberspionaggio da parte del nemico) e di richiesta di disciplina avvengono senza che il regime sia in grado di formulare proposte per il futuro. Ed è così che (finalmente) una dittatura muore.


di Maurizio Guaitoli