Sudan-Etiopia: rischio ecatombe

lunedì 11 maggio 2026


In questi ultimi tre anni il Sudan attrae le attenzioni internazionali per la catastrofica situazione che sta attraversando; una guerra civile iniziata a metà aprile 2023, tra gruppi armati prima alleati, l’esercito regolare frutto di un golpe comandato dal Generale Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, contro altro pseudo generale conosciuto come Mohamed Hamdan Dagalo, soprannominato Hemedtipiccolo Maometto”, ex alleato e capo delle Forze di supporto rapido. Questo scontro per il potere e per le immani ricchezze, soprattutto oro, ha fatto esplodere modalità oppressive da ambo le parti dai tratti difficilmente immaginabili: stupri di massa, almeno 14 milioni di sfollati, oltre 150mila morti, carestia, distruzione di ogni sistema sanitario o struttura di assistenza, azzeramento percorsi scolastici, enormi danni al sistema agricolo, e anche non pochi casi di crocifissione di donne. Insomma, un’ecatombe umanitaria sostenuta da Paesi terzi che per strategie economiche e di potere corroborano questa lotta, diciamo fratricida.

Quindi, come nelle più note guerre in atto, si assiste a un’escalation del conflitto con il coinvolgimento di altri attori che tendono a perpetuare le tensioni regionali, impedendo così che tali guerre si sedino. Era già nota la posizione degli Emirati Arabi Uniti (Eau), a fianco delle Forze di supporto rapido considerate ribelli, era anche noto che il Sudan, in generale, soffre della incombente presenza a nord dello Stato etiope, una nazione con chiare ambizioni imperialiste e dotata della più imponente diga africana, la Gerd, ovvero la diga del rinascimento etiope, che condiziona il flusso del Nilo dal Sudan all’Egitto, Paese che supporta al-Bourhane. Insomma, anche questo uno Stato compresso, come il Libano, tra politica e geografia il cui destino è deciso dai soliti golpisti e da nazioni che non ambiscono a favorire venti di pace. Ora, il governo di Khartoum in mano all’esercito regolare di al-Bourhane, accusa oltre che gli Emirati Arabi Uniti anche l’Etiopia di affiancare le Forze di supporto rapido del “piccolo Maometto”.

Cosi, la settimana scorsa il generale Asim Awad Abdelwahab, portavoce dell’esercito regolare, ha dichiarato ufficialmente di avere le prove che da oltre due mesi si stanno verificando attacchi con droni lanciati dall’aeroporto etiope di Bahir Dar, aggiungendo che i velivoli armati sono stati forniti dagli Eau. Per questo motivo è stato richiamato l’ambasciatore sudanese da Addis Abeba. Il punto di conclamazione di tale crisi si è avuto dopo l’attacco della settimana scorsa all’aeroporto di Khartoum; in precedenza altri bombardamenti si erano verificati negli stati sudanesi del Nilo Azzurro, del Nilo Bianco, di Gezira e del Kordofan. L’ultimo che ha interessato lo stato di Gezira, nel Sudan centrale, ha eliminato i familiari del comandante delle Forze dello scudo sudanese, Abu Agla Kaikal, gruppo armato che ha disertato dalle Fsr per allearsi con l’esercito regolare sudanese. Sempre la settimana scorsa un attacco con droni ha colpito la seconda città del Sudan, Omdurman, causando varie vittime.

Ma la questione che desta maggiori attenzioni e può causare un grave peggioramento dell’instabilità regionale, è il distacco che si è creato tra Khartoum e Addis Abeba, una potenziale crisi che allontanerebbe la possibilità di una tregua della guerra civile in Sudan e demarcherebbe nuovi schieramenti sullo scacchiere del Nilo. Infatti, da alcuni mesi i rapporti già discretamente ambigui tra Addis Abeba e Khartoum si sono drasticamente incrinati a causa di accuse reciproche di sostenere i rispettivi nemici; tanto è che accreditate fonti di informazioni locali, supportate da una inchiesta Reuters, hanno accertato la presenza nella città etiope di Asosa, al confine con il Sudan, di una base militare segreta dove sono dislocati i miliziani delle Fsr. Inoltre, già tra il 2020 e il 2022, quando l’Etiopia era martoriata da un sanguinoso conflitto civile denominato guerra del Tigray, combattuto dal governo centrale contro la regione del Tigray ubicata a nord del Paese, il governo etiope accusò il Sudan di avere approfittato della guerra per posizionarsi nel territorio conteso di el-Fashaga a confine dei due Paesi. A questo è seguita l’accusa a Khartoum da parte di Addis Abeba di appoggiare il Fronte di liberazione del popolo del Tigray tramite la fornitura di armi, denaro e attrezzature belliche. Ricordo che l’esercito regolare sudanese è ben dotato di arsenale militare grazie al fiorente mercato delle armi che può sostenere con le enormi risorse economiche a disposizione. Inoltre fonti etiopi affermano che il governo di al-Bourane funge anche da coordinamento per diverse organizzazioni antigovernative etiopi; tanto è che risulta che nel marzo 2025, quando Khartoum fu completamente ripresa ai ribelli delle Fsr, tra le fila dell’esercito regolare sudanese erano presenti mercenari provenienti dal Tigray.

Martedì scorso, Gedion Timothewos, ministro degli Esteri etiope ha dichiarato infondate le accuse sudanesi sul coinvolgimento dell’Etiopia nel recente attacco all’aeroporto di Khartoum. Resta la domanda: per quale motivazione nell’aeroporto etiope di Bahir Dar erano presenti droni della classe Unmanned combat aerial vehicle, Bayraktar Akıncı in dotazione agli Emirati Arabi Uniti, gli stessi che hanno colpito Khartoum e altre aree del Sudan controllate dall’esercito regolare? Ricordo che gli Eau acquistano questi droni dalla società privata turca Baykar Tecnologies, il cui “padrone” è Selcuk Bayraktar genero del presidente della Turchia Recep Tayyip Erdoğan. Comunque Mohieddin Salem, ministro degli Esteri sudanese, ha dichiarato che anche se Khartoum non ha intenzione, per ora, di avviare azioni militari contro altri Paesi, è pronto a rispondere militarmente a chiunque minacci il Paese e preparato ad entrare in guerra contro l’Etiopia se sarà necessario. Uno scenario già minato dalla crisi tra Etiopia ed Egitto a causa della diga etiope Gerd, e che incendierebbe tutta la regione del Nilo se scaturisse una guerra tra Etiopia e Sudan, ricordando che l’esercito di al-Bourhane è supportato anche dall’Egitto e quello di Hemedti anche dall’Etiopia.


di Fabio Marco Fabbri