Spie russe: l’Europa nel mirino

martedì 5 maggio 2026


L’espulsione di tre diplomatici russi da parte dell’Austria riporta al centro della scena europea una verità che molti fingono di ignorare ma che, ciclicamente, riaffiora con forza: Vienna non è soltanto la capitale elegante della Mitteleuropa, ma resta uno dei principali crocevia dello spionaggio internazionale. La decisione annunciata dal ministro degli Esteri Beate Meinl-Reisinger arriva infatti al termine di una vicenda che ha il sapore della Guerra fredda aggiornata all’era digitale: una “foresta di antenne” installata sui tetti delle sedi diplomatiche russe, utilizzata – secondo le autorità austriache – per intercettare dati e comunicazioni, anche via internet satellitare, provenienti da organizzazioni internazionali presenti sul territorio. La ricostruzione, anticipata dall’emittente pubblica Orf e poi confermata dal ministero, ha trasformato un sospetto diffuso da anni in un atto politico concreto, cioè l’allontanamento di personale diplomatico accusato di aver travalicato i limiti dell’immunità per svolgere attività di intelligence. Mosca ha reagito con la consueta durezza retorica, denunciando una mossa “ingiustificata” e “politicamente motivata”, e promettendo una risposta.

È il copione classico delle relazioni tra Stati quando il terreno è quello opaco dello spionaggio: accuse, smentite, ritorsioni simmetriche. Ma al di là della dialettica ufficiale, il caso solleva interrogativi più profondi sulla posizione dell’Austria nello scacchiere europeo e sulla sua storica ambiguità strategica. Paese neutrale per tradizione e per scelta costituzionale, Vienna ha costruito negli anni una reputazione di piattaforma diplomatica globale, ospitando sedi chiave come le Nazioni Unite e l’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa. Questa concentrazione di istituzioni internazionali ha inevitabilmente attratto una densità anomala di personale diplomatico, che spesso – come la storia insegna – svolge funzioni ben più articolate di quelle ufficiali. Non è un caso che proprio un rapporto governativo austriaco abbia definito Vienna “una delle ultime sedi rimaste in Europa per l’intelligence russa nel settore delle comunicazioni”.

Una definizione che suona quasi come una resa di consapevolezza: l’Austria è al tempo stesso osservatore e terreno di gioco. Le circa 220 persone accreditate presso le missioni russe nel Paese rappresentano un numero significativo, soprattutto se letto alla luce delle espulsioni già avvenute dall’inizio della guerra in Ucraina, che hanno colpito quattordici membri del personale diplomatico. Eppure, nonostante questi interventi, la percezione è che il fenomeno resti strutturale, non episodico. Il caso delle antenne è emblematico proprio per questo: non si tratta di una spy story tradizionale fatta di microfilm e incontri clandestini, ma di un’infrastruttura tecnologica visibile, quasi ostentata, che per anni è rimasta lì, tollerata o quantomeno non contrastata in modo decisivo. Solo ora, in un contesto geopolitico radicalmente mutato dopo l’invasione dell’Ucraina, Vienna sembra aver deciso di cambiare passo. Meinl-Reisinger ha parlato esplicitamente di “cambio di rotta”, sottolineando l’inaccettabilità dell’uso dell’immunità diplomatica per attività di spionaggio. È una dichiarazione che segna una discontinuità, almeno sul piano retorico, rispetto a una tradizione di prudenza e, talvolta, di accomodamento.

A rendere ancora più significativo il momento contribuisce il contesto europeo più ampio. La Germania, nello stesso periodo, ha espulso un individuo accusato di spionaggio per conto della Russia e ha convocato l’ambasciatore di Mosca, ribadendo che attività di questo tipo, soprattutto se condotte sotto copertura diplomatica, non saranno tollerate. Si delinea così una linea più assertiva da parte di diversi Paesi europei, che sembrano voler ridurre gli spazi di manovra delle reti di intelligence russe sul continente. In questo quadro si inserisce anche il processo a Egisto Ott, ex funzionario dei servizi segreti austriaci accusato di aver passato informazioni a ufficiali russi e a Jan Marsalek, figura centrale nello scandalo Wirecard. Marsalek, latitante e ricercato a livello internazionale tramite un mandato Interpol, è ritenuto vicino all’intelligence russa, in particolare all’Fsb, e secondo diverse ricostruzioni si troverebbe a Mosca dopo una fuga rocambolesca nel 2020. Il caso Ott-Marsalek rappresenta una sorta di livello superiore della stessa dinamica: non più solo attività di raccolta dati dall’esterno, ma penetrazione all’interno delle strutture statali. A questo punto, la questione smette di essere esclusivamente austriaca e diventa europea. Se è vero che Vienna rappresenta un caso-limite per storia e collocazione, è altrettanto vero che reti simili operano – con modalità diverse – in molte capitali del continente.

Per questo motivo, una riflessione più ampia appare inevitabile: tutti i Paesi europei, dall’Italia alla Francia, dovrebbero interrogarsi sull’opportunità di ridurre drasticamente la presenza di personale diplomatico russo accreditato, soprattutto laddove vi siano fondati sospetti che tale presenza ecceda le normali attività consolari e politiche. Non si tratta di una scelta priva di costi, né di una misura simbolica: significherebbe ridefinire un equilibrio delicato tra relazioni diplomatiche e sicurezza nazionale, accettando un livello più alto di tensione pur di limitare spazi operativi che, negli ultimi anni, si sono rivelati tutt’altro che neutri. Tutti questi elementi compongono un mosaico che va oltre il singolo episodio delle espulsioni. Indicano piuttosto una tensione crescente tra la vocazione internazionale dell’Austria e la necessità di difendere la propria sicurezza e credibilità. Il governo sembra aver compreso che la reputazione del Paese è in gioco, come sottolineato dallo stesso rapporto ufficiale che parla di danno all’immagine internazionale causato dalle attività di intelligence con origine a Vienna. In un’Europa sempre più polarizzata, restare un hub neutrale ma permeabile rischia di diventare insostenibile. La domanda, a questo punto, è se l’espulsione dei tre diplomatici rappresenti l’inizio di una strategia più ampia o solo un gesto simbolico dettato dalle circostanze. La storia recente suggerisce che lo spionaggio non si elimina con singoli atti, ma si adatta, si trasforma, trova nuove vie. Tuttavia, anche i segnali contano, soprattutto in diplomazia. E quello lanciato da Vienna è chiaro: il tempo della tolleranza silenziosa potrebbe essere finito. Resta da vedere se sarà davvero così o se, come spesso accade nella capitale austriaca, sotto la superficie continuerà a scorrere quel fiume invisibile di informazioni, contatti e operazioni che da decenni fanno di Vienna non solo una città, ma un nodo cruciale dell’intelligence globale.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza


di Renato Caputo (*)