lunedì 4 maggio 2026
Scommettiamo? Ovvero: volete vedere che un giorno l’Ai (Artificial Intelligence, nell’acronimo inglese) si sbarazzerà della nostra specie inutile e dannosa? Fortuna che, però, Dio non è solo nei quanti (i mattoni del corpo umano, dalla prima all’ultima cellula), ma anche nella materia e nell’energia oscura. Per cui, se ipotizziamo che l’uomo sia fatto sia dell’una (materia apparente), sia dell’altra, allora possiamo azzardare l’ipotesi che l’anima appartenga all’energia oscura che cresce con il distanziamento. Se il corpo muore (ma i suoi atomi sono eterni!), l’anima guadagna la vita eterna toccando in un tempo infinito tutti i punti estremi dell’Universo attuale. Noi, poi, non sappiamo chi siamo, né ora né mai, perché viviamo immersi uno spazio di probabilità: gli eventi ci cambiano e il loro avverarsi è esclusivamente probabilistico. La nostra specie si distingue tra tutti i senzienti perché si è dotata in milioni di anni di uno strumento unico: il funzionamento della mente, basato sulle proprietà biofisiche della rete neuronale e su potenziali sinaptici (variazione temporanea del potenziale elettrico di un neurone, causata dal rilascio di neurotrasmettitori da parte di un altro neurone vicino). Ma, questo ha un significato molto profondo per metterci in grado di fare una proiezione di qui a due secoli, quando l’Ai quantistica sarà divenuta realtà, e avrà scoperto sia il funzionamento della mente che la teoria unitaria (che sposa leggi di gravità e dei quanti) sulle forze di natura. Di sicuro, quell’Ai non lo verrà a dire a noi, perché sarà diventata allora pienamente autonoma. Ma qui, vale l’alternativa “ci credo-non ci credo”, dato che proietta un futuro lontano.
Però qualcosa possiamo capire sin da oggi, avendo già i russi messo a punto armi totalmente autonome guidate dall’intelligenza artificiale, la quale, in Russia come in Cina, non deve sottostare ai vincoli etici che l’Occidente si è autoimposto. Quindi, se il mastino è libero di mordere a suo piacimento, le nostre regole sugli accalappiacani non valgono nulla per i loro padroni russi, come spiega sul New York Times la specialista Kateryna Bondar. Dopo quattro anni di guerra, a nostra insaputa (o nel silenzio complice, dipende), Mosca ha sviluppato un impressionante, pragmatico approccio all’innovazione militare, dando la precedenza nell’individuazione delle priorità ai seguenti aspetti. Si privilegia ciò che funziona da quello che può sembrare più elegante; si preferisce l’ampliamento di scala rispetto a fini più ambiziosi, così come si esaltano i risultati pratici sul campo di battaglia a discapito di progetti mirabolanti, destinati a restare sulla carta. Prendiamo l’esempio dei droni Shahed iraniani di cui i russi hanno acquisito il brevetto nel 2022, modificando il progetto originario parecchie decine di volte in tre anni, per dotarlo di nuovi strumenti di navigazione, comunicazione, carico esplosivo utile (payload) e maggiore versatilità tattica. E questi cambiamenti non sono venuti soltanto da ingegneri qualificati, ma da studenti lavoratori impiegati presso il sito produttivo di Elabuga in Tatarstan, una località a 620 chilometri da Mosca. In questo modo (come accade da tempo anche in Cina), la linea di demarcazione tra formazione e sviluppo degli armamenti è stata deliberatamente resa molto più fluida, in modo da rafforzare notevolmente l’autonomia di singoli e start-up, per dare priorità assoluta in ambito nazionale allo sviluppo dell’Ai per le armi a guida autonoma, grazie all’attivazione di un ecosistema coordinato di imprese pubbliche e private.
Per capirci: il Cremlino ha programmato entro il 2030 la formazione di un milione di specialisti nel settore dei sistemi a guida automatica, puntando a una crescita del 400 per cento del numero dei laureati informatici esperti in intelligenza artificiale, con l’obiettivo di implementare le tecnologie dell’Ai nel 95percento delle industrie operanti nei settori strategici della produzione industriale e degli armamenti. In pratica, l’industria civile genera dati, talenti e software che vanno poi a confluire nelle applicazioni per la difesa, che a loro volta vengono sperimentate sul campo (tipo, finché c’è guerra c’è progresso!) e, quindi, ulteriormente migliorate e modificate. Ovvero, la Russia non sta ormai costruendo solo droni ma un’intera infrastruttura di supporto a questa tecnologia d’avanguardia, in modo da sviluppare test sperimentali, siti di produzione, sistemi di management aerospaziale e training pipeline (flusso di lavoro automatizzato che gestisce l’intero processo di addestramento di un modello di machine learning). Quindi, qui non si sta solo parlando di diversificazione degli acquisti militari per la difesa, ma di qualcosa di ben più sofisticato che riguarda il cambiamento di mentalità, organizzazione e livello di automazione di interi comparti industriali. E questo è reso possibile dal fatto che la Russia sta senza sosta sperimentando e dando priorità a tutto ciò che tecnologicamente si dimostra più resiliente e performante sul campo di battaglia. Fonti ucraine, e non solo, riferiscono di impressionanti progressi sul campo dei russi sull’impiego di droni che operano in assenza di comunicazioni con l’esterno, attraverso la navigazione e l’identificazione autonome dei bersagli, che vengono colpiti indipendentemente dal controllo umano in remoto.
Questo culto della praticità, che mette all’indice l’astrazione, crea alle armi russe un indubbio vantaggio rispetto alle strategie militari Usa, che presuppongono il coordinamento dei diversi sistemi d’arma, chiamati a coordinarsi tra di loro come un sistema a rete, cosa che però è ancora ben lungi dall’essere realizzata. I russi, invece, realizzano software che si rivelano in grado di risolvere problemi pratici sul fronte di battaglia, tipo il sistema di puntamento dinamico Glaz-Groza. Il primo, Glaz, partendo da una qualsiasi sequenza di immagini registrate (footage, in inglese), estrae con un semplice “click” le coordinate del bersaglio trasmettendole istantaneamente a Groza, un hub di controllo e puntamento che opera da laptop o da tablet, consentendo all’artiglieria di intervenire nell’arco di pochi minuti, anziché di ore, come accadeva nel recentissimo passato. Ovviamente, oggi Glaz-Groza fa parte dei programmi avanzati nelle accademie militari russe, mentre scuole private per l’esercitazione all’uso di droni partecipano a un circuito di formazione a livello nazionale, denominato Progetto Arcangelo, che a sua volta costituisce un centro di impulso per testare nuove tecnologie e studiare l’adattamento tattico sul campo dei sistemi automatici. La cosa assolutamente innovativa è rappresentata dal fatto che tutto questo ecosistema di automazione non è controllato dallo Stato, ma gode di una vita sostanzialmente autonoma, nel senso che viene addirittura auspicata la nascita di start-up nel “garage di casa” per lo sviluppo e l’assemblaggio di dispositivi automatici e della guerra elettronica, facendo così transitare la Russia dal gigantismo burocratico ad hub dell’intraprendenza privata. Esattamente come qui da noi, in Europa: non vi pare?
di Maurizio Guaitoli