mercoledì 29 aprile 2026
Che i Paesi africani non riescano a trovare uno stabile equilibrio politico è cosa nota, salvo rare eccezioni e i casi di presidenze decennali o le similari autocrazie ereditarie. Tanto è che dalla prima decolonizzazione che ha interessato il Continente africano dopo gli anni Cinquanta del secolo scorso, si sono celebrati oltre 200 colpi di Stato. Ma se i golpe in Africa, vista la frequenza e la consuetudine, possiamo definirli uno strutturale sistema di avvicendamento politico, meno “fisiologici” sono quelli dove gli attori sono Stati esteri. In questi casi le tonalità neocolonialiste hanno caratterizzato governi, in particolare nell’area del Sahel, dove Paesi come il Burkina Faso, Ciad, Niger e Mali, tanto per citarne alcuni, hanno immaginato che le neo strategie occidentali potessero rendere stabili le giunte golpiste, quelle ritenute non frutto di processi “venduti” come democratici. Ma la realtà è che si sono concretizzate, sulla popolazione di questi Stati, carenze che stanno facendo rimpiangere le modalità operative dei tradizionali colpi di Stato. Così dopo il Burkina Faso, tutt’oggi in parte assediato da movimenti jihadisti, ora i governanti golpisti al potere in Mali rischiano nuovamente di perdere il controllo di una parte del suo territorio, se non di tutto.
Il contendere è quella che possiamo definire “la questione Kidal”; questa città ubicata a nord est del Mali, è da anni palcoscenico di conflitti e tensioni. Così in questi ultimi tempi è tornata ad essere il fulcro di una lotta per il potere tra l’etnia tuareg, e l’esercito maliano. Un conflitto che non è solo per il controllo di un area geografica, ma rappresenta un valore strategico e soprattutto simbolico. In breve: Kidal rappresenta per i tuareg il simbolo della resistenza, differente e molto più ampio della comune concezione locale di “resistenza”. In vari periodi e nonostante i numerosi tentativi di ristabilirne l'autorità statale, la regione che comprende Kidal è stata fuori dal controllo dello Stato maliano. Nel 2012 Kidal fu occupata da gruppi jihadisti, e l’esercito maliano applicò la “teoria della ritirata”, giustificata dall’allora presidente del Comitato nazionale per la restaurazione della democrazia e dello Stato, Amadou Sanogo, come garanzia di sicurezza, sia per gli abitanti che per le loro proprietà, mettendo l’integrità territoriale in sottordine. Poi nel 2014 iniziò la “neo copertura” francese con l’Operazione Barkhane, così la regione nord est del Paese fu gradualmente riportata sotto il controllo di Bamako; solo Kidal, con la complicità francese, rimase baluardo tuareg. Tuttavia tale “operazione” corruppe gli equilibri di potere e fece percepire al governo maliano di essere stato scavalcato. Tanto è che per un lungo periodo le forze armate maliane furono mal sopportate in quella regione. Nel 2023 i militari maliani dopo avere estromesso dai loro rapporti i francesi ed avere seppellito l’operazione Barkhane (fine 2022), si affidarono ai mercenari russi Wagner, a seguito Africa corps, che ripresero il controllo di Kidal, suggellando uno storico successo, anche questo di grande valore simbolico.
Dal 26 aprile la situazione è cambiata, secondo varie fonti maliane, i tuareg che avevano già legato, con obiettivo di scopo, con i gruppi jihadisti, hanno occupato molti quartieri della città di Kidal. Inoltre sono stati effettuati molti attacchi in tutto il Paese contro postazioni militari dell’esercito maliano. Tale operazione si colloca in uno scenario dove sono state programmate le strategie e le tempistiche, in un momento di grande criticità del governo di Bamako. Una crisi del regime che non si verificava dal golpe del 2020. Domenica il generale Sadio Camara, ministro della Difesa e uno degli uomini più influenti del Paese, è stato ucciso, mentre il capo della giunta, il generale Assimi Goïta, da sabato mattina quando sono iniziate le ostilità è scomparso dai radar dell’informazione. La questione di maggiore rilevanza è che Camara risiedeva a Kati, una cittadella militare, una sorta di fortezza, che dista alcuni chilometri da Bamako, qui risiede anche Goïta e l’attentato suicida è avvenuto tramite l’utilizzato di un autobomba che ha ucciso anche alcuni familiari di Camara. Nonostante la “fortezza Kati” i jihadisti del Juim, ovvero, Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin, gruppo terroristico legato ad al-Qaeda, insieme ai tuareg del Fla, Fronte di liberazione dell’Azawad, sono riusciti ad applicare la “tecnica trumpiana”, iniziando con l’annichilire uno dei leader del regime maliano; magari vista la situazione in Iran non continueranno nel seguire le strategie di Donald Trump!
Attualmente risulta che sia in corso un negoziato tra i tuareg del Fla, e i mercenari dell’Africa corps stanziati a Kidal; tale accordo prevede il ritiro dei russi dalla città. Informazioni locali riferiscono che i miliziani dell’Africa corps si riposizioneranno in Libia; ritengo che la loro localizzazione sia specificatamente in Cirenaica. Mentre l’esercito maliano si dovrebbe dispiegare nella città di Anéfis a circa un centinaio di chilometri da Kidal, notizia confermata anche dalla tivù pubblica Ortm. Cosa trarre dalla “questione Kidal?” alla luce dei fatti possiamo valutare almeno tre fattori: il primo è che il jihadismo nell’area sub sahariana è evidentemente in crescita anche osservando l’arsenale militare in dotazione ai jihadisti. Inoltre una alleanza di scopo tra una etnia radicata come i tuareg e i terroristi islamici, apre a considerare che i movimenti terroristici di stampo islamista posso cooperare anche con altre realtà locali non necessariamente legate all’estremismo islamico. Il terzo fattore è che i poteri dei governi golpisti o meno sono stati squilibrati dalle interferenze straniere, francesi e coadiuvanti, e russi, mettendo in crisi i “naturali” equilibri politici dei governi. Tanto è che la Coalizione delle forze per la repubblica, movimento che vede figura rilevante Mahmoud Dicko, imam maliano in esilio, ha chiesto le dimissioni del governo di Bamako, e l’avvio di una transizione civile, repubblicana e inclusiva, al fine di evitare un drammatico collasso del Paese. “Transizione civile”, repubblicanesimo e inclusività, “elementi” difficili da scorgere visto il “profilo” dei proponenti e dei suoi alleati.
di Fabio Marco Fabbri