mercoledì 29 aprile 2026
Quasi 88.000 detenuti hanno beneficiato in Marocco del programma previsto dalla legge sulle pene alternative, nello spazio di poche settimane tra il 29 gennaio e il 15 marzo, con il rilascio immediato di 8.947 prigionieri. A fare il punto in Parlamento è stato il ministro della Giustizia Abdellatif Ouahbi, che ha indicato come la popolazione carceraria sia già scesa da circa 109.000 a 99.000 detenuti. Un dato che, più che un semplice aggiornamento statistico, restituisce il senso di una riforma che sta producendo effetti concreti in tempi rapidi.
Non si tratta di un intervento isolato, ma dell’applicazione di una legge recente che punta a cambiare approccio: meno automatismi nella detenzione per i reati minori e più spazio a misure alternative, pensate per responsabilizzare i condannati senza interrompere completamente il loro legame con la società. In queste settimane le decisioni dei giudici hanno seguito proprio questa linea, con un uso ampio di strumenti diversi tra loro: dalle multe giornaliere, che rappresentano una quota significativa delle sentenze, ai lavori socialmente utili, fino a misure di controllo e percorsi di trattamento. Il monitoraggio elettronico resta ancora limitato, ma è un segmento destinato a crescere man mano che il sistema si consolida.
La riforma si muove su un terreno ben preciso, quello del sovraffollamento carcerario, che da anni rappresenta una sfida per il sistema penitenziario marocchino. I dati della Délégation générale à l'administration pénitentiaire et à la réinsertion mostrano come la pressione sulle strutture sia elevata, e proprio per questo la scelta di ampliare il ricorso alle pene alternative appare come una risposta concreta e operativa, più che simbolica. Ridurre il numero dei detenuti significa anche migliorare le condizioni all’interno degli istituti e rendere più gestibile il lavoro dell’amministrazione penitenziaria.
Un altro elemento rilevante riguarda il profilo dei beneficiari: si tratta in larga parte di persone coinvolte in reati minori o condannate a pene brevi, cioè quei casi in cui la detenzione tradizionale rischia di essere poco utile sul piano rieducativo. L’idea alla base della riforma è semplice ma incisiva: evitare che il carcere diventi un passaggio automatico quando esistono strumenti più efficaci per favorire il reinserimento. In questo senso, il Marocco si sta allineando a modelli già adottati in diversi Paesi europei, dove le pene alternative rappresentano una componente stabile del sistema penale.
Il risultato è un equilibrio più pragmatico tra esigenze diverse: da un lato la necessità di mantenere fermezza nei confronti dei reati più gravi, dall’altro la volontà di utilizzare strumenti più flessibili per i casi meno complessi. I primi numeri indicano che questa impostazione sta funzionando, con una riduzione tangibile della popolazione carceraria e un sistema che appare più articolato nella gestione delle condanne. È un passaggio che segna un’evoluzione concreta, perché non si limita a intervenire sull’emergenza dei numeri, ma introduce un modo diverso di pensare la pena, più orientato alla responsabilità e al ritorno nella società.
di Costantino Pistilli