martedì 28 aprile 2026
Il cancelliere tedesco Friedrich Merz, parlando lunedì a degli studenti della Renania Settentrionale-Vestfalia, ha delineato una possibile evoluzione del conflitto in Ucraina, soffermandosi sia sugli aspetti militari sia sulle implicazioni politiche ed europee. In particolare, Merz ha affermato: “A un certo punto, l’Ucraina firmerà un accordo di cessate il fuoco. Potrebbe poi risultare che una parte del territorio ucraino non sarà più ucraina”. Con questa dichiarazione, il cancelliere ha evocato esplicitamente l’ipotesi che una futura soluzione negoziale possa includere modifiche territoriali. Riferendosi al presidente Volodymyr Zelenskyy, Merz ha inoltre aggiunto che, nel caso in cui fosse necessario ottenere il sostegno popolare – anche attraverso un referendum – la comunicazione politica dovrebbe essere impostata in termini strategici: “Se il presidente Zelenskyy vuole comunicare questo al pubblico e ottenere il sostegno della maggioranza degli ucraini, dovrebbe dire loro: Vi ho aperto la strada verso l’Europa”. Il cancelliere ha anche affrontato il tema dell’adesione dell’Ucraina all’Unione europea, sottolineando alcuni vincoli. “L’Ucraina non entrerà nell’Ue finché la guerra sarà in corso”, ha affermato, ribadendo anche la necessità di proseguire con le riforme interne.
Sul piano delle tempistiche, Merz ha espresso scetticismo rispetto alle ipotesi avanzate da Kyiv: “L’idea di entrare nell’Ue il 1° gennaio 2027 non funzionerà. Anche il 1° gennaio 2028 è irrealistico”. Nel complesso, le sue dichiarazioni delineano una posizione che collega l’evoluzione del conflitto, le scelte politiche interne ucraine e il percorso di integrazione europea, indicando limiti e condizioni ritenuti necessari nel processo di adesione. Il cancelliere tedesco è solo l’ultimo in ordine di tempo a inserirsi in questo dibattito. C’è un’idea che riaffiora con regolarità nelle guerre lunghe: sacrificare territorio per comprare la pace. È una tentazione che si presenta come pragmatica, quasi inevitabile, soprattutto quando il conflitto si trascina e i costi umani ed economici diventano sempre più pesanti. Ma nel caso della guerra di aggressione russa contro l’Ucraina, questa apparente razionalità rischia di tradursi in un errore strategico di vasta portata. La proposta di un ritiro ucraino da parte dell’oblast di Donetsk non è una concessione marginale, né un compromesso tecnico: è una scelta che potrebbe compromettere in modo duraturo la capacità difensiva di Kyiv e aprire la strada a nuove avanzate russe. Oggi il quadro politico e militare si presenta irrigidito. I tentativi di riavviare un negoziato si sono progressivamente arenati, anche perché il Cremlino ha utilizzato il dialogo più come strumento tattico che come reale apertura diplomatica, guadagnando tempo sul terreno. Nel frattempo, lo spostamento dell’attenzione strategica degli Stati Uniti verso il Medio Oriente e la conseguente riduzione del flusso di aiuti militari hanno contribuito a modificare gli equilibri operativi.
Mosca ne ha approfittato intensificando gli attacchi, in particolare contro infrastrutture energetiche e obiettivi civili, nel tentativo di piegare la resistenza ucraina non solo sul piano militare ma anche su quello sociale. In questo contesto, ridurre la questione del Donetsk a una semplice sottrazione geografica – poche migliaia di chilometri quadrati rispetto a un territorio già in gran parte occupato –significa ignorarne completamente il valore strategico. Il sistema urbano formato da Sloviansk e Kramatorsk rappresenta oggi il fulcro della difesa ucraina nel Donbas: una cintura fortificata costruita negli anni successivi al 2014 e ulteriormente rafforzata durante l’invasione su larga scala. Insieme ad altri centri come Kostiantynivka e Druzhkivka, queste città costituiscono una barriera che impedisce alle forze russe di avanzare rapidamente verso ovest, costringendole invece a una guerra lenta e logorante. Kostiantynivka, in particolare, si trova oggi sulla linea del fronte ed è sottoposta a una pressione diretta, con combattimenti nelle aree circostanti e collegamenti resi sempre più precari; Druzhkivka, poco più a ovest, svolge invece il ruolo di retrovia immediata, bersaglio costante di bombardamenti ma ancora sotto controllo ucraino.
Le informazioni più recenti confermano che questo settore resta il punto più caldo del fronte. Le forze russe continuano a esercitare una pressione costante lungo gli assi che conducono a Kramatorsk e Sloviansk, ma i progressi restano limitati e ottenuti a caro prezzo. Il campo di battaglia è ormai saturo di droni e sistemi di sorveglianza, il che rende estremamente difficile qualsiasi manovra rapida e favorisce invece scontri di attrito, combattuti metro per metro. In questo scenario, le unità russe si affidano sempre più a piccoli gruppi di fanteria che avanzano per infiltrazione, mentre l’artiglieria continua a svolgere un ruolo centrale nel logoramento delle posizioni ucraine. La strategia di Kyiv si inserisce coerentemente in questa dinamica. Piuttosto che inseguire una stabilizzazione completa del fronte – oggi irrealistica – l’obiettivo è rallentare l’avanzata nemica, infliggere perdite elevate e preservare i nodi difensivi fondamentali. Le città del Donbas ancora sotto controllo ucraino, pur sottoposte a bombardamenti quotidiani, continuano a funzionare come bastioni che obbligano Mosca a pagare un prezzo crescente per ogni avanzata. È proprio per questo che un ritiro preventivo dall’area nord-occidentale dell’oblast di Donetsk rappresenterebbe un rischio difficilmente sostenibile.
Le regioni retrostanti, come Kharkiv e Dnipropetrovsk, offrono condizioni difensive molto meno favorevoli: territori più aperti, meno urbanizzati, più esposti alle infiltrazioni e quindi più difficili da difendere nel lungo periodo. La perdita del sistema Sloviansk –Kramatorsk significherebbe, in sostanza, privarsi di un punto di ancoraggio strategico senza disporre di alternative equivalenti. A ciò si aggiunge una dimensione politica tutt’altro che secondaria. Il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy ha più volte escluso concessioni territoriali, non solo per una scelta politica ma anche per vincoli costituzionali e per la pressione dell’opinione pubblica. I sondaggi indicano che la maggioranza degli ucraini rifiuta l’idea di cedere territorio in cambio di garanzie di sicurezza percepite come incerte o difficilmente verificabili.
Accettare una simile proposta rischierebbe quindi di indebolire il fronte interno e di aprire una fase di instabilità politica in un momento già estremamente delicato. La storia europea offre precedenti che aiutano a leggere il presente. Nel 1939 la Finlandia rifiutò di cedere all’ultimatum sovietico sull’istmo careliano, affrontando una guerra durissima contro un avversario molto più potente. Pur subendo perdite territoriali, la resistenza finlandese inflisse costi tali da impedire l’occupazione completa del Paese e da preservarne l’indipendenza. È una lezione che resta attuale: cedere senza combattere può apparire una scelta prudente, ma spesso incoraggia ulteriori pressioni e apre la strada a esiti peggiori. Non è dunque un caso che sia stato proprio il presidente finlandese Alexander Stubb ad evidenziare come la guerra condotta da Vladimir Putin rappresenti un fallimento strategico. “L’obiettivo iniziale del Cremlino era conquistare l’intera Ucraina, ma il risultato è stato opposto: il Paese è stato spinto ancora più saldamente verso l’Europa e la Nato”.
Dal punto di vista militare, Stubb sottolinea anche l’enorme costo umano rispetto ai guadagni territoriali. Nel 2025, la Russia avrebbe conquistato meno dell’1 per cento del territorio ucraino, pagando però un prezzo altissimo: circa 400mila tra morti e feriti. “A questo ritmo – ha aggiunto Stubb – la conquista completa della regione di Donetsk potrebbe costare altri 800mila tra morti e feriti, rendendo l’avanzata estremamente inefficiente sul piano militare”. Infine, Stubb evidenzia che l’obiettivo di Putin resterebbe comunque il controllo dell’intera Ucraina, e che solo una minaccia concreta alla stabilità del suo regime potrebbe modificarne la strategia. Il Donbas, dunque, non è soltanto una linea sulla mappa. È un nodo strategico, un simbolo politico e un banco di prova per l’equilibrio europeo. Accettare la logica del “tanto lo perderete comunque” significherebbe legittimare una strategia aggressiva e incentivarla. Al contrario, la resistenza – pur costosa – contribuisce a modificare il calcolo dell’avversario e a mantenere aperta la possibilità di una pace fondata su un equilibrio reale. In assenza di questo equilibrio, qualsiasi accordo rischierebbe di essere soltanto una tregua fragile, destinata a spezzarsi. Ed è proprio nel Donbas, oggi, che si decide se una tregua – quando e se arriverà – potrà trasformarsi in una pace duratura.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
di Renato Caputo (*)