Ue bipolare: sanziona la Russia mentre compra il suo gas

lunedì 27 aprile 2026


Da un contesto geopolitico così drammaticamente compromesso dalle guerre in atto, sia in Ucraina sia in Iran, emerge in modo esponenziale il dato sconcertante di un futuro economico per l’Unione europea sempre più impoverito, con una progressiva scarsità di risorse energetiche, come il gas a causa della guerra contro la Russia e del petrolio a causa della guerra contro l’Iran. Alla luce di una situazione così allarmante risultano ancora più inquietanti le dichiarazioni rilasciate dal commissario europeo all’Energia, il danese Dan Jørgensen (nella foto). In particolare, le parole rilasciate dal succitato commissario in un’intervista al quotidiano La Stampa, riaccendono una delle questioni più controverse degli ultimi anni sul rapporto tra l’Unione europea e le forniture energetiche russe. Alla domanda se la crisi mediorientale e il rischio di shock petrolifero possano spingere Bruxelles a riconsiderare il divieto di acquisto del gas di Mosca, la risposta è stata netta: “Assolutamente no”. Una posizione ferma, coerente con la linea politica adottata dopo l’invasione russa dell’Ucraina, ma che apre interrogativi profondi sulla sostenibilità economica e sulla reale coerenza dell’azione europea. Secondo Jørgensen, la Russia avrebbe trasformato l’energia in un’arma geopolitica, rendendo inaccettabile qualsiasi ritorno alla dipendenza energetica dal Cremlino.

Il messaggio è chiaro, ossia che l’Europa non deve più consegnare il proprio benessere nelle mani di Vladimir Putin. Tuttavia, l’apparente fermezza delle dichiarazioni ufficiali si scontra con i dati da cui si evince una realtà più complessa e per molti osservatori, decisamente antitetica, se non bipolare. Il primo nodo riguarda la sicurezza energetica del continente, in un contesto internazionale segnato dalla guerra in Ucraina, dalle tensioni in Medio Oriente e dall’instabilità dei mercati globali, l’Europa continua a trovarsi esposta al rischio di rialzi dei prezzi e carenze di approvvigionamento. La scelta di rinunciare strutturalmente al gas russo, anche nell’ipotesi di una futura pace, implica la necessità di sostituire in modo permanente una quota rilevante di forniture con fonti alternative spesso più costose. Il risultato si riflette sulle bollette di famiglie e imprese e sulla competitività del sistema industriale europeo. Il secondo fronte è quello della transizione ecologica (di matrice ideologica), in quanto Bruxelles sostiene che la risposta alla crisi non sia riallacciare rapporti con Mosca, ma accelerare il Green Deal, riducendo il consumo di combustibili fossili e investendo nelle rinnovabili. Una strategia ambiziosa, che però incontra forti resistenze nel mondo produttivo, dove molti settori industriali denunciano costi energetici elevati, burocrazia crescente e perdita di competitività rispetto a giganti come Cina e Stati Uniti, dove l’energia costa meno e le regole ambientali sono spesso meno stringenti. Il comparto automobilistico europeo, in particolare, teme di cedere quote di mercato proprio mentre Pechino consolida il suo predominio nei veicoli elettrici. In realtà, il punto più delicato è proprio un altro, perché mentre l’Unione europea dichiara di voler isolare economicamente la Russia, continua comunque ad acquistare energia proveniente da Mosca, direttamente o indirettamente.

Lo stesso commissario Jørgensen ha ammesso che dal 2022 i Paesi europei hanno speso più denaro per comprare energia di matrice russa di quanto abbiano destinato in aiuti all’Ucraina. Una frase che pesa come un macigno e che sintetizza il paradosso europeo, visto che secondo recenti analisi di centri indipendenti specializzati nel monitoraggio energetico, l’Europa resta uno dei principali acquirenti di gas naturale liquefatto russo. Una parte consistente delle forniture continua ad arrivare nei terminali europei via nave, nonostante le sanzioni e la retorica politica. Inoltre, a ciò si aggiungono prodotti raffinati ottenuti da greggio russo e riesportati attraverso Paesi terzi, che finiscono comunque nei mercati comunitari. In pratica, la materia prima russa entra nel sistema europeo seguendo percorsi più lunghi, meno trasparenti e spesso più costosi. I numeri mostrano che alcuni Stati membri figurano tra i maggiori importatori, non a caso Spagna, Francia, Belgio e Ungheria risultano frequentemente ai primi posti nelle classifiche mensili relative al gnl russo. Pertanto, questo significa che la linea europea non è uniforme, perché mentre Bruxelles proclama il superamento della dipendenza da Mosca, diversi governi continuano a comprare energia russa per ragioni economiche e strategiche. Non meno controversa è la posizione dell’Europa nei confronti dell’Ucraina, con Bruxelles che da un lato finanzia Kiev con aiuti militari, economici e umanitari, e dall’altro lato applica delle restrizioni ambientali comunitarie che rischiano di penalizzare alcune esportazioni ucraine, come l’acciaio.

I meccanismi di tassazione del carbonio introdotti per sostenere la transizione verde potrebbero infatti colpire la produzione industriale ucraina proprio nel momento in cui il Paese ha bisogno di liquidità, investimenti e accesso ai mercati europei per sostenere la propria economia in guerra. Il quadro che emerge è quello di un’Unione europea sospesa tra principi politici e necessità materiali, dove da un lato sussiste la volontà di punire l’aggressione russa e di emanciparsi definitivamente dalla dipendenza energetica orientale e dall’altro lato v’è l’inconfutabile difficoltà concreta di fare a meno di quelle stesse risorse senza pagare un prezzo economico molto alto. L’inchiesta sulle dichiarazioni del commissario Jørgensen mostra dunque una verità scomoda, ossia che l’Europa predica autonomia strategica, ma continua a muoversi dentro una rete di dipendenze che non è ancora riuscita a sciogliere. Al postutto, finché questa contraddizione resterà irrisolta, ogni annuncio di indipendenza rischierà di scontrarsi con la realtà dei mercati, delle bollette e delle scelte industriali e quindi con il buon senso, con il costo di tutto ciò che impoverirà ulteriormente le già provate finanze dei cittadini europei, d’altronde è ciò che accade da sempre.


di Fabrizio Valerio Bonanni Saraceno