giovedì 23 aprile 2026
La guerra che l’Occidente si rifiuta di comprendere
Una delle interpretazioni errate più persistenti e pericolose del confronto militare con l’Iran è l’ostinata confusione tra un regime ideologico brutale e il popolo che opprime da quasi cinque decenni. Non è un caso. Teheran ha da tempo compreso che la sua migliore difesa non sono i missili o i suoi proxy, ma il controllo della narrazione. Nelle capitali occidentali, dove la chiarezza morale troppo spesso cede il passo all’opportunismo politico, questa confusione genera una strana paralisi: il timore di “nuocere al popolo iraniano” serve da pretesto per tollerare un regime che quella popolazione l’ha colpita in modo ben più crudele e sistematico di quanto abbia mai fatto qualsiasi potenza esterna. Dalla Rivoluzione islamica del 1979, la Repubblica islamica dell’Iran ha governato attraverso la repressione, l’indottrinamento ideologico e ricorrenti esplosioni di violenza estrema, come le esecuzioni di massa del 1988. In seguito a una fatwa emessa dalla Guida suprema della Repubblica islamica, l’Ayatollah Ruhollah Khomeini, le “commissioni della morte” condussero processi sommari, spesso della durata di pochi minuti, prima di giustiziare i prigionieri politici. Le stime sul numero delle vittime variano. Organizzazioni internazionali per i diritti umani ed ex membri del regime parlano di diverse migliaia di morti (comunemente tra 2.800 e 5.000), mentre i gruppi di opposizione indicano una cifra che arriva fino a 30mila. Molte delle vittime erano giovani attivisti, studenti o sostenitori di movimenti di opposizione, tra cui i Mujahedin-e Khalq. I loro corpi furono gettati in fosse comuni e le loro famiglie lasciate senza risposte.
Ancora oggi, il regime nega la reale portata di questi massacri, nonostante alcuni dei diretti responsabili siano in seguito ascesi ai vertici dello Stato. Anziché essere “una mera” aberrazione, lo sterminio dei propri cittadini è diventato un metodo per gestire il dissenso interno. Questo schema non solo è proseguito, ma si è ulteriormente intensificato. Nel novembre 2019, le proteste scatenate da un improvviso aumento del prezzo del carburante sono state represse con forza letale in un clima di quasi totale oscuramento dell’informazione. Secondo un’inchiesta della Reuters, che cita fonti del Ministero dell’Interno iraniano, le forze di sicurezza uccisero circa 1.500 persone in pochi giorni. Altre migliaia furono arrestate, torturate o semplicemente fatte sparire. Nel 2025, almeno 1.639 cittadini iraniani sono stati giustiziati. Quest’anno, solo nei primi tre mesi, le esecuzioni sono state 657, e almeno altre 1.600 risultano già programmate.
Nel settembre 2022, la morte mentre era sotto custodia della 22enne Mahsa Amini, arrestata e verosimilmente sottoposta a torture dalla “polizia morale”, perché accusata di non aver indossato correttamente il velo islamico, ha scatenato un’altra rivolta a livello nazionale. Ancora una volta, il regime ha risposto con la forza. Le organizzazioni per i diritti umani hanno documentato oltre 500 vittime, tra cui decine di bambini, e oltre 20mila arresti. Anche in questo caso, non si tratta di episodi isolati: essi fanno parte di una guerra interna prolungata condotta dal regime contro ampi segmenti della propria popolazione. Nel gennaio scorso, il regime iraniano ha avviato una delle repressioni più sanguinose della sua storia recente, con le proteste represse con un ordine di “sparare a vista” e “con ogni mezzo necessario”, impartito il 9 gennaio dalla defunta Guida suprema Ali Khamenei. Le stime sono controverse, ma dati sanitari interni e inchieste indipendenti indicano che tra 30mila e 36.500 manifestanti sarebbero stati uccisi in soli due giorni, e decine di migliaia sono state ferite o arrestate soltanto nel mese di gennaio.
Le forze di sicurezza, tra cui il Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica e le forze paramilitari Basij, hanno fatto uso di munizioni reali contro civili disarmati, prendendo spesso di mira testa e torace, mentre veniva imposto un blackout di Internet a livello nazionale per occultare l’entità delle uccisioni. Sono state segnalate sepolture di massa, la scomparsa dei corpi e intimidazioni nei confronti del personale medico, a conferma di un tentativo sistematico non solo di reprimere il dissenso, ma anche di cancellare le prove delle uccisioni di massa. Gran parte dei commenti occidentali continua, tuttavia, a presentare qualsiasi forma di pressione sull’Iran come un pericolo principalmente per “il popolo iraniano”, come se quest’ultimo non vivesse già sotto una minaccia quotidiana da parte dei propri governanti. In quella che appare chiaramente come una negligenza giornalistica, gli iraniani che rischiano la vita scandendo slogan come “morte al dittatore” nelle strade di Teheran, Shiraz o Isfahan vengono spesso descritti all’estero come vittime passive di un’aggressione straniera, anziché come agenti attivi di resistenza contro un sistema che li teme più di qualsiasi nemico esterno.
E questo ci porta alla tanto discussa dichiarazione del presidente statunitense Donald J. Trump: “Gli aiuti stanno arrivando”. Liquidata dai critici come mera retorica, l’affermazione non era intesa come una promessa di un’immediata dimostrazione di forza militare. La geopolitica non si svolge come una serie televisiva. Ciò che conta è la strategia di fondo: combinare pressione economica, azioni militari mirate contro gli interessi del regime e minare psicologicamente l’aura di invincibilità del regime stesso. L’idea che il popolo iraniano, già oppresso, possa improvvisamente, in qualche modo e senza armi, insorgere magicamente e riconquistare il proprio Paese, sottraendolo a un regime armato fino ai denti e con una lunga storia di uccisioni di massa, è pura illusione. In questa prospettiva, gli esiti di una simile dinamica vengono talvolta accostati a episodi storici di resistenza estrema in condizioni di profonda asimmetria di potere, come la rivolta del Ghetto di Varsavia, in cui gli ultimi sopravvissuti tentarono di opporsi all’esercito tedesco, o la battaglia di Alamo: atti di grande valore simbolico ed eroico, ma con esiti militari inevitabilmente sfavorevoli.
Alcuni Paesi del Golfo, come l’Arabia Saudita, potrebbero preferire che l’Iran rimanga una sorta di dittatura piuttosto che una democrazia, per non alimentare nei propri cittadini false illusioni su forme di governo più libere. Una soluzione così illusoria, tuttavia, verrebbe percepita come un colossale tradimento della promessa “gli aiuti stanno arrivando” e verrebbe senza dubbio utilizzata per danneggiare i Repubblicani nelle prossime elezioni di midterm negli Stati Uniti. Un esito ancora più grave sarebbe quello in cui l’amministrazione Trump finisse per trascinare la popolazione iraniana, già segnata da condizioni di forte vulnerabilità sociale e politica, da una forma di oppressione clericale verso un sistema di controllo militarista altrettanto coercitivo. In questo scenario, la trasformazione sarebbe solo apparente: cambierebbe la cornice ideologica del potere, da religiosa a secolare, ma non la sostanza della repressione esercitata sulla società. Si configurerebbe un assetto predatorio il cui potere si basa sulla proiezione di forza all’interno del Paese e sull’assunzione di un ruolo di vittima sul piano internazionale.
La risposta di Teheran segue uno schema ricorrente: dispiegare deliberatamente asset militari tra la popolazione civile (una pratica che costituisce un crimine di guerra), per poi strumentalizzare immediatamente le vittime civili al fine di suscitare indignazione internazionale. Si tratta di una forma di guerra di propaganda, utilizzata anche da gruppi terroristici come Hamas e Hezbollah, che puntualmente sfugge all’attenzione dei media e della comunità internazionale. Se l’Occidente considera il regime iraniano e la popolazione iraniana come un tutt’uno, questa strategia risulta efficace. Se invece tali false equivalenze vengono smascherate, la narrazione perde coerenza e s’indebolisce. Il popolo iraniano ha dimostrato ripetutamente di non identificarsi con i governanti che pretendono di parlare a suo nome. Si tratta di una popolazione tenuta in ostaggio, non di una nazione unita a sostegno del proprio regime. Nessuna forza può da sola realizzare un cambio di regime sostenibile. Una trasformazione reale deve in ultima analisi nascere dall’interno, ma con un generoso sostegno esterno. Le pressioni esterne possono indebolire il sistema sul piano economico e creare delle aperture, ma in termini pratici non ci si può aspettare che gli iraniani commettano coraggiosamente un suicidio collettivo affrontando i loro oppressori armati, se l’Occidente è troppo codardo per aiutarli. Quella svolta è stata a un passo dal verificarsi in passato, nel 2009, nel 2019 e nel 2022, per poi essere soffocata sia dalla brutale efficienza del regime sia, ancor più, dal cinico disinteresse verso i manifestanti da parte dell’Occidente, che ha invece preferito avvicinarsi a Teheran. La differenza oggi è che il regime non gode più di un dominio incontrastato.
I critici occidentali che definiscono sconsiderato un approccio militare, anche se questo ha offerto al regime numerose vie d’uscita, dovrebbero rispondere a una semplice domanda: qual è l’alternativa? Nuovi cicli di negoziati con un regime che ha violato ogni accordo mai firmato? L’accettazione passiva mentre migliaia di iraniani vengono incarcerati, torturati o giustiziati? Oppure un atteggiamento di condanna morale privo di conseguenze? Questa non è una politica, è una resa. Il regime iraniano non è solo un altro attore geopolitico. È un sistema predatorio che divora la propria popolazione esportando instabilità in tutta la regione. “L’Iran è un crimine di guerra che dura da 47 anni”, ha affermato il senatore John Fetterman (Democratico per la Pennsylvania). L’amministrazione Trump deve “rendere di nuovo grande l’Iran, per liberarlo. Opporsi al regime non è un attacco contro l’Iran: significa vincere finalmente una guerra lunga mezzo secolo che i suoi governanti hanno imposto al proprio popolo, ai Paesi vicini e all’Occidente. Trump non sta “danneggiando” l’Iran. È sul punto di liberarlo. La più grande sventura per il popolo iraniano e per il mondo libero sarebbe se decidesse ora di fermarsi.
Il vero Iran, quello che protesta, resiste e aspira a una vita normale, è vittima di una guerra che i suoi leader gli hanno imposto per decenni. La vera tragedia sarebbe prolungarne anche solo una parte. Per troppo tempo, l’Occidente ha distolto lo sguardo mentre il regime, senza ritegno, massacrava la propria popolazione, attaccava e destabilizzava i Paesi vicini, uccideva quasi un migliaio di americani, e tentava di assassinare Trump e altri funzionari statunitensi. Finché questa distinzione strategica non verrà compresa, il dibattito sull’Iran rimarrà intrappolato nella stessa spirale sterile di confusione e paura: il medesimo contesto in cui l’Occidente ha consentito al regime non solo di prosperare, ma anche di prevalere.
(*) Tratto dal Gatestone Institute
(**) Traduzione a cura di Angelita La Spada
di Pierre Rehov (*)