Aggressione russa: anche senza gli Usa, Kyiv non cede

venerdì 17 aprile 2026


Le immagini che arrivano quotidianamente dall’Ucraina – città distrutte, civili colpiti, infrastrutture rase al suolo – non possono essere lette come eventi isolati o come una semplice prosecuzione inevitabile di un conflitto già in corso. Esse si inseriscono invece in un contesto politico e strategico profondamente mutato, in cui le scelte della leadership internazionale, e in particolare degli Stati Uniti, hanno contribuito a ridefinire gli incentivi e i limiti percepiti dagli attori in campo. In questo quadro, il ritorno di Donald Trump al potere ha rappresentato un punto di svolta significativo, con conseguenze che si riflettono oggi sul terreno ucraino. Uno degli elementi centrali di questo cambiamento riguarda il segnale politico inviato alla Russia. In geopolitica, i segnali non sono mai neutri: essi influenzano il calcolo strategico degli Stati, modellano le aspettative e contribuiscono a stabilire ciò che è considerato possibile o rischioso. Le ripetute dichiarazioni di ammirazione nei confronti di Vladimir Putin da parte di Trump, così come la volontà di ristabilire relazioni più strette con Mosca, hanno avuto un impatto che va ben oltre il piano simbolico. Quando il leader della principale potenza occidentale mostra apertura verso un avversario strategico, senza accompagnare tale apertura con condizioni chiare o con una postura di deterrenza, il risultato può essere interpretato come una riduzione dei costi politici e diplomatici dell’aggressione. In altre parole, il Cremlino può percepire un margine maggiore di azione, ritenendo meno probabile una risposta dura e coordinata da parte degli Stati Uniti.

A questo si aggiunge un secondo fattore cruciale: l’erosione della credibilità e della fiducia nelle istituzioni americane. Le alleanze internazionali si basano su un presupposto fondamentale, ovvero la condivisione di informazioni e la cooperazione tra servizi di intelligence. Se gli alleati iniziano a dubitare dell’affidabilità di Washington, l’intero sistema di sicurezza collettiva ne risulta indebolito. Le nomine e le posizioni espresse da alcune figure chiave dell’amministrazione hanno contribuito a generare questo clima di incertezza. Dichiarazioni che mettono in discussione le responsabilità della Russia o che riprendono narrazioni già diffuse dalla propaganda del Cremlino non sono semplici opinioni: esse incidono sulla percezione internazionale della coerenza e della solidità della politica estera americana. In un contesto di guerra, dove la chiarezza delle posizioni è essenziale, anche l’ambiguità può diventare un fattore destabilizzante. Il terzo elemento, forse il più tangibile nelle sue conseguenze, è la sospensione o il drastico ridimensionamento del sostegno all’Ucraina. Per Kyiv, l’appoggio degli Stati Uniti non è mai stato solo una questione simbolica, ma un pilastro fondamentale della capacità di resistenza militare ed economica. Armi, intelligence, assistenza finanziaria: tutto questo ha contribuito a permettere all’Ucraina di contenere l’avanzata russa e di difendere la propria popolazione. Quando questo supporto viene meno, l’equilibrio sul campo cambia rapidamente. Non si tratta di una semplice interpretazione, ma di una linea politica rivendicata apertamente. Come ha dichiarato il vicepresidente statunitense J.D. Vance: “Una delle decisioni di cui andiamo più orgogliosi è aver detto all’Europa: se volete comprare armi, fatelo pure, ma gli Stati Uniti non compreranno più armi né le invieranno all’Ucraina”. In queste parole si coglie con chiarezza il cambio di rotta: Washington non è più il principale garante del sostegno militare a Kyiv. La Russia, trovandosi di fronte a un avversario più isolato e con risorse limitate, può intensificare le operazioni con minori timori di una risposta efficace. Il risultato è un aumento degli attacchi, spesso diretti contro obiettivi civili, e un conseguente incremento delle vittime.

Questi tre fattori – il rafforzamento percepito della Russia, l’indebolimento della credibilità americana e la riduzione del sostegno all’Ucraina – non agiscono in modo isolato, ma si combinano creando un nuovo contesto strategico. In tale contesto, la logica dell’escalation diventa più probabile. Se il costo dell’aggressione diminuisce e le probabilità di una reazione internazionale efficace si riducono, allora l’opzione di intensificare le operazioni militari appare più conveniente. Non si tratta quindi di eventi casuali o di semplici coincidenze, ma del risultato di un cambiamento nelle condizioni di fondo che regolano il comportamento degli attori. È importante sottolineare che la responsabilità primaria della guerra e delle violenze resta della Russia, che ha scelto di invadere un Paese sovrano e di colpire sistematicamente la popolazione civile. Tuttavia, nel sistema internazionale le azioni di un attore influenzano inevitabilmente quelle degli altri. Le decisioni prese a Washington hanno un peso globale e possono contribuire a creare un ambiente più o meno favorevole alla stabilità. In questo senso, il ruolo degli Stati Uniti non è mai marginale: essi possono rappresentare ancora oggi un punto di riferimento fondamentale per l’equilibrio geopolitico.

Le immagini che vediamo oggi, quindi, sono anche il riflesso di queste dinamiche. Esse raccontano non solo la brutalità di una guerra, ma anche le conseguenze di scelte politiche che hanno modificato gli incentivi e le percezioni degli attori coinvolti. La storia, come spesso accade, non giudicherà solo gli eventi in sé, ma anche il contesto in cui essi si sono sviluppati e le decisioni che li hanno resi possibili. In questo senso, il conflitto in Ucraina non è soltanto una tragedia regionale, ma un banco di prova per la credibilità e la coerenza dell’ordine internazionale nel suo complesso. Perché, al di là degli equilibri che cambiano, Kyiv non cede.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza


di Renato Caputo (*)