A Mosca il re è nudo: non chiamatelo Zar

martedì 14 aprile 2026


C’è una sottile ironia geopolitica nel modo in cui la Russia contemporanea sta ridefinendo – o forse dissolvendo – la propria influenza nello spazio post-sovietico. Mentre il Cremlino continua a proclamare ambizioni imperiali e a investire risorse immense nella guerra contro l’Ucraina, quelle che un tempo erano considerate sue naturali aree di influenza in Asia centrale guardano, con crescente pragmatismo, altrove. Non si tratta di un colpo di scena improvviso, ma di una lenta ed inevitabile erosione della capacità di influenza russa in una regione che per decenni aveva considerato acquisita. Il punto centrale non è tanto l’attivismo di nuovi attori, quanto l’assenza sempre più evidente della Russia. Per oltre trent’anni Mosca ha esercitato un ruolo dominante in Asia centrale, fondato su legami economici, militari e politici ereditati dall’epoca sovietica. Oggi quella posizione appare progressivamente svuotata. Non per una scelta strategica, ma come conseguenza diretta delle priorità imposte dalla guerra di aggressione contro l’Ucraina. Il conflitto ha assorbito risorse finanziarie, capacità industriali e attenzione diplomatica, lasciando poco spazio ad altre direttrici di politica estera. Le ambizioni globali del Cremlino restano intatte nella retorica, ma sempre meno sostenute da elementi concreti.

In Asia centrale, questo scarto tra dichiarazioni e realtà è ormai evidente. I Paesi della regione si stanno adattando. Il Kazakistan ha evitato di allinearsi alle posizioni russe sul conflitto ucraino, ribadendo il principio dell’integrità territoriale. Il Kirghizistan ha sospeso attività militari congiunte con Mosca. L’Uzbekistan ha mantenuto le distanze dai progetti di integrazione promossi dal Cremlino. Tagikistan e Turkmenistan ampliano il ventaglio dei propri interlocutori nel campo della sicurezza. Non si tratta di una svolta ideologica, ma di una valutazione concreta: la Russia non è più in grado di garantire ciò che per anni ha rappresentato il fondamento della sua influenza, ovvero stabilità, investimenti e capacità di coordinamento. La crescente dipendenza del bilancio russo dalle spese militari limita fortemente la possibilità di sostenere progetti infrastrutturali o industriali nei Paesi vicini. Persino all’interno della Federazione russa emergono segnali di tensione economica, tra ritardi nei pagamenti e pressione sulle finanze pubbliche. In questo contesto, le proposte che circolano in ambienti russi – dalla costruzione di centrali nucleari al rafforzamento della cooperazione industriale e agricola – restano, nella migliore delle ipotesi, proiezioni astratte scollegate dalle capacità effettive del Paese. Mancano le risorse, ma soprattutto una priorità politica che le sostenga.

L’Asia centrale, semplicemente, non è più al centro dell’agenda del Cremlino. Il ridimensionamento è particolarmente visibile sul piano logistico ed energetico. Il Corridoio di mezzo, la rotta transcaspica che collega Asia ed Europa bypassando la Russia, sta acquisendo una rilevanza crescente. L’Uzbekistan investe in infrastrutture, digitalizzazione e accordi regionali per sviluppare questa direttrice. Le alternative esistono, e vengono perseguite. Persino nei media più vicini al Cremlino si riconosce che fare affidamento esclusivo sulla Russia comporta rischi, soprattutto alla luce delle sanzioni internazionali. Una constatazione che, fino a pochi anni fa, sarebbe stata impensabile. Nel frattempo, altri attori avanzano. La Cina consolida la propria presenza economica, la Turchia rafforza i legami politici e infrastrutturali, gli Stati Uniti tornano a interessarsi alla regione. Il Regno Unito, con un approccio più discreto ma costante, costruisce relazioni in ambiti chiave come finanza ed energia. Questo riassetto apre una finestra di opportunità anche per l’Europa. La perdita di centralità della Russia rende accessibili spazi che in passato erano difficilmente penetrabili. Rotte commerciali, infrastrutture energetiche e connettività offrono margini concreti di coinvolgimento, a condizione di una strategia coerente. In questo quadro si inserisce anche l’Italia. Negli ultimi anni, Roma ha intensificato i rapporti con l’Uzbekistan.

Nel 2023, il presidente uzbeko Shavkat Mirziyoyev è stato ricevuto a Roma, seguito dalla visita a Tashkent del presidente Sergio Mattarella. Nel 2025, la missione della premier Giorgia Meloni ha consolidato il percorso, con accordi economici per miliardi di euro nei settori dell’energia, delle infrastrutture e dell’industria. Non è solo un dato economico: è il segnale che anche Paesi europei stanno entrando in uno spazio che per decenni è stato considerato prerogativa russa. Resta aperta una sola domanda: la Russia è ancora in grado di reagire? Per ora, i segnali indicano il contrario. Strutture come l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, spesso presentate come strumenti del peso internazionale di Mosca, mostrano limiti evidenti. L’assenza di coordinamento tra i membri ne riduce l’efficacia e indebolisce ulteriormente la posizione russa. Il Cremlino continua a rivendicare un ruolo centrale nello spazio eurasiatico, ma le sue capacità risultano sempre più vincolate dalla scelta di concentrare risorse e attenzione su un unico fronte. Il ridimensionamento della Russia non è il risultato di una pressione esterna irresistibile. È, piuttosto, la conseguenza diretta delle sue stesse scelte. Ed è proprio in questo scarto tra ambizioni e realtà che si misura la perdita di influenza di Mosca: silenziosa, progressiva, ma già difficilmente reversibile. A Mosca il re è nudo. E lo zar sopravvive solo nella narrazione del Cremlino e negli occhi di quanti, anche a casa nostra, hanno ancora interesse a crederci.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza


di Renato Caputo (*)