martedì 14 aprile 2026
C’è una strana forma di sadismo che attraversa certi salotti progressisti italiani: festeggiare quando vince la destra. Succede con l’Ungheria, dove la sconfitta di Viktor Orbán diventa automaticamente una vittoria della sinistra. Peccato che la sinistra, in quella geografia politica, sia poco più di un’eco. Il risultato delle urne racconta altro: cambia il volto, non la direzione. Peter Magyar non è il cavaliere di una restaurazione progressista. È un uomo che arriva da dentro quel sistema che oggi contesta, ne conosce i codici, ne condivide pezzi di visione. Più moderato, più europeista, certo. Ma sempre dentro un campo che in Italia chiameremmo di destra.
E allora la domanda resta sospesa, come certe verità scomode: cosa si festeggia davvero? Forse si festeggia la caduta del nemico simbolico. Orbán come totem negativo, figura da abbattere per riaffermare un ordine morale prima ancora che politico. È una dinamica che conosciamo bene anche da noi, dove ogni passaggio (referendum compresi) diventa una prova generale per colpire Giorgia Meloni. Non importa il merito, la sostanza, il dettaglio tecnico. Conta il bersaglio.
È una politica che finisce per perdere il contatto con la realtà, che nel frattempo cambia pelle. In Ungheria, per esempio, quella realtà racconta un Paese che ha attraversato il trauma del ’56, le transizioni difficili degli anni Duemila, e che oggi si riconosce in un orizzonte conservatore, declinato in forme diverse ma difficilmente scalfibile.
Pensare di leggere quel voto con categorie italiane, o peggio ancora con il bisogno di trovare una vittoria simbolica da spendere in casa, è un esercizio di autoillusione. Non è la prima volta che accade a sinistra. E probabilmente non sarà l’ultima.
Intanto, in Italia, il copione si ripete. Elly Schlein e compagni continuano a inseguire una narrazione costruita per sottrazione: contro qualcuno, mai davvero per qualcosa. Picconate e zero proposte. È la sindrome dell’anti identità. Una postura che nel breve periodo può anche mobilitare, ma nel lungo finisce per tradire il Paese.
Perché gli elettori, prima o poi, chiedono una risposta semplice: voi chi siete? Non basta dire chi non si è. Non basta evocare il pericolo altrui. Serve una visione, un racconto, un’idea di futuro che non sia soltanto la negazione di quello degli altri.
L’Ungheria, nel suo piccolo, lo ha già capito. E forse è questo il vero dato politico che sfugge a chi oggi brinda un po’ troppo in fretta. Cambiano i nomi, restano le direzioni. E la realtà, quella sì, non si lascia convincere dalle narrazioni mal scritte. Mortificare, demonizzare la figura della premier a prescindere non basta. Il problema vero è che questa strategia demagogica, basica e superficiale sia anche l’unica voce (sguaiata) del dissenso.
di Michele Di Lollo