lunedì 13 aprile 2026
Negli ultimi anni il tema della cittadinanza ha assunto un significato sempre più complesso in Europa, passando da elemento stabile dell’identità giuridica a strumento che, in circostanze eccezionali, può essere messo in discussione per ragioni di sicurezza nazionale. In questo contesto si inserisce il caso di Mark Bullen, un ex agente di polizia britannico – nato e cresciuto nel Regno Unito – che dopo aver costruito nel tempo relazioni personali e professionali con la Russia e averne acquisito la cittadinanza, si è visto revocare quella britannica. La decisione delle autorità è stata motivata da esigenze di tutela dell’interesse pubblico e della sicurezza nazionale, sulla base di elementi in larga parte coperti da riservatezza. L’uomo, che aveva lavorato per anni nelle forze dell’ordine e aveva partecipato a programmi di cooperazione internazionale anche con controparti russe, era da tempo sotto osservazione e, dopo un controllo al rientro nel Paese, ha ricevuto la comunicazione ufficiale della perdita della cittadinanza.
Questo episodio rappresenta un esempio particolarmente significativo dell’approccio adottato dal Regno Unito, dove la legislazione consente al governo di revocare la cittadinanza a individui ritenuti una minaccia per lo Stato, purché non vengano resi apolidi. Si tratta di un potere ampio, rafforzato nel corso degli ultimi due decenni, soprattutto in risposta alla minaccia del terrorismo internazionale e al fenomeno dei combattenti stranieri. Nel sistema britannico, la cittadinanza non è concepita come un diritto assoluto e irrevocabile, ma come uno status che può essere revocato quando il comportamento dell’individuo è considerato incompatibile con gli interessi fondamentali del Paese. Questo vale in particolare per i soggetti con doppia cittadinanza o che hanno la possibilità concreta di acquisirne un’altra, condizione che consente allo Stato di evitare la violazione del principio internazionale di non creare apolidi. L’ampiezza di questo potere ha suscitato un acceso dibattito, soprattutto per quanto riguarda la trasparenza delle decisioni e il ruolo delle prove, spesso basate su informazioni di intelligence non divulgabili. La possibilità di adottare provvedimenti così incisivi senza un processo penale tradizionale solleva interrogativi sul bilanciamento tra sicurezza e diritti fondamentali, nonché sul rischio di creare una distinzione sostanziale tra cittadini “più protetti” e cittadini “revocabili”, spesso in funzione della loro origine o della loro storia personale.
Se si amplia lo sguardo al resto d’Europa, emerge un panorama articolato, in cui diversi Paesi hanno introdotto strumenti simili, ma generalmente più limitati e circoscritti. In Francia, ad esempio, la revoca della cittadinanza è possibile soprattutto nei confronti di soggetti naturalizzati e in presenza di condanne per reati gravi, in particolare terrorismo, entro un determinato arco temporale dall’acquisizione della nazionalità. La normativa francese è stata oggetto di tentativi di riforma più estensiva, soprattutto dopo gli attentati terroristici, ma incontra forti limiti di natura costituzionale e politica, legati alla tutela dell’uguaglianza tra cittadini. Anche la Germania ha adottato misure che consentono la perdita della cittadinanza in casi specifici, come la partecipazione a gruppi terroristici all’estero, ma il sistema tedesco resta fortemente ancorato al principio del divieto di apolidia e alla necessità di un fondamento giuridico solido, spesso legato a comportamenti chiaramente accertati. Nei Paesi Bassi e in Belgio esistono disposizioni analoghe, che permettono la revoca in presenza di minacce gravi alla sicurezza dello Stato, ma generalmente richiedono un legame con reati accertati o con attività terroristiche, e prevedono un controllo giudiziario più marcato rispetto al modello britannico.
Un ulteriore ambito in cui la cittadinanza è diventata oggetto di interventi restrittivi riguarda i programmi di naturalizzazione per investimento, i cosiddetti “golden passport”. In alcuni casi, Stati europei hanno revocato cittadinanze concesse a individui ritenuti problematici sotto il profilo della sicurezza o dei rapporti geopolitici, in particolare in relazione a legami con Paesi soggetti a sanzioni o considerati ostili. Anche se si tratta di situazioni diverse rispetto alla revoca per motivi di sicurezza interna, esse contribuiscono a delineare un quadro in cui la cittadinanza è sempre più intrecciata con valutazioni di opportunità politica e strategica. In questo scenario, l’Italia rappresenta un caso più prudente e garantista. La normativa italiana non prevede un potere generalizzato di revoca della cittadinanza per motivi di sicurezza nazionale fondato su valutazioni discrezionali dell’esecutivo. La legge consente la revoca solo in circostanze ben definite, in particolare nei confronti di individui che abbiano acquisito la cittadinanza per naturalizzazione o matrimonio e che siano stati condannati in via definitiva per reati legati al terrorismo o alla sicurezza dello Stato. Si tratta di una misura introdotta e rafforzata negli ultimi anni, ma che resta ancorata a un presupposto fondamentale: la necessità di una sentenza penale definitiva e il rispetto del principio di non apolidia. Un aspetto rilevante è che, in Italia, la revoca non può riguardare i cittadini dalla nascita, a differenza di quanto può avvenire nel Regno Unito in presenza di doppia cittadinanza. Inoltre, l’ordinamento italiano ammette pienamente la doppia cittadinanza e non prevede la perdita automatica di quella italiana in caso di acquisizione di una nazionalità straniera. Questo implica che il semplice fatto di ottenere un passaporto di un altro Paese, anche se politicamente sensibile, non costituisce di per sé motivo per la perdita della cittadinanza italiana.
La differenza tra i vari ordinamenti europei riflette approcci diversi al rapporto tra individuo e Stato. Da un lato vi sono modelli, come quello britannico, che privilegiano la flessibilità e la capacità di reagire rapidamente a potenziali minacce, anche a costo di ampliare i poteri discrezionali dell’esecutivo. Dall’altro lato vi sono sistemi, come quello italiano, che pongono al centro la stabilità dello status di cittadino e la necessità di garanzie giuridiche forti, limitando l’intervento dello Stato a casi eccezionali e ben circoscritti. Il crescente ricorso a strumenti di revoca della cittadinanza evidenzia comunque una trasformazione più ampia: in un contesto internazionale caratterizzato da tensioni geopolitiche, conflitti ibridi e nuove forme di minaccia, gli Stati europei stanno ridefinendo i confini della lealtà e dell’appartenenza. La cittadinanza, da elemento quasi intoccabile, diventa così uno dei terreni su cui si misura l’equilibrio tra sicurezza e libertà, tra protezione collettiva e diritti individuali. Il caso britannico, con la sua portata simbolica e giuridica, rappresenta uno dei punti più avanzati di questa evoluzione, mentre il confronto con gli altri Paesi europei mostra come questo equilibrio sia ancora oggetto di un dibattito aperto e destinato a evolversi nei prossimi anni.
(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza
di Renato Caputo (*)