lunedì 13 aprile 2026
Al momento non è intuibile se il perdente destinato, ovvero il governo degli ayatollah-mullah-pasdaran, subirà la sconfitta pluri annunciata da Donald Trump. Indubbiamente, lo scontato fallimento dei negoziati di Islamabad riaprirà le azioni militari contro Teheran. Ma se in questo scenario si vuole cercare un perdente, per adesso, occorre guardare oltre le parti in conflitto. Intanto, chi sta subendo una grande sconfitta è il popolo iraniano; quel popolo che dopo l’8 gennaio ha lascito sulle piazze non solo di Teheran, un numero ancora non definito di vittime. I dati dei morti sono in continuo aggiornamento, ma non meno di 4.000 hanno perso la vita, anche se alcune fonti rivelano varie migliaia in più, inoltre un numero imprecisato di feriti gravi e mutilati. Gli artefici di queste scellerate azioni sono i vari gruppi armati, sia organici alla dittatura teocratica come i pasdaran, e i Basij, organizzazione paramilitare religiosa voluta dall’ayatollah Ruhollah Khomeini nel 1979, che i mercenari provenienti da altri Paesi che hanno supportato i sicari autoctoni, come il gruppo iracheno denominato Hashd al-Shaabi, i criminali afgani della Brigata Fatemiyoun, e le milizie sciite libanesi Hezbollah, tutt’oggi operanti nel Paese. Inoltre quasi a scadenza quotidiana vengono impiccati i manifestanti arrestati, chi è ritenuto dissidente, o spia e chiunque sia sospettato di collaborare con il nemico.
Il popolo iraniano si trova ora disorientato e disilluso, e dopo avere pagato un pesante pedaggio in termini di morti, ha perso la speranza di un veloce passaggio da una dittatura teocratica ad una democrazia secolare; assiste frustrato e rabbioso agli inutili tentativi di negoziati, anche se durano un giorno, che servono solo al regime, in sofferenza ma ancora vigile, a prolungare la sua esistenza permettendogli di continuare ancora più cinicamente la sua repressione sul suo popolo. E nonostante le mutilazioni dei vertici, il governo iraniano regge e detta anche condizioni agli Stati Uniti e Israele, in un incrociarsi di minacce, e promesse di respingere ogni tentativo di abbattimento del regime. Quindi un perdente in Iran c’è ma non è il governo, è la maggior parte del popolo iraniano, quello che lotta per un cambiamento. Ma ci sono altri sconfitti; certamente gli Stati Uniti alla luce di quanto dichiarato, e grazie al loro arsenale militare, narrano la distruzione di quasi tutte le infrastrutture belliche iraniane, ma al ritmo attuale è l'intero mondo occidentale che si sta avviando verso una cocente disfatta.
Infatti, per adesso la guerra che si sta combattendo si basa molto su quanto Israele e Stati Uniti dichiarano, e sulle indicazioni che secondo loro possono rappresentare il significato di “vittoria”. La voce del segretario alla Difesa, Pete Hegseth, sulla linea della strutturale spavalderia governativa, riporta la distruzione sistematica degli obiettivi sul territorio iraniano: quasi 12.500 annientati da inizio guerra, come centri di produzione droni, sistemi di difesa, rampe di lancio missili, basi di comando e strutture logistiche. Sulla stessa traccia comunicativa tre giorni fa Donald Trump ha dichiarato che le forze armate statunitensi non hanno nemmeno iniziato a distruggere ciò che resta in Iran, aggiungendo che se il regime non ubbidirà, sarà la volta delle centrali elettriche e dei ponti; il regime ad Islamabad non ha ubbidito! Ma nonostante le macerie il governo dei mullah regge, i pasdaran continuano a controllare l’apparato di sicurezza e repressivo. Un altro fattore che disegna le dinamiche sociali da non sottovalutare è che l’offensiva israelo-statunitense ha scaturito una reazione nazionalista in Iran, espressa con una campagna di reclutamento tesa a ingaggiare gli iraniani a sacrificarsi per la Nazione. Risulta che questa propaganda iniziata da pochi giorni ha già raccolto quasi due milioni di adesioni. Quindi un regime radicalizzato che sta accelerando sullo sviluppo delle proprie capacità militari, e che non rinuncia al percorso verso il nucleare, come dichiarato nei falliti negoziati pachistani.
Così l’azione militare sta assumendo le connotazioni di un carnevale del caos: la brevissima presenza in Pakistan del delegato statunitense e vicepresidente J.D. Vance, ha dimostrato che né la questione dello stretto di Hormuz, né il nucleare saranno risolte, per ora, tramite colloqui. Proprio la riapertura di Hormuz, se non accadrà, sarà la carta che l’Iran giocherà per continuare a condizionare l’economia mondiale. Ma ad aggravare lo scenario è il doppio blocco di Hormuz che ha dichiarato di attuare Trump con effetto immediato, alla luce dei fallimenti di Islamabad. Una guerra iniziata senza chiare consultazioni regionali, che se gli esiti non saranno quelli dichiarati da Stati Uniti, ovvero una chiara sconfitta iraniana, porteranno le petromonarchie del Golfo persico ad avere una diversa visione del potere statunitense e della sua affidabilità circa la difesa.
The Donald sta anche manipolando il rifiuto degli europei, anch’essi non consultati prima di partecipare a quello che per ora appare come un errore strategico in cui si è trasformata questa guerra, per mettere in discussione il futuro della Nato. Inoltre, Vladimir Putin sta usufruendo del grosso favore, non previsto, che Trump sta offrendo, ovvero la eliminazione del contrappeso militare nel Vecchio continente, nonché i miliardi di dollari che stanno affluendo nelle “casse russe” grazie all’aumento dei prezzi del petrolio. Così Xi Jinping è un altro che legge questa guerra con favore, grazie anche ai preamboli della dilapidazione della credibilità statunitense in Medio Oriente. Tanto è che sia la Russia che la Cina operano nel sottobosco della guerra a favore di Teheran.
Washington continuerà a presentare i suoi trionfi, ma al momento, è la sua credibilità che vacilla. La realtà è che questa guerra ha prodotto un isolamento degli Stati Uniti, che se per il suo alleato, Israele, è una questione con cui convive tra alti e bassi, per Trump è un effetto collaterale non previsto. Quale potrà essere la soluzione del conflitto anche dopo la fuga da Islamabad? La soluzione può essere una sola la definizione di un perdente certo che dichiari la sua resa, anche se le guerre contemporanee stentano a definire vincenti e perdenti; tuttavia, resta chiaro che per adesso chi sta perdendo è il popolo iraniano e l’Occidente.
di Fabio Marco Fabbri