And the winner is…

venerdì 10 aprile 2026


È da un po’ che non posto analisi, ma la colpa è di Trump: la sia imprevedibilità dovuta al comportamento irrazionale e non al tentativo di confondere gli osservatori rende aleatorio cercare di anticipare le sue mosse.

Ora però sembra aver intrapreso un corso di azione meno esagitato e quindi almeno le sue manovre dovrebbero risultare se non meno erratiche, almeno più lente.

Il fatto che i punti di trattativa indicati da americani e iraniani differiscano in maniera così eclatante è in linea con l’irrazionalità del comportamento del giocatore protagonista, ma che a dispetto di ciò le parti in causa abbiano ugualmente acconsentito entrambe a una tregua in vista di negoziati, facendo quindi finta che i punti siano invece vicini, oltre ad apparire contraddittorio è anche indicativo del fatto che entrambi anelino alla fine delle ostilità.

Quello in Medio Oriente, infatti, è il classico conflitto asimmetrico che in realtà nessuno vuole portare avanti più di tanto. America e Iran si detestano, ma nessuna delle due si può permettere il costo di un conflitto portato alle estreme conseguenze. Per molti versi è l’esatto opposto della situazione in Ucraina, dove i contendenti in origine non si odiavano affatto, e dove il conflitto simmetrico e convenzionale ha condotto ad una guerra totale di attrito che entrambi sono costretti a portare avanti fino alle estreme conseguenze; e questo a causa dell’impossibilità per entrambi di accettare il prezzo politico di un accordo che lasci entrambi insoddisfatti.

Infatti, in Ucraina sarebbe impossibile per entrambi vendere un accordo come una “vittoria”, mentre in Medio Oriente per assurdo ambedue le parti potrebbero riuscirci.

A costo di ripetermi per l’ennesima vota, quella in Ucraina è una Guerra Totale: in entrambi i campi sono in gioco la sopravvivenza dei regimi, che a loro volta sono sostenuti dalla larga maggioranza delle rispettive popolazioni, che hanno entrambe investito così tanto nel conflitto e hanno pagato un prezzo tale che un compromesso sarebbe inaccettabile a causa delle perdite subite. In Medio Oriente invece tanto Trump che il Regime iraniano godono di un sostegno limitato da parte delle rispettive popolazioni, che anzi sono in gran parte in opposizione; per l’America non sono in gioco interessi vitali, mentre per l’Iran si tratterebbe effettivamente di sopravvivenza, ma avendo il Regime per sua natura la tendenza al martirio ed essendo disposto ad accettare la distruzione del tessuto nazionale pur di sopravvivere, è come se non lo fosse.

In questa assurda situazione, con l’America che non può permettersi di sostenere ancora a lungo i costi politici ed economici del conflitto e con l’Iran che ha fretta di tornare a fare cassa vendendo petrolio attraverso Hormuz, essendo il conflitto limitato è inevitabile che i contendenti giungano ad un compromesso anche se in realtà non hanno punti in comune su cui basare una vera trattativa di pace.

Resta da vedere come la metterà Israele, il cui Primo Ministro è l’unico attore ad avere un interesse a continuare il conflitto (interesse più proprio che non nazionale, ma qui il discorso diventerebbe complesso e soprattutto molto lungo), ma trattandosi di un “junior partner” non dovrebbe (condizionale d’obbligo) essere in grado di sabotare più di tanto un accordo di facciata fra i due attori principali.

Postuliamo quindi che alla fine, a dispetto della lontananza delle posizioni, un accordo “di pace” (in realtà una tregua) venga raggiunto: in questo caso, avremmo un vincitore?

Ci sono due modi di misurare vittoria e sconfitta in un conflitto armato: calcolando ciò che si è riusciti a ottenere rispetto alle ambizioni iniziali, e soppesando chi ha perso di più. Trattandosi qui di un conflitto asimmetrico, il calcolo è reso più complesso dalla relatività delle posizioni di partenza e dalla differenza delle unità di misura impiegate dalle due parti, ma proviamoci lo stesso.

Cominciamo dall’America: trattandosi di una guerra asimmetrica dove operazioni terrestri erano fuori discussione fin dall’inizio e quindi lo erano anche eventuali “conquiste”, si può ragionare solo di danni inferti al nemico rispetto al costo pagato per infliggerli.

Da questo punto di vista gli americani hanno distrutto quasi completamente la marina e l’aviazione nemica, sradicato la difesa aerea quanto bastava da operare senza troppi problemi su tutto lo spazio aereo avversario, decapitato la dirigenza politica e militare del nemico, eliminato quasi due terzi dei lanciatori missilistici e dei siti di produzione di missili e droni avversari, e danneggiato abbastanza l’infrastruttura nemica da garantire che quanto distrutto non potrà essere ricostruito prima di una decina di anni.

In cambio di questo, sono andati perduti una decina in tutto fra aerei da combattimento, da trasporto ed elicotteri, nessuno dei quali particolarmente moderno, nessun pilota, alcuni droni e una dozzina di personale di terra. Perdite scarse per un conflitto durato più di un mese (specialmente se confrontate alle perdite giornaliere dei russi in Ucraina), a cui però si deve aggiungere una drastica diminuzione dei livelli di munizionamento disponibile e un danno politico-diplomatico di difficile definizione, entrambi aspetti estremamente rilevanti dal punto di vista strategico.

Se lo scopo era ridurre drasticamente la minaccia militare dell’Iran verso gli interessi americani in Medio Oriente, il risultato appare quindi soddisfacente. Se però lo scopo era il cambio di Regime o anche solo il suo indebolimento, non ci siamo proprio.

Dal punto di vista iraniano, il Regime ha tenuto testa al massimo sforzo combinato americano-israeliano ed è sopravvissuto. In più ha anche colpito di rimessa in profondità gli avversari, dimostrando l’incapacità americana di proteggere efficacemente i propri alleati arabi, ha mantenuto il controllo dei propri assetti strategici asimmetrici (Hezbollah, Houti, e le milizie sciite in Iraq) e ribadito la propria capacità di interdizione dello Stretto di Hormuz, che assieme alle esportazioni di greggio gli garantisce ancora una posizione strategica.

Il costo di questa resistenza è consistito nella distruzione delle proprie forze convenzionali e nella temporanea disarticolazione di quelle asimmetriche e territoriali, più danni estesi all’infrastruttura nazionale. Danni questi che però colpiscono molto più la Nazione che non il Regime, che era il vero Centro di Gravità da difendere e che ora per assurdo appare rafforzato rispetto all’opposizione interna.

E Israele? Da quanto si capisce, il Primo Ministro Netanyahu ha “venduto” a Trump l’opportunità di rovesciare il Regime iraniano, ma in realtà ciò che gli premeva veramente era distruggere le capacità di lancio di missili balistici contro Israele, colpire le fabbriche e i depositi di missili e droni, e danneggiare ulteriormente il programma nucleare di Teheran. Nessuno di questi obiettivi poteva essere conseguito nella sua totalità, ma tutti potevano esserlo in misura elevata; difficile quantificarla da qui, ma sicuramente le Idf dispongono di informazioni classificate sui risultati ottenuti, e la disponibilità israeliana ad accettare o meno la tregua sarà un buon indicatore a riguardo.

Il costo per Israele, al netto del munizionamento impiegato, e al netto dei danni da bombardamento piuttosto contenuti, è di natura politica e quindi sfugge alle mie competenze.

In conclusione, Trump ha avuto quello che voleva: ha giocato alla guerra contro il suo nemico preferito e al fianco del suo amico più caro. Tatticamente  ha sostanzialmente “pareggiato” nel suo confronto con il Regime iraniano, ma il costo strategico della sua iniziativa è stato elevato: ha ulteriormente alienato gli alleati storici degli Stati Uniti, ha drammaticamente ridotto le riserve militari del suo Paese, ha demoralizzato le proprie Forze Armate (non dimentichiamo la rimozione di una decina almeno di alti ufficiali, fra cui il Capo di SM dell’Esercito), e isolato ulteriormente gli Stati Uniti in un mondo che prima contava su di essi per la stabilità globale, e ora non sa più cosa aspettarsi da Washington.

Alla fine, sempre considerato che il conflitto era asimmetrico e limitato, il giudizio non potrà che essere assai più politico che militare, e quindi lo vedremo manifestarsi a medio termine, soprattutto alle elezioni americane di novembre.


di Orio Giorgio Stirpe