mercoledì 8 aprile 2026
Umori, malumori e propaganda della Spagna di Sánchez
Dopo le recenti uscite del premier spagnolo Pedro Sánchez contro Italia e resto d’Europa, appare chiaro che attorno alla svolta socialista della Spagna, abbiano fatto convergenza gli aneliti della sinistra europea, da anni in uno stato di dilaniante recessione di consensi. Addirittura si è arrivati a ipotizzare che Donald Trump sia profondamente spaventato (lui ad oggi impegnato ad affrontare Guardiani della rivoluzione, Houthi e Hamas) dalle posizioni di Sánchez, tanto da volerlo “togliere di mezzo” dalla politica europea. Un’analisi più ravvicinata sul fenomeno, mostra lucidamente la causa dei diffusi malumori nei confronti del progressismo, colpevole di una iper-idealizzazione, contraria per definizione dalla realtà, di dinamiche sociali ed economiche. Il sospetto è che non ci siamo interrogati a fondo riguardo al motivo per cui Sánchez, da alleato della Nato e di Israele, si sia trasformato nel peggior nemico europeo dell'Alleanza e di Tel Aviv. La risposta ce la prendiamo a piene mani dai numeri: vi è poco, anzi pochissimo che Sánchez non abbia calcolato nella sua strategia comunicativa, molto meno rischiosa di quello che sembri, dal punto di vista economico e politico.
Partiamo dall'energia, perché è il manifesto più evidente. Dalla chiusura dello stretto di Hormuz, Sánchez gira l’Europa spiegando (ricorda un modernissimo “fuffa guru” dell’epoca social) che il segreto è semplice: investire in rinnovabili, abbattere i prezzi dell’energia, liberare il proprio Paese dalla dipendenza fossile. Un paradiso in terra si direbbe, se non fosse che il modello spagnolo regge su tre condizioni che la Spagna non ha scelto. In primo luogo, la penisola iberica è geograficamente quasi isolata dal resto del mercato elettrico europeo, tanto che i trasferimenti di energia rinnovabile verso il più vicino membro Ue, la Francia, sono sotto il 5 per cento, quando l'obiettivo Ue è il 15 per cento. In altre parole, la Spagna genera un surplus di energia solare che non fluisce verso l'Europa centrale: rimane nel mercato nazionale e abbatte i prezzi. Se questa è la definizione contemporanea di “politica energetica”, possiamo chiudere adesso l’integrazione europea, a questo punto ci conveniva rimanere Stati autonomi. In secondo luogo dal 2022, la Spagna (insieme al Portogallo) ha beneficiato di un “price cap” artificiale sul gas. Una misura di emergenza, autorizzata da Bruxelles proprio perché la penisola era abbastanza isolata da non trasmettere la distorsione dei prezzi al resto del Continente. Non è stata accordata all'Italia né a nessun altro Paese europeo. Non poteva esserlo. In terzo e ultimo luogo, la penisola iberica è profondamente avvantaggiata dal punto di vista climatico e geomorfologico, consentendole una posizione privilegiata per gli investimenti nelle energie rinnovabili. Proprio questi investimenti (una singola variabile) vengono individuati da Sánchez come causa di un effetto (l’impatto ridotto sulla Spagna della chiusura dello stretto di Hormuz) che dipende da tre o quattro fattori strutturali irriproducibili altrove. In statistica si chiama “omitted variable bias”, ed è l’arte di ricondurre ad un fenomeno una causa sola, ignorando le altre. Tradotto in termini politici, si tratta di mera propaganda, cucita ad hoc per un pubblico disposto a credere alla buona fede di chi parla.
Se applichiamo lo stesso pattern alle posizioni di politica estera di Sánchez, il risultato non cambia, dato che il premier sembra aver trasformato la critica a Israele in un brand personale. Ha riconosciuto la Palestina, ha condannato l'operazione militare a Gaza con un’intensità che alcun leader europeo si è ad oggi potuto concedere. A prescindere dalla correttezza o meno di tali posizioni, che deferiamo a diversa sede, possiamo analizzare la questione del “coraggio” in politica internazionale. Quando vogliamo valutare se una posizione di un leader politico è coraggiosa o meno, dobbiamo misurare il costo che il politico espone il suo Paese a pagare con le posizioni che prende. Friedrich Merz ad esempio, con una Germania, che spende il 2 per cento del Pil in difesa, dipende energeticamente dall'import di Gnl e ha 6 milioni di posti di lavoro legati all'export verso la Cina, quando prende posizioni scomode nei confronti degli Stati Uniti, c'è in gioco una porzione pesantissima dei conti pubblici. La Spagna invece resta protetta a livello energetico, e spende solo l'1,24 per cento del Pil in difesa – il fanalino di coda dell’Alleanza atlantica – avendo tra l’altro pubblicamente rifiutato di adeguarsi agli obiettivi Nato, ma (ipocrisia pura) rifiutando categoricamente di sottrarsi all’ombrello di sicurezza collettiva che da decenni altri stanno finanziando al posto suo. Sánchez però, è un politico brillante, prima del volta schiena a Tel Aviv, la Spagna ha trasferito a Israele forniture militari per 1,27 miliardi di euro dall'ottobre 2023, tra cui oltre 60mila componenti per armamenti. Le ha interrotte solo quando il partito di estrema sinistra Sumar (cruciale nella coalizione di Sánchez) ha minacciato di far cadere il governo. Si tratta di una scelta terribile, dato che il Marocco – rivale storico di Madrid per Ceuta, Melilla e il Sahara occidentale – mentre la Spagna si tirava indietro, si è sostituito come partner di Israele. Rabat si è armata con droni da combattimento, missili guidati e satelliti spia israeliani.
C'è un concetto in economia definito “free riding”, indica un consumatore che beneficia di un bene collettivo senza contribuire a finanziarlo, scaricando il costo sugli altri. La Spagna può permettersi di essere la campionessa del Sud globale (in versione europea), di fare la voce grossa su Israele, di proporre se stessa come alternativa progressista al centrismo tedesco, perché non paga le stesse conseguenze diplomatiche, commerciali o militari degli altri Paesi europei. Questo comportamento è quasi sempre collegato ai Paesi con alto debito pubblico, in Spagna ad oggi è al di sopra del 100 per cento del Pil. Vi è in questi Paesi la tendenza a fare grosse promesse di spesa sociale: l’abitudine è ormai quella di esternalizzare il costo ai creditori e ai contribuenti futuri.
Insomma, per concludere, abbiamo mostrato come il “costo effettivo” delle parole di Sánchez è sempre pagato da qualcun altro, ovvero i partner europei che finanziano effettivamente la Nato, i Paesi africani che estraggono il litio per i pannelli solari, i lavoratori con contratto precario in un mercato del lavoro con il 10 per cento di disoccupazione strutturale che la narrazione progressista descrive come “risolta”. In fondo è rivoltante quando un radicalismo funziona proprio perché è protetto da ciò che condanna e la Cuba d’Europa regge proprio sulla sua eccezionalità geografica e politica, la presenta come modello universale, e si permette posture morali che costerebbe carissimo assumere a chiunque non goda delle stesse condizioni al contorno.
di Flavio Pierucci