L’Altra Metà del Cielo e la Famiglia nella Cina post-maoista

venerdì 3 aprile 2026


Per ciò che concerne l’impostazione della famiglia, la sua centralità come cellula fondante dello Stato, mutuata dal Confucianesimo, la Cina rivela sorprendenti analogie con la civiltà romana, così come con quella barbarica, dove i vincoli di sangue furono l’elemento coesivo dei clan patriarcali. Le regole comportamentali, recepite dalla cultura confuciana, erano fondate sull’etica osservata in ambito domestico, come in quello istituzionale, ma solo nel caso che venissero disattese, interveniva il diritto dello Stato con il suo apparato sanzionatorio.

Nel periodo imperiale i Codici che riguardavano la materia familiare, non erano espressivi di alcuna ingerenza dello Stato in tale area, poiché il matrimonio era ritenuto un’istituzione che riguardava esclusivamente le famiglie di provenienza, direttamente interessate. Sin dalla fine dell’Ottocento si era posta la questione dell’emancipazione femminile, con la necessità di garantire la salute e l’istruzione alle donne, ma il tema di un’effettiva parità tra i sessi era ancora lontano dall’essere risolto sotto il profilo politico, economico e sociale, a partire dal mancato riconoscimento del diritto di voto.

È a far data dal 1911 che per la prima volta lo Stato avviò alcuni mirati interventi normativi, a segno dell’accresciuta rilevanza della famiglia anche sotto il profilo del diritto pubblico. Vennero pertanto codificati i diritti ed i doveri dei coniugi, facendosi carico le pubbliche Istituzioni della protezione del nucleo familiare

Nella Cina pre-maoista la struttura patriarcale radicata nei dominanti valori confuciani, si basava sulle “Tre Obbedienze” che sottolineavano l’inferiorità delle donne rispetto al padre, poi al marito e quindi al figlio; ma già nell’età repubblicana (1912-1949) le donne acquisirono l’indipendenza ed ottennero a livello normativo l’autonomia dai mariti, con parità dei diritti e dei doveri rispetto agli uomini. Da ciò scaturì anche il dovere di contribuire con il loro stipendio al sostentamento personale e della propria famiglia.

Le contraddizioni ambigue presenti nel merito della questione femminile erano palesi nella politica seguita dal Partito nazionalista al governo della Repubblica di Cina dal 1928. Per un verso il governo nazionalista varò un Codice civile che nel 1930 sancì la piena parità giuridica tra uomo e donna, garantendo a quest’ultima il diritto alla libera scelta del marito ed alla proprietà dei beni; ma dall’altro – di fatto – perseguì una politica che privilegiava la dimensione domestica e riservava spazi pubblici limitati al gentil sesso, nel solco della tradizione confuciana.

Nel 1949, con la fondazione della Repubblica popolare cinese, Mao si impegnò nella promozione di una sorta di “femminismo di Stato”, volto ad abrogare secoli di gerarchia familiare, configurando la “donna di ferro”. Si trattava della concezione di una donna che abbracciava il lavoro economico ed adempiva alle responsabilità familiari, allo stesso “livello sociale” degli uomini. Ma nel concreto anche nel maoismo si mantenne la concezione che la donna dovesse sacrificarsi per il bene comune, coinvolgendola nelle attività militari ed in quelle politiche, legando le istanze per l’emancipazione femminile al patriottismo. Combattere per la resistenza, significava per le donne lavorare in casa come in fabbrica, preparando gli abiti e le calzature per gli uomini al fronte.

Dopo la rivoluzione maoista, nella Repubblica popolare cinese la famiglia fu disciplinata da norme di produzione pubblicistica, con la tutela del matrimonio da parte dello Stato, che nella famiglia individuò il nucleo fondamentale della società.

I membri della famiglia sono titolari di diritti il cui esercizio non deve pregiudicarne l’armonia, e – a maggior ragione – l’ordine della società.

Il Legislatore cinese più volte nell’arco di circa 80 anni le ha riconosciuto la natura di nucleo primario della società, dal quale dipende pertanto la stabilità e la coesione dello Stato nel suo insieme.

Significativa è stata la riscoperta dei valori familiari – come il prendersi cura degli anziani – così educando i giovani al modello del rispetto e dell’amore filiale, sulla scia di una radicata cultura confuciana che decenni di comunismo non erano riusciti a sradicare.

Nel 2013, anno iniziale del mandato presidenziale di Xi Jinping, fu varata una legge apposita per la tutela dei diritti e degli interessi degli anziani, la quale sancisce non solo che i figli debbano prendersi cura dei genitori, ma anche che debbano recarsi a visitarli con una certa frequenza, aiutandoli anche economicamente.

In quello stesso anno il rappresentante della Cina alle nazioni Unite, Huang Xiaowei, illustrò i traguardi raggiunti a livello nazionale nell’ultimo decennio, per un maggiore coinvolgimento delle donne nell’economia del gigante asiatico. Tuttavia, oggi in Cina le donne nate nelle aree rurali, sono svantaggiate nell’ascesa sociale, a causa di discriminazioni sia nell’accesso al welfare, che nell’eredità dei terreni.

Il 27 dicembre 2015, al termine di due decenni di battaglie, venne finalmente varata una legge contro la violenza domestica, seppure ancor oggi non risulti compiutamente applicata.

Il governo cinese a far data dal 2016, ribaltando l’improvvida legge sul figlio unico varata negli anni 80, dovette fare una netta inversione di marcia, per sostenere la natalità con due figli e contrastare il crollo demografico, con le sue inevitabili ripercussioni sulla sfera economica e lo sviluppo, che sembrarono segnare sempre più il passo nell’ultimo periodo. Ma – venendo ai tempi attuali – ormai molte coppie non vogliono avere figli per nulla, o ne vogliono solo uno, perché l’alternativa risulterebbe troppo dispendiosa.

L’attuale situazione femminile nell’ex Celeste Impero, appare in progressivo deterioramento, in quanto una delle priorità stabilite dal Partito è quella ricordata della crisi demografica, per cui si incoraggia il ritorno delle donne alla vita domestica, con il conseguente divario di genere che ha delle ricadute sul perseguimento degli obiettivi di crescita economica nazionale. Sia i governi locali che quello centrale hanno recentemente introdotto diversi incentivi per le nascite, tra cui remunerazioni in denaro e coperture assicurative per i trattamenti di fertilità.

Quando vigeva l’improvvida legge citata, erano stati effettuati milioni di aborti selettivi dei feti femminili. Nel 2021 è stata innalzata a 3 figli la soglia della natalità consentita, ma ciò non è comunque valso ad invertire la decrescita demografica.

È dunque un rilevante problema quello del calo delle nascite, con particolare riferimento alle grandi città della Cina, come Pechino, Shanghai, Guangzhou e Shenzhen, dove – tra l’altro – il costo della vita è superiore a quello delle città di minori dimensioni, nelle quali gli abitanti continuano a crescere, seppure a ritmi assai bassi.

Pechino ha quindi posto fine alle politiche di pianificazione familiare ed – al pari di altri grandi centri urbani – ha invertito la rotta incoraggiando le gravidanze; ma ciò malgrado, il tasso di natalità ed il numero di matrimoni restano ancora bassi. A causa della pressione legata alla diminuzione della popolazione, i governi locali stanno compiendo sforzi per attirare dei giovani laureati, con sussidi per l’alloggio ed incentivi per l’occupazione alle aziende ed ai singoli cittadini.

Il divario maggiore si registra nel mercato del lavoro, dove contestualmente alla crescita economica degli ultimi trent’anni, la Cina aveva compiuto dei significativi progressi nel garantire alle donne l’accesso paritario all’istruzione. Alla decrescita del lavoro femminile ha contribuito anche il progressivo ritiro dello Stato dal mercato occupazionale, con una discriminazione che ha segnato anche il settore della Pubblica Amministrazione. Non solo: il governo cinese ha ridotto drasticamente i sussidi alle famiglie, incidendo sul progressivo declino del numero di donne partecipanti alla forza lavoro. Come se ciò non bastasse, la recessione del periodo del Covid ha aggravato sia la disoccupazione femminile che il preesistente divario retributivo: in Cina, circa 17,5 milioni di donne lavoratrici in più rispetto agli uomini, sono rimaste disoccupate durante la recessione economica del 2020, senza che vi sia stato un successivo recupero.

Molte città hanno abbassato la soglia di registrazione per le famiglie e semplificato il processo per consentire ai giovani di stabilirsi più facilmente. Sia i governi locali che quello centrale, hanno introdotto diversi incentivi per le nascite, tra cui remunerazioni in denaro e coperture assicurative per i trattamenti di fertilità.

Con l’approvazione del Codice civile del 2020, entrato in vigore l’anno successivo, è stata riformata anche la disciplina dell’istituto familiare, tenuto conto delle numerose trasformazioni sociali ed economiche, intervenute in tutti gli ambiti del diritto cinese.

Detto Codice ha introdotto delle innovazioni sul matrimonio, le relazioni familiari, il divorzio, l’adozione, le successioni. Il Legislatore ha aggiunto ai ‘doveri morali’ dei coniugi, quelli di insegnare dei buoni valori familiari, promuovendo la virtù e costruendo una civiltà della famiglia.

Quella del diritto di famiglia risulta pertanto un’area nella quale l’etica acquista un valore prioritario ed imprescindibile, con la parità tra i coniugi, la monogamia, il dovere della reciproca fedeltà.

Tra le innovazioni introdotte nella riforma del diritto di famiglia è risultata dunque particolarmente significativa la ricordata abrogazione del vincolo del figlio unico, e dal 2021 ne sono stati consentiti (ed auspicati!) fino a tre per coppia sposata, dato il crollo demografico conseguente alla precedente pianificazione. Ma oggi sono le giovani famiglie cinesi in genere a non voler procreare, per conservare il loro attuale livello di vita, sicché nel 2022 vennero registrate 850.000 nascite in meno rispetto ai deceduti.

I nati, dunque, tra gli anni ‘80 e ‘90, sono prevalentemente figli unici – in ragione della menzionata politica demografica del Regime – i quali pongono il lavoro al centro dei loro interessi e, quindi, con poco tempo libero per poter coltivare delle amicizie. Tuttavia, contro il progetto di costruire una nuova famiglia ostano dei fattori oggettivi, come gli elevati prezzi degli immobili nei centri urbani, il costo delle cerimonie nuziali, quello per il mantenimento dei figli, la forte concorrenza nel campo dell’istruzione.

Quanto a tal ultimo settore, il processo di alfabetizzazione è pressoché completo, ma va sottolineato che le scuole urbane sono di livello migliore rispetto a quelle rurali. Le università pubbliche sono di più elevato livello rispetto a quelle private, ed il sistema accademico cinese nel suo insieme è quello che ha investito di più nella ricerca e nello sviluppo a livello mondiale, preceduto in ciò solo da quello statunitense.

L’istruzione ha avuto un ruolo determinante nella crescita della Cina, unitamente all’espansione degli interscambi tra le imprese di rango internazionale, alla costante innovazione tecnologica, alla selettività basata sul merito. All’accelerazione per la maturazione delle nuove generazioni ha indubbiamente contribuito Internet, che ha consentito loro di confrontarsi con i coetanei ovunque nel mondo, con una circolarità del sapere che trascende i confini nazionali, i sistemi politici, i sistemi economici, le Fedi religiose, le tradizioni avite, per giungere ad una vera e propria cittadinanza universale.

Lo sviluppo economico ha comportato la capillarità dell’assistenza sanitaria, la diffusione del ceto medio, l’incremento dell’urbanizzazione, l’allungamento delle prospettive di vita ed il crollo della mortalità infantile, nonché la citata crescita dell’istruzione. Quest’ultima è sempre più valorizzata come linguaggio per la mutua comprensione tra i Popoli, per l’equilibrio e la cooperazione internazionale, nonché come fattore essenziale per lo sviluppo economico, gli scambi e la perequazione sociale. Nel sistema sanitario coloro che possono avvalersi di un’assicurazione possono rivolgersi – come in Occidente – ad efficienti strutture private, mentre i meno abbienti devono far riferimento ad una non altrettanto efficiente sistema sanitario pubblico (anche qui come in Occidente).

Il ruolo della donna, pur se tendenzialmente emancipata dalla soggezione maritale di confuciana memoria dopo l’avvento del comunismo, solo dopo un lungo e travagliato cammino si è venuto ad affermare in una prospettiva di parità. Quello dell’uguaglianza tra uomini e donne è stato un obiettivo centrale nella Cina post-maoista, ma con la menzionata politica del figlio unico introdotta nel 1979, le donne furono discriminate ancor prima di nascere, con delle ricadute socioeconomiche che si registrano ancora, 31 anni dopo la Dichiarazione di Pechino (1995).

Nell’ottobre del 2020, in occasione del 75° anniversario della fondazione delle Nazioni Unite, venne commemorato anche il 25° anniversario della Quarta Conferenza Mondiale sulle Donne, tenutasi a Pechino. In tale circostanza, 189 Paesi concordarono nel rendere prioritaria la “piena e uguale partecipazione delle donne alla vita politica, civile, economica, sociale e culturale a livello nazionale, regionale e internazionale, e l’eliminazione di ogni forma di discriminazione basata sul sesso”. Rivolgendosi all’Assemblea generale, il presidente Xi aveva affermato che, dopo 25 anni, lo status sociale delle donne in Cina era oggettivamente più alto, con una sempre maggior presenza femminile in ruoli professionali elevati; ma che in realtà l’uguaglianza di genere e l’autodeterminazione erano ancora molto lontane, costituendo tuttavia degli obiettivi importanti dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile.

Poiché le donne sono percettrici di retribuzioni più basse rispetto ai colleghi uomini nei vari settori, diversi sindacati hanno messo in piedi una serie di attività per sostenere le lavoratrici (offrendo prodotti, stazioni di risposo, servizi sanitari e di consulenza), ma non sono ancora stati avviati dei negoziati tramite le piattaforme, per rivedere il sistema degli algoritmi ed inserire maggiori tutele per la percentuale femminile. Nonostante ciò, autiste, fattorine e rider cinesi, che pure costituiscono circa il 20 per cento della forza lavoro del settore in parola, subiscono molte più discriminazioni rispetto agli uomini, in parte per ragioni culturali ed in parte a causa degli algoritmi delle piattaforme che gestiscono queste attività.

Durante il periodo Covid le donne si sono dovute assumere maggiori responsabilità a livello familiare, in termini di assistenza domestica, subendo maggiormente l’impatto della disoccupazione, senza che vi sia stato un recupero occupazionale alla fine della pandemia, ma anzi! Come se ciò non bastasse, la recessione del periodo anzidetto ha aggravato sia la disoccupazione femminile che il preesistente divario retributivo con gli uomini: in Cina, circa 17,5 milioni di donne lavoratrici in più rispetto ai colleghi sono rimaste disoccupate durante la crisi economica del 2020, senza che vi sia stato un successivo recupero.

Attualmente ci sono più di 100 leggi e regolamenti per tutelare i diritti e gli interessi delle donne e la Cina è stata riconosciuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come uno dei dieci Paesi a livello mondiale maggiormente impegnati per la salute femminile e dei fanciulli. Le donne costituiscono oltre il 40 per cento della forza lavoro, e più della metà delle imprese cinesi su internet, sono state avviate dalla componente femminile.

Fine I parte.


di Tito Lucrezio Rizzo