L’economia della morte: Russia in crisi

venerdì 3 aprile 2026


Se gli eserciti hanno i loro “killing field”, anche i bilanci pubblici possono andare incontro a una specifica “deathzone”. E quest’ultimo scenario, secondo alcuni autorevoli osservatori internazionali, interesserebbe proprio la Russia odierna che potrebbe non avere abbastanza risorse, per continuare ancora a lungo la sua guerra d’invasione in Ucraina. In particolare, intervenendo all’inizio di questo quinto anno di ostilità, pur astenendosi dall’analizzare il contesto geopolitico attuale e le motivazioni irriducibili del Cremlino a voler andare fino in fondo alla guerra, The Economist, “tecnicamente” convinto della imminente bancarotta di Mosca, ne affida la relativa analisi all’economista russa, Alexandra Prokopenko, membro del Carnegie Russia Eurasia Cente. Ad avviso dell’esperta, la montagna di debiti della Russia ha raggiunto simbolicamente la soglia critica degli 8mila metri dell’Everest, al di sopra della quale il corpo umano (e, in metafora, uno Stato indebitato come quello russo) consuma se stesso più velocemente di quanto si possa autorigenerare! In altri termini, l’economia russa si troverebbe in una condizione di “equilibrio negativo”, per cui le sue autorità cercano di tenere assieme i pezzi mentre è in corso un processo costante di destrutturazione delle sue capacità future di ripresa. L’analisi, però, non tiene che, dopo la fine della guerra e del conseguente rientro delle sanzioni da parte degli Usa, la Russia avrà oggettivamente enormi capacità di ripresa. La Prokopenko, infatti, si limita ad analizzare la dinamica attuale che impedisce al regime di colmare il crescente deficit di bilancio attraverso l’aumento delle tasse. Misura di fatto improponibile, quest’ultima, a causa del crollo dell’export e della bassa crescita economica, ferma a uno scarso +1 per cento nel 2025, considerata ancora in diminuzione per l’anno in corso. In questi quattro anni di guerra, sottolinea l’economista, si è assistito a una sorta di “biforcazione” dell’economia russa in due distinti sistemi metabolici, di cui il primo coincide con il complesso militar-industriale e il suo indotto, e rappresenta un insieme di organi vitali verso i quali, per ragioni contingenti, confluisce da qualche anno un elevato flusso di risorse pubbliche.

Circostanza quest’ultima che consente al settore degli armamenti di espandersi e investire, avendo accesso prioritario sia all’acquisizione di forza lavoro, sia al mercato dei capitali e dei beni di importazione. Il secondo sistema è equivalente a un insieme complementare “ancillare”, e contiene pertanto tutto ciò che resta fuori dal complesso militar-industriale: imprese private, piccole attività commerciali, industrie orientate al consumo. Aspetti pur importantissimi della vita civile questi ultimi, ma un po’ tutti abbandonati a se stessi a causa dell’attuale economia di guerra. Ma questa configurazione, nota Prokopenko, equivale metaforicamente a un corpo che consuma se stesso! Perché in realtà la “rendita militare” ridistribuisce risorse attraverso asset orientati alla distruzione, alla stregua di un corpo che brucia tutta la sua materia grassa per produrre energia! Anche se, in apparenza, questa rendita può assomigliare alla manna petrolifera, generando stipendi e attività economiche sistemiche, in realtà, dato che si avvale esclusivamente di risorse “interne”, funziona esattamente all’opposto rispetto all’esportazione di energia a buon mercato. Infatti, al suo esatto contrario, petrolio e gas generano entrate e costituiscono rilevantissimi asset commerciali (beni primari, cioè, che possono essere scambiati sui mercati internazionali) che favoriscono, quindi, la circolazione di denaro all’interno dell’economia, producendo benefici effetti moltiplicatori.

Ed è questa dinamica perversa dell’equilibrio negativo ad assomigliare in nulla ai normali cicli economici e monetari, che possono essere orientati attraverso politiche macroeconomiche. Una normale recessione è fatta di fasi stop-and-go, mentre (metaforicamente) più si staziona ad altezze superiori agli 8mila metri, più ci si consuma. Ora, sempre in metafora, vale la pena di considerare i costi della discesa, partendo dal fatto che la difesa pesa oggi per l’8 per cento sul Pil russo. Da lì, volendo smobilitare ed evitare nel contempo una disastrosa crisi sistemica, significa dover fare (contemporaneamente) le seguenti “cinque” cose. Primo: ottenere garanzie di sicurezza, tali da rimuovere le preoccupazioni del Cremlino che hanno portato alla guerra in atto. Secondo: smobilitazione di massa e contestuale messa a punto di strategie efficaci per la formazione-ricollocazione dei reduci. Terzo: rimozioni delle sanzioni per l’accesso alle tecnologie avanzate. Quarto: ripensare a fondo gli appalti pubblici per la difesa, privilegiando l’efficienza in modo da diminuire la spesa. Quinto: creazione di un virtuoso sistema di Pmi in grado di assorbire positivamente il riallocamento delle risorse tra i due sistemi, a favore della produzione industriale orientata a consumi non militari. La probabilità che queste cinque precondizioni si avverino tutte assieme “è pari a zero”, sostiene sconsolatamente la Prokopenko. Così (seguendo il ragionamento dell’Everest) il bilancio russo avrà sempre meno ossigeno da consumare, e gli interessi sul debito continueranno a superare la spesa congiunta per scuola e sanità.

Per di più, una volta terminata la guerra in Iran, l’altalena sui prezzi del petrolio è destinata a stabilizzarsi verso il punto più basso, facendo peggiorare di molto i conti pubblici della Russia. Volendo salvarsi, al regime servirebbe terminare la guerra in Ucraina con un onorevole compromesso. Invece, i calcoli di Vladimir Putin sono tutt’altri. Lui scommette sulla sua gara di resistenza, nei confronti di un Occidente che si fa la guerra commerciale a suon di dazi, e di un’Europa sempre più divisa e distante dal suo alleato storico americano, per cui alla lunga non potrà più sostenere da sola la difesa di Kiev. Nessuno, né Russia, né Europa si fida ormai più l’uno dell’altro, preparandosi quindi a uno scontro permanente. Per questo Putin intende continuare a combattere, anche se come tutti gli alpinisti, volendo rimanere oltre la quota fatidica degli 8mila metri, vedrà comunque consumare la sua hubris per progressiva mancanza di ossigeno, fino a pregiudicare irreparabilmente il futuro economico della Russia, avviata a un declino senza ritorno né salvezza. Tuttavia, la Prokopenko evita accuratamente di porsi la vera domanda politica: ovvero, quanto ancora può resistere Mosca?

Per rispondere, occorre mettere i pesi giusti sulla bilancia. Il primo è rappresentato dal consenso popolare nei confronti della guerra “patriottica” per la liberazione del Donbass e la riunificazione dell’Ucraina alla Russia. Un obiettivo così alto, politicamente e ideologicamente, per cui si può e si deve sacrificare l’intero popolo russo, per riportare una vittoria storica sul nemico occidentale. Il secondo, invece, riguarda l’Occidente e la separazione di fatto di Europa e America in seno alla Nato. In merito, quanto potrà resistere Kiev senza l’intelligence americana e le armi occidentali, visto che tra poco, stando alle recenti, nette dichiarazioni di Donald Trump, l’Europa potrebbe non poter più acquistare armi avanzate dall’America per la difesa dell’Ucraina, dato che gli arsenali balistici degli Usa si stanno drammaticamente assottigliando a causa della guerra in Iran? Perché, poi, in buona sostanza, né noi, né Volodymyr Zelensky (che non ha quasi più truppe di riserva da mandare al fronte) potremmo resistere ancora per i due anni che Putin ha messo tranquillamente in conto, per continuare il suo assedio all’Ucraina. Indovinate quindi chi si spezzerà per primo il braccio (di ferro) tra noi europei e la Russia?


di Maurizio Guaitoli