Iran: una guerra, diversi interessi

lunedì 30 marzo 2026


La guerra che si sta combattendo in Iran sta delineando connotati che ogni giorno mutano. Un conflitto, come la maggior parte, motivato ufficialmente da fattori parzialmente veritieri, come lo furono quelli contro l’Iraq di Saddam Hussein, tanto per restare nell’area, accusato di avere un “super cannone” e armi di distruzione di massa. Allora il primo scenario di guerra si ebbe nel gennaio del 1991, dopo l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq, 2 agosto 1990; poi 12 anni dopo, 2003, si definì in un pesante conflitto che depose “l’Hussein”. Fu demolita così la “prima colonna” del Vicino Oriente, che oltre ad aprire la strada a un’instabilità regionale insanabile e anni dopo creare le basi per la nascita dello Stato islamico, l’Isis, fece anche entrare gli Stati Uniti ufficialmente e di peso, nella gestione del “mercato globale mediorientale”. Mercato nel quale, dopo la dissoluzione dell’Impero ottomano, fine Grande guerra, gli Usa non rivestivano un ruolo da attore principale.

Ma le guerre, oltre che essere accese con ragioni ufficiali poco attendibili, come quella contro l’Iran, dove la possibilità che Teheran potesse ottenere una bomba nucleare era moderatamente lontana da essere una realtà, hanno per i “partecipanti” motivazioni non sempre coincidenti. L’attacco a Teheran, frutto di una decisione comune concordata tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu, ha per i due presidenti una valenza diversa. Anche se l’attuale azione militare comune contro l’Iran si incardina con numerosi obiettivi convergenti sulla “questione mediorientale”, la base di tale intervento va ricercata nel primo mandato di Donald Trump (2017-2021), quando il presidente statunitense si stacco, nel 2018, dall’accordo sul nucleare iraniano stipulato nel 2015 e “scolpito” dal predecessore Barack Obama. Il Joint comprehensive plan of action (Jcpoa) venne stipulato dopo anni di intensi negoziati; conosciuto come accordo sul nucleare iraniano, fu sottoscritto a Vienna tra l’Iran ed il gruppo 5+1, Cina, Stati Uniti, Russia, Regno Unito, Francia, ovvero i cinque membri permanenti del Consiglio di sicurezza dellOnu, più la Germania, oltre all’Unione europea. Un accordo al quale si oppose energicamente il leader israeliano Benjamin Netanyahu, allora al suo quarto governo, e che spinse Donald Trump a uscire da detta convenzione e ripristinare le sanzioni a Teheran, sospese dalla data dell’accordo.

Inoltre, i servizi segreti israeliani e statunitensi ebbero mani libere per ogni forma di sabotaggio sullo sviluppo nucleare sul quale l’Iran stava lavorando. Trump allora si espresse affermando che l’accordo era “orribile, il peggiore mai firmato dagli Stati Uniti”. Una affermazione allineata con quanto avevano rivelato gli agenti del Mossad dopo avere trovato, in siti segreti iraniani, i piani nucleari che prevedevano la costruzione di cinque testate atomiche simili a quelle utilizzate su Nagasaki e Hiroshima. Quindi, sia Donald Trump che Benjamin Netanyahu convergono sulla inaccettabilità che l’Iran possa dotarsi di ordigni nucleari, come ritengono inaccettabile il programma missilistico balistico di Teheran, ad oggi certamente l’arma più potente e pericolosa in mano ai pasdaran. Una visione, quella della demolizione strategica dei vertici del governo degli ayatollah, che ha avuto una estensione verso la natura stessa del regime iraniano, in particolare dopo la carneficina perpetrata sul suo stesso popolo, dai pasdaran, dai Basij, dai mercenari iracheni del gruppo Hashd al-Shaabi e dei killer afgani della Brigata Fatemiyoun.

Insomma, un rapporto quello tra Netanyahu e Trump di stretta collaborazione e che non ha precedenti, evidenziato durante la “guerra dei 12 giorni”, lanciata a metà giugno 2025 contro i siti nucleari iraniani. Così Netanyahu dal ritorno alla Casa Bianca di The Donald, si è collocato al primo posto nella classifica degli incontri dei leader stranieri con il presidente statunitense. Comunque, l’onda d’urto causata dall’attacco iniziato il 28 febbraio non solo ha ridotto le capacità militari di un regime inviso non solo all’occidente ma ritenuto pericoloso anche dai Paesi del Golfo, ma ha anche accelerato un sistema bellico che coinvolge il Libano, le monarchie del Golfo e gli alleati dell’Iran, ultimi gli Houthi yemeniti, sciiti, che hanno dichiarato guerra agli aggressori del loro Paese sostenitore. Ma l’effetto forse non totalmente previsto è stato lo sconvolgimento dell’economia globale, causato soprattutto dalla chiusura dello stretto di Hormuz, passaggio marittimo essenziale per il mercato mondiale di idrocarburi; ma anche dalla regressione dell’economia dei Paesi del Golfo causata dai missili iraniani lanciati su basi statunitensi della regione, che hanno bloccato quasi ogni attività commerciale.

Ora, gli interessi che generalmente accomunavano Israele e Stati Uniti stanno lentamente divergendo. Tel Aviv punta all’annichilimento del Regime iraniano che da 47 anni dichiara di voler distruggere lo Stato ebraico, quindi una questione di sicurezza, come gli Stati del Golfo che non partecipano alla guerra ma ne subiscono le conseguenze, anche loro non vogliono convivere con un vicino che pur dichiarandosi neutrale li ha attaccati a tradimento. Washington punta a eliminare la minaccia nucleare, ma anche ad avere magari un nuovo ayatollah disposto a fare concessioni, considerando che negli Stati Uniti oggi occorrono quasi quattro dollari per un gallone di benzina. Inoltre, i sondaggi sul gradimento di Trump sono in forte contrazione, oltre la preoccupante attenzione che gli organismi di controllo del mercato obbligazionario esercitano sulle dinamiche monetarie statunitensi.

Tant’è che secondo il New York Times, Mohammad bin Salman Al Sa’ud, principe ereditario saudita, starebbe esortando Trump a proseguire le ostilità per annientare il governo degli ayatollah. Ma mentre il governo israeliano potrebbe accontentarsi di uno Stato fallito non in grado di governare, Riad mirerebbe ad un nuovo e forte governo iraniano che potrebbe garantire una maggiore stabilità regionale. Quindi si stanno tracciando le linee dell’idea non solo di un nuovo Iran, ma anche di un nuovo Medio e Vicino Oriente, visti gli stati e organizzazioni armate sciite, più Hamas sunnita, che saranno probabilmente annichiliti. E a questa idea stanno partecipando non solo gli Stati del Golfo, ma anche il Pakistan e variabilmente gli Stati confinanti con l’Iran che non ambiscono ad avere un vicino che dal 1979 ha contribuito a destabilizzare una regione già di per se disequilibrata.


di Fabio Marco Fabbri