Europa alla deriva

martedì 24 marzo 2026


Mentre la guerra accelera attorno allIran, il Vecchio continente fatica a reagire, tra esitazioni e paralisi strategica

Quando Israele e gli Stati Uniti hanno lanciato il loro attacco contro l’Iran sabato 28 febbraio, la presidente della Commissione europea ha reagito nell’unico modo che l’Europa conosce: convocando una riunione “urgente”... per lunedì. In un mondo che si muove a velocità militare, l’Europa risponde a un ritmo burocratico. Lento. Procedurale. Irrilevante. È sempre stato così. Ma oggi non è più irrilevante. Perché il problema dell’Europa non è più solo l’inefficienza. È qualcosa di più profondo. L’Europa non è solo strategicamente disarmata, ma anche moralmente disorientata. Gran parte dell’opinione pubblica europea preferirebbe vedere Israele e gli Stati Uniti fallire piuttosto che accettare la legittimità dell’uso della forza. Un altro segmento, meno ampio ma influente, si aggrappa a un’illusione diversa: che le guerre non si possano più vincere, che la vittoria sia impossibile, che negoziare, sempre e comunque, sia l’unica soluzione accettabile. Entrambe le posizioni conducono alla stessa conclusione: la resa.

Questo spiega la reazione dell’Europa alla richiesta di Donald Trump che gli alleati della Nato contribuissero a mettere in sicurezza lo Stretto di Hormuz. La risposta è stata immediata: no. Non perché l’Europa non dipenda da quel passaggio strategico, ma perché non lo considera “una sua guerra”. L’alto rappresentante dellUe per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza, Kaja Kallas, lo ha detto chiaramente. La Germania lo ha confermato. Niente truppe. Nessun rischio. Nessun impegno. Solo “diplomazia”, ​​una parola che, in questo contesto, non è altro che un sinonimo di inazione. L’Europa vive ancora in un mondo che non esiste più. La richiesta di Trump è stata ampiamente interpretata in tutta Europa come un segno di debolezza americana. Come se Washington stesse chiedendo aiuto perché incapace di agire da sola. Si tratta di un’interpretazione errata. Non è una supplica, è una richiesta. Ciò a cui stiamo assistendo non è debolezza, ma gerarchia. Non dipendenza, ma potere. Quella che, in un linguaggio più antico, verrebbe definita un’aspettativa imperiale. Un “no” alla debolezza non ha senso. Un “no” al potere ha delle conseguenze. L’Europa non comprende più la differenza.

Per decenni, l’Europa ha vissuto sotto l’ombrello di sicurezza americano: prospera, protetta e in gran parte non soggetta a controlli. Quell’epoca è finita. Lo squilibrio tra le due sponde dell’Atlantico non è più solo militare. È tecnologico, economico e strategico. L’Europa non si trova di fronte a un mondo di pari. Si muove in un mondo di potenze da cui dipende. Può l’Europa funzionare senza la tecnologia americana? Senza Microsoft, Google o l’infrastruttura digitale che sostiene la sua economia? Può sostituire la produzione manifatturiera cinese? Può sopravvivere a un’interruzione nello Stretto di Hormuz, attraverso il quale transitano l’energia e le risorse di cui ha disperatamente bisogno? La risposta è ovvia. La politica europea si comporta come se non lo fosse.

L’Europa avrebbe potuto fare di questa guerra la propria guerra. L’Iran non è una minaccia lontana. È un regime che da decenni proietta la violenza sul Vecchio continente, attraverso reti, proxy, rapimenti e operazioni terroristiche. Ha apertamente dichiarato la sua ostilità nei confronti dell’Occidente. Eppure, per molti in Europa, questo è secondario. Ciò che conta è che Trump non vinca. Ma la realtà si sta muovendo nella direzione opposta. Il disfattismo europeo si scontra con i fatti operativi. Il problema è che l’Europa ha perso completamente la comprensione della guerra. L’Unione europea è stata costruita su un profondo impulso pacifista. Col tempo, quell’impulso si è trasformato in dottrina. E quella dottrina in cecità. L’Europa ha dimenticato che la guerra ha una propria logica: i propri tempi, le proprie regole, la propria brutale chiarezza. Un anno fa, durante l’esercitazione Hedgehog della Nato, un piccolo gruppo di operatori ucraini di droni neutralizzò due battaglioni alleati, oltre un migliaio di soldati, in meno di 12 ore. Non per mancanza di coraggio, ma per incapacità di adattamento. La guerra moderna premia la velocità, la flessibilità e la consapevolezza tecnologica. L’Europa ha perso tutte e tre. La guerra è un inferno, come disse il generale Sherman. Ma non è un’apocalisse inevitabile. Richiede intelligenza, equilibrio e moderazione. Ma soprattutto, richiede qualcosa che l’Europa non possiede più: la volontà di vincere. L’Europa non è in fase di stagnazione, ma in fase di regressione. I leader europei a volte ammettono che il vecchio ordine è tramontato, salvo poi rifugiarsi, nel giro di poche ore, nella solita retorica. Altri, come il primo ministro spagnolo, riducono l’intera questione alla politica interna, facendo dell’opposizione a Trump un surrogato della strategia. Il risultato è prevedibile: timidezza mascherata da virtù e irresponsabilità camuffata da prudenza. E il risultato è altrettanto prevedibile: irrilevanza.

Henry Kissinger si chiedeva chi fosse l’interlocutore europeo. Ancora oggi, la realtà è la stessa: gli Stati Uniti agiscono con decisione, l’Europa si limita a diffondere comunicati. Ma l’Europa continua a diffondere comunicati, pur sfidando apertamente il potere che ne garantisce la sicurezza, alimenta la sua economia e sostiene la sua tecnologia. E nel mondo che verrà, i comunicati non intimidiscono. Non proteggono. E non sostengono la civiltà.

(*) Tratto dal Middle East Forum Online

(**) Traduzione a cura di Angelita La Spada


di Rafael Bardaji (*)