Guerra in Iran: il ruolo dei Paesi del Golfo

martedì 24 marzo 2026


I Paesi del Golfo si avvicinano alle posizioni degli Usa. Gli alleati degli Stati Uniti stanno progressivamente irrigidendo le loro posizioni nei confronti dell’Iran, avvicinandosi sempre più alla possibilità di sostenere direttamente lo sforzo contro Teheran. A riferirlo è il Wall street journal, secondo cui i ripetuti attacchi che hanno colpito le infrastrutture e le economie della regione stanno spingendo diversi governi del Golfo a riconsiderare la propria strategia, anche per il timore che l’Iran possa rafforzare la propria leva sullo Stretto di Hormuz, snodo chiave per il commercio energetico globale. Per il momento, tuttavia, i Paesi della regione non sono ancora arrivati al punto di schierare apertamente le proprie forze armate nel conflitto. Una soglia che molti governi del Golfo avevano sperato di non dover superare, ma sulla quale la pressione continua ad aumentare con il crescere dell’influenza iraniana nella regione.

Secondo il Wall street journal, all’interno di Teheran cresce inoltre il timore che eventuali negoziati possano nascondere obiettivi diversi da quelli dichiarati. In particolare, l’Iran sospetta che le trattative possano essere utilizzate come copertura per eliminare figure di vertice della Repubblica islamica, tra cui Mohammad-Bagher Ghalibaf, presidente del parlamento iraniano. Le stesse fonti citate dal quotidiano americano sostengono che la decisione di Donald Trump di sospendere temporaneamente gli attacchi alle infrastrutture energetiche iraniane potrebbe essere finalizzata soprattutto a raffreddare i prezzi del petrolio prima di un’eventuale ripresa dei raid. Sul piano diplomatico, un ruolo rilevante è stato giocato da una serie di incontri riservati svoltisi a Riad tra i ministri degli Esteri di Egitto, Turchia, Arabia Saudita e Pakistan. Secondo il Wsj, proprio questi colloqui avrebbero favorito il recente cambio di rotta della Casa Bianca sulla questione iraniana. L’intelligence egiziana sarebbe riuscita ad aprire la scorsa settimana un canale di comunicazione con il Corpo delle guardie rivoluzionarie, avanzando la proposta di una sospensione delle ostilità di cinque giorni per creare le condizioni di un possibile cessate il fuoco.

Gli Stati Uniti hanno quindi mostrato apertura alla via diplomatica, dopo gli sforzi dei mediatori regionali, e Trump ha annunciato l’avvio di contatti tra le parti. Nonostante ciò, tra i mediatori arabi permane scetticismo sulla possibilità di un’intesa rapida tra Washington e Teheran, dato che le posizioni restano molto distanti. L’Iran, come condizione per la fine delle ostilità, chiede infatti un impegno formale di Stati Uniti e Israele a non lanciare nuovi attacchi, oltre a un risarcimento per i danni subiti durante il conflitto. Un punto centrale delle trattative riguarda inoltre la riapertura dello Stretto di Hormuz. Tra le proposte discusse vi è quella di affidarne la supervisione a un comitato neutrale. Teheran ha però avanzato l’ipotesi di imporre un pagamento per il transito delle navi, sul modello delle tariffe applicate dall’Egitto nel Canale di Suez. Una proposta che l’Arabia Saudita ha respinto, non volendo concedere all’Iran un ulteriore strumento di pressione sulle rotte energetiche.

Parallelamente, a Washington si valuta la possibilità di individuare un interlocutore iraniano credibile per eventuali negoziati. La Casa Bianca, tuttavia, non è ancora pronta a puntare su una figura specifica. “È un’opzione concreta”, ha dichiarato un funzionario dell’amministrazione, aggiungendo però che non è stata ancora presa alcuna decisione definitiva. “È uno dei profili di più alto livello, ma dobbiamo metterli alla prova e non possiamo agire con fretta”. L’interesse dell’amministrazione americana nel trovare un possibile negoziatore riflette il tentativo di uscire dall’impasse in cui la crisi iraniana si è rapidamente trasformata, con effetti significativi sui mercati globali. Allo stesso tempo, la questione solleva un interrogativo centrale: dopo i colpi inferti da Stati Uniti e Israele alla leadership di Teheran, chi potrebbe guidare il Paese nella fase successiva.

Sulla delicatezza del dossier è intervenuta anche la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt, che ha chiarito che “si tratta di delicate discussioni diplomatiche e gli Stati Uniti non condurranno negoziati attraverso i media”. Nelle stesse ore Trump ha fatto riferimento all’esistenza di contatti con figure “molto solide” all’interno dell’Iran, annunciando anche una sospensione di cinque giorni di “qualsiasi attacco militare contro le centrali elettriche e le infrastrutture energetiche iraniane”, mentre Washington e Teheran avviano i primi passi di un confronto diplomatico. Accanto alle valutazioni strategiche, resta centrale anche la dimensione economica della crisi, in particolare quella legata al petrolio. Secondo un alto funzionario americano, Trump non avrebbe intenzione di colpire l’isola di Kharg, principale terminal petrolifero iraniano, nella speranza che una futura leadership possa negoziare un accordo energetico con Washington.


di Eugenio Vittorio