martedì 24 marzo 2026
In Losing the war on truth, articolo pubblicato il 2 marzo 2026, Timothy Snyder prende le mosse dalla guerra in Iran per interrogare lo statuto della menzogna politica. La tesi è perentoria: mentire è un’arte, e Trump ne è il cultore per antonomasia, sebbene di talento ormai calante. La menzogna, argomenta Snyder, è “sempre parassitaria rispetto alla verità”: chi mente deve pur disporre di una qualche cognizione del vero per poterne enunciare il rovescio. Quando però il mentitore smarrisce ogni rapporto col reale e non frequenta più che i propri piaceri, la menzogna decade a incoerenza, si avvolge nelle proprie contraddizioni, si svuota dall’interno. Snyder enumera le aporie della giustificazione trumpiana del conflitto: un programma nucleare che si dichiara di aver già annientato e che al contempo si starebbe annientando; un cambio di regime invocato nel medesimo fiato in cui si auspica la trattativa col regime. Sono menzogne che si negano dall’interno, segnalando il punto in cui l’arte del mentire si è dissolta in puro arbitrio.
Il passaggio speculativamente più gravido è però un altro. Snyder distingue tra la verità come costrutto discorsivo, manipolabile nella sfera politica e mediatica, e la verità come struttura irriducibile del reale: i civili uccisi restano morti, gli aerei abbattuti precipitano. Il reale oppone una resistenza che nessuna narrazione può abolire. Eppure, ammonisce Snyder, questa resistenza non è autosufficiente: senza qualcuno che se ne faccia carico, il potere edificato sulla menzogna si ricostruirà sulle mezze bugie ripetute, sulle atrocità ignorate, sulle contraddizioni lasciate correre. Di qui la formula che suggella l’intero ragionamento: “la verità può vincere, se trova degli amici”. L’analisi di Snyder coglie qualcosa di genuino, ma si arresta sulla soglia del problema. Snyder denuncia la menzogna di Trump come si denuncia un’infrazione: un’offesa alla verità perpetrata da un soggetto identificabile, contro un ordine che in linea di principio sussiste e che basterebbe ripristinare. Ma questa diagnosi, per quanto acuta, manca il fenomeno nella sua radice. Trump non è l’eccezione che irrompe in un ordine veritativo ancora integro: è l’epifenomeno di un mondo che ha già da tempo liquidato l’idea stessa di una verità incontrovertibile, e che della propria liquidazione non ha più neppure coscienza.
L’intero edificio della civiltà occidentale moderna poggia su un presupposto che raramente viene enunciato, tanto è pervasivo: che tutto diviene, che nulla permane, che ogni assetto è provvisorio, ogni valore storico, ogni verità rivedibile. È il fondamento del nichilismo, non nella sua accezione volgare di “non credere in niente”, bensì nel suo significato speculativo più rigoroso: la persuasione che l’essere delle cose sia intrinsecamente caduco, che ogni ente emerga dal nulla e nel nulla faccia ritorno. In un simile orizzonte, la verità non è che una configurazione momentanea del divenire, destinata a essere soppiantata dalla configurazione successiva. E se la verità è questo, allora la menzogna non ne è la negazione, ma la variante più spregiudicata: un modo diverso, e più efficace, di cavalcare il flusso. Trump non tradisce la verità dell’Occidente: ne incarna la logica più conseguente. Se nulla è stabile, se ogni assetto è il precipitato di un rapporto di forza, allora chi mente con maggiore audacia non fa che trarre le debite conseguenze da ciò che l’intera civiltà ha già silenziosamente concesso. L’Occidente liberale e democratico che Snyder difende, e che oppone a Trump come argine della verità, condivide col proprio avversario il medesimo presupposto: che il reale sia plasmabile, che i valori siano costruzioni, che la verità sia, in ultima istanza, una funzione della potenza o del consenso. La differenza è soltanto di grado, non di natura: dove l’Occidente liberale amministra il nichilismo con le buone maniere della procedura democratica, Trump lo esibisce nella sua nudità.
Ed è qui che la formula conclusiva di Snyder rivela tutta la propria insufficienza. “La verità può vincere, se trova degli amici”: una frase nobile nell’intenzione, ma che tradisce esattamente ciò che pretende di salvaguardare. Dire che la verità “può vincere” significa pensarla nella logica del conflitto, della competizione, della potenza: significa collocarla nel registro del divenire, dove ciò che oggi prevale domani soccombe. Una verità che “vince” è una verità che potrebbe anche perdere, e dunque una verità che potrebbe non essere. Ma una verità che può non essere non è verità: è opinione, è narrazione, è forza che si impone finché dura. Snyder, nel momento stesso in cui invoca la verità contro la menzogna, la pensa con le categorie della menzogna. La verità non è in guerra. Non ha nemici da sconfiggere né amici da reclutare. Non è un contendente tra i contendenti, e non necessita di coalizioni per sussistere. Essa è, e il suo essere non dipende da chi la riconosce, né vacilla per l’opera di chi la nega. Il problema non è che la verità abbia bisogno di difensori: è che un’intera civiltà si è resa incapace di scorgerla, perché ha assunto come ovvio che l’essere delle cose sia il loro divenire, e che ciò che diviene possa, in linea di principio, non essere. Finché questo presupposto resta intatto, ogni denuncia della menzogna rimarrà interna al nichilismo che pretende di combattere: un gesto morale ammirevole, ma filosoficamente cieco.
Nulla di quanto detto implica, beninteso, che Trump abbia ragione, né che il nichilismo sia l’ultima parola sulla verità. Significa, al contrario, che la critica della menzogna politica, per essere all’altezza del proprio compito, deve risalire fino al fondamento che la rende possibile. Indignarsi per le bugie di Trump senza interrogare il terreno che le nutre è come deplorare il frutto senza vedere la radice. E la radice è quella persuasione, tanto diffusa quanto inavvertita, per cui l’essere delle cose coincide col loro apparire e scomparire, e la verità non è che il nome provvisorio di ciò che, per un istante, prevale. Finché questa persuasione governa il pensiero dell’Occidente, la menzogna non sarà mai un corpo estraneo: sarà il suo esito più coerente.
di Claudio Amicantonio