A proposito della vittoria di Bally Bagayoko a Saint-Denis

venerdì 20 marzo 2026


La vittoria alle elezioni municipali di Saint-Denis dell’ex cestista 52enne Bally Bagayoko era nell’aria. Ma non di tali dimensioni. E soprattutto non accompagnata dai toni di conquista che ha assunto in Francia e all’estero e che nulla dovrebbero avere in comune con il voto in una cittadina francese alle porte di Parigi, già bastione del Partito comunista dagli anni Venti del secolo scorso, “passata” più di recente ai socialisti (che ne hanno espresso il sindaco fino a pochi giorni fa), trasformatasi ora in roccaforte di La France insoumise di Jean-Luc Mélenchon. Bagayoko ha ottenuto il 50,8 per cento circa dei suffragi, surclassando il primo cittadino uscente, il socialista Mathieu Hanotin (che Mélenchon in campagna elettorale aveva definito “piccolo borghese viscido”) fermatosi al 32,7 per cento dei voti. Una vittoria fragorosa, è stata definita. Ma all’apparenza. La partecipazione a Saint-Denis si è infatti fermata al 42,8 per cento del totale, record negativo storico per la cittadina, il 15 per cento sotto il peggior risultato in una elezione municipale tra il 1959 e il 2014 e comunque non troppo oltre il voto in tempi di Covid. Cosicché, tanto per chiarire, Bagayoko ha conquistato 13.500 voti o poco più in una città che conta 150mila e passa abitanti.

Perché allora la vittoria del candidato de La France insoumise è stata dipinta con toni entusiastici? Perché permette una narrazione cara all’estrema sinistra (e non solo) francese. Ma anche all’estero. Un esempio per tutti di come è stata salutata in Africa l’elezione di Bagayoko la offre il primo sito d’informazione del Senegal, Senenews, che definisce il risultato “la conquista di un maliano (ma è maliano di origine, ora è cittadino francese, ovviamente, ndr) che rappresenta un simbolo politico importante”. Conquista. Maliano. Simbolo. Una narrazione inquietante. Ma del resto è Mélenchon a vantare il “grand remplacement” attuato dall’immigrazione extra-comunitaria, una grande sostituzione di segno opposto ma esattamente speculare a quella teorizzata dall’ultra-destra suprematista bianca fin dagli anni Trenta, attualizzata e resa di nuovo popolare dall’autore francese Renaud Camus.

In verità, il voto di Saint-Denis, anche per la scarsa partecipazione, è derivato da una serie di fenomeni concatenati. C’è l’impatto pesante dell’immigrazione dall’Africa a nord e a sud del Sahara. Nel 2020 di fronte a circa 70mila cittadini nati in Francia, anche di etnie diverse, ce n’erano 43mila, nella stragrande maggioranza provenienti dal Maghreb e dall’Africa nera. L’aumento esponenziale della popolazione della cittadina in questi pochi anni è derivato dall’ulteriore arrivo di extra-comunitari. Nel contempo, gli operai, che da più di un secolo erano l’ossatura del quartiere (e costituivano la base consistente del Partito comunista) hanno perso ampiamente la loro posizione a favore di altre categorie di lavoratori, di pensionati, di mantenuti dall’assistenza pubblica. L’assenza di un candidato comunista ma anche di candidati moderati ha allontanato una fetta enorme di elettorato dalle urne. E, probabilmente, offerto la vittoria su un piatto d’argento a un candidato identitario che da eletto ha parlato di vittoria della “nuova Francia” e – a chi gli chiedeva che cosa significasse questa espressione – ha replicato: “Quelle e quelli che sono eredi dell’immigrazione”. E nulla lascia pensare che si riferisse all’immigrazione europea.


di Pietro Romano