Piano di 6 Paesi, tra cui l’Italia, per la riapertura di Hormuz

giovedì 19 marzo 2026


Sei Paesi si sono dichiarati pronti a contribuire a un piano per garantire la navigazione commerciale dello strategico Stretto di Hormuz, chiuso in parte dall’Iran in risposta agli attacchi di Stati Uniti e Israele. Si tratta di Regno Unito, Italia, Francia, Germania, Olanda e Giappone. Lo si legge in un comunicato diffuso da Downing Street nel quale i sei condannano inoltre con forza gli attacchi attribuiti a Teheran. Il presidente francese Emmanuel Macron definisce sconsiderata l’escalation nel Golfo e invoca una tregua di qualche giorno per le festività “per cercare di dare una nuova possibilità ai negoziati”. Il capo del Pentagono Pete Hegseth torna invece ad attaccare l’Europa: “Il regime iraniano ha terrorizzato l’America e i nostri interessi per 47 anni e i nostri ingrati alleati in Europa e parte della stampa dovrebbero dire solo una cosa a Donald Trump: grazie”. Intanto, il presidente degli Stati Uniti, ricevendo alla Casa Bianca la premier giapponese Sanae Takaichi, ha detto che “il Giappone sta facendo la sua parte riguardo all’Iran, non come la Nato”. Frattanto, si registra il contrattacco sul piano comunicato dell’Iran. Gli alleati degli Stati Uniti che aiutano Washington a riaprire lo Stretto di Hormuz si renderebbero “complici” dell’aggressione. Lo ha dichiarato il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, secondo quanto riportato dalla Cnn. Durante una telefonata con il suo omologo giapponese Toshimitsu Motegi, Araghchi ha affermato che l’attuale situazione nello Stretto è stata causata da Stati Uniti e Israele, e ha avvertito che la partecipazione di qualsiasi Paese al tentativo di rompere il blocco iraniano costituirebbe “complice dell’aggressione e degli efferati crimini commessi dagli aggressori”.

Antonio Tajani si esprime in merito alla dichiarazione congiunta su Hormuz firmata con Regno Unito, Francia, Germania, Olanda e Giappone. “È un documento politico, non un documento militare, per lavorare insieme, per cercare di creare le condizioni per garantire la libertà di circolazione marittima, per lavorare insieme parlando con le varie parti, dando messaggi politici. Speriamo che non ci sia l’escalation, noi stiamo lavorando per questo anche ad Hormuz. Questo è il senso del documento firmato da alcuni Paesi compresa l’Italia, lavoriamo per garantire la libertà di circolazione marittima, il traffico marittimo deve essere garantito proprio per evitare il peggioramento anche della situazione delle fonti energetiche”, ha sottolineato. “Non siamo parte della guerra, e non vogliamo essere parte della guerra”.

Il Washington Post sottolinea un retroscena su JD Vance. Secondo il quotidiano, la guerra in Iran sta mettendo il vicepresidente in una situazione sempre più scomoda. Contrario ai costosi interventi militari americani all’estero, Vance si ritrova a difendere la propensione di Donald Trump a usare la forza cercando di limitare i danni politici che la lealtà al tycoon potrebbe costargli. Gli alleati di Vance – riporta il Washington Post – stanno cercando di minimizzare l’impatto che l’operazione in Iran potrebbe avere sulle ambizioni presidenziali di Vance, insistendo sul fatto che la missione durerà solo settimane. Allo stesso tempo, però, molti ammettono che un conflitto prolungato potrebbe rappresentare un problema per chiunque sarà il prossimo candidato repubblicano al 2028. Vance ha detto di recente ai suoi più stretti consiglieri di non aver ancora sciolto le riserve su una sua possibile candidatura al 2028 citando il quarto figlio in arrivo e la necessità di dare priorità alla sua famiglia. Nessuna decisione è probabile che venga presa prima della nascita del quartogenito e dell’effetto che questo potrebbe avere sulla sua vita. L’ex capo dell’anti-terrorismo Joe Kent ha incontrato Vance prima di dimettersi dall’incarico perché contrario alla guerra in Iran. Secondo indiscrezioni, Vance gli avrebbe suggerito di uscire silenziosamente. Intanto, le raffinerie di Haifa, come è stato ora autorizzato per la pubblicazione, sono state colpite da un frammento di un intercettore che ha colpito una struttura sul posto e non dal missile a frammentazione lanciato dall’Iran. All’interno dell’edificio erano presenti materiali infiammabili che hanno provocato l’incendio. Tra le 15 e le 20 squadre dei vigili del fuoco stanno operando sul luogo. È stato escluso il rischio di una fuoriuscita di sostanze pericolose. L’Idf ha reso noto che le truppe stanno conducendo operazioni di ricerca e fornendo assistenza ai civili sul posto.


di Redazione