Erasmus+ 2026: la sfida della qualità progettuale

mercoledì 18 marzo 2026


Il dibattito sull’evoluzione del Programma Erasmus+ si arricchisce oggi di una riflessione profonda che mette in discussione i pilastri metodologici della nuova Programme Guide 2026, grazie alle recenti analisi sollevate dalla progettista Veronica Guagliumi, ceo di Ereb srl e figura di spicco nel Consiglio direttivo di Assoeuro, l’Associazione italiana degli euro-progettistici. Secondo Guagliumi, ci troviamo di fronte a una trasformazione irreversibile del programma che, se da un lato dichiara l’obiettivo di una maggiore inclusione, dall’altro impone una soglia qualitativa talmente elevata da rischiare di produrre l’effetto opposto. Nelle sue riflessioni sul modello di implementazione, Veronica Guagliumi evidenzia come la capacità operativa e la governance del partenariato siano diventati i veri metri di giudizio, portando molte organizzazioni a cadere nell’illusione che un consorzio numericamente vasto sia garanzia di successo. È proprio su questo punto che l’analisi di Guagliumi si fa più stringente: l’esperta avverte che la qualità di un progetto non può essere letta in chiave puramente numerica, poiché un’eccessiva ampiezza dei partenariati spesso maschera fragilità gestionali e una pericolosa dispersione decisionale che compromette l’efficacia stessa dell’intervento.

L’attività di osservazione condotta da Veronica Guagliumi mette in luce come questa dinamica finisca per penalizzare gli enti meno strutturati, i cosiddetti newcomer, che pur essendo i destinatari ideali delle politiche di apertura europea, si scontrano con una sofisticazione metodologica che funge da barriera invisibile. In questo scenario, Veronica Guagliumi solleva un interrogativo essenziale sulla natura di queste criticità, invitando a distinguere se tali barriere derivino dall’impianto comune europeo o da prassi valutative nazionali che talvolta favoriscono una logica di premialità numerica non richiesta dalla Guida. La questione territoriale diventa dunque centrale: Guagliumi sottolinea che ogni riflessione incisiva deve fondarsi su una lettura rappresentativa della maggioranza dei contesti coinvolti, evitando di scambiare prassi locali per direttive europee.

Un altro nodo centrale identificato dal direttivo di Assoeuro riguarda il paradosso delle competenze esterne: mentre la complessità dell’architettura progettuale aumenta, la Guida 2026 riduce la legittimazione del supporto professionale esterno, definendo la redazione della candidatura come un compito core non delegabile. Secondo Guagliumi, questo approccio rischia di lasciare soli i candidati proprio nel momento in cui la coerenza tra work packages, indicatori e impatto richiede una regia metodologica di altissimo profilo, capace di armonizzare bisogni e risultati attesi in un quadro di sostenibilità durevole. L’analisi tecnica di Veronica Guagliumi rileva come il Programma stia passando da un modello di semplice finanziamento di attività a uno di costruzione di interventi ad alto valore aggiunto, dove la coerenza metodologica e la capacità di disseminazione non sono più opzionali ma requisiti strutturali. Questo innalzamento dell’asticella, se non accompagnato da un reale principio di proporzionalità, rischia di trasformare l’Erasmus+ in un ecosistema per pochi eletti, dove solo chi possiede già una solida struttura interna può navigare le acque della progettazione europea. Gli esperti insistono sul fatto che un partenariato non dovrebbe essere considerato più forte solo perché coinvolge più Paesi, ma perché è realmente adeguato agli obiettivi e governabile nella pratica, evitando ruoli attribuiti solo formalmente che svuotano di senso la cooperazione transnazionale.

In definitiva, l’analisi di Veronica Guagliumi suggerisce la necessità di un cambio di paradigma: occorre evitare che la valorizzazione dei partenariati allargati si trasformi in un automatismo culturale e valutativo. Il futuro del sistema dipende dalla capacità di mantenere intatto l’equilibrio tra l’ambizione dei risultati e l’accessibilità reale degli strumenti, affinché l’innovazione e l’impatto sociale promossi dall’Europa restino un’opportunità concreta per l’intero spettro delle organizzazioni civili e non un privilegio per i soli soggetti già dotati di ampie reti consolidate e risorse tecniche d’élite. Solo ristabilendo una coerenza tra la retorica dell’apertura e la pratica della valutazione sarà possibile garantire che il Programma 2026 risponda davvero alla sua missione originaria di crescita comune e inclusiva.


di Domenico Letizia