Lo Stretto di Hormuz e i rischi per l’economia globale

martedì 17 marzo 2026


La guerra tra Iran e coalizione Usa-israeliana, dopo la cosiddetta “Guerra dei dodici giorni”, sta entrando in una fase molto più pericolosa di quanto molti osservatori occidentali abbiano inizialmente previsto. Sul piano puramente militare, la superiorità tecnologica della coalizione appare evidente.

Tuttavia, sul piano strategico ed economico, Teheran conserva ancora strumenti potenzialmente devastanti, capaci di colpire non tanto i suoi avversari diretti quanto l’intero sistema economico globale.

Le prime settimane del conflitto hanno confermato uno scenario in parte prevedibile.

Le difese aeree iraniane a guida radar, già fortemente danneggiate nei primi giorni di guerra, sono state progressivamente neutralizzate dalle operazioni aeree statunitensi e israeliane. Ciò ha consentito ai caccia della coalizione di ottenere una significativa libertà operativa alle quote medio-alte, permettendo incursioni profonde nello spazio aereo iraniano.

La soppressione delle difese radar ha rappresentato uno dei principali successi della coalizione; tuttavia, molti analisti si aspettavano una maggiore efficacia dei sistemi missilistici mobili iraniani, quelli che in teoria avrebbero dovuto operare “da imboscata”, sfruttando la mobilità per sfuggire alla ricognizione satellitare e aerea. Queste piattaforme, almeno per ora, non sembrano aver imposto l’attrito previsto all’aviazione pilotata avversaria.

Il quadro cambia invece quando si osserva la guerra nel dominio dei droni, le difese a corto raggio iraniane stanno infliggendo perdite significative ai droni da sorveglianza statunitensi e israeliani. Non si tratta di un dettaglio tecnico marginale, perché questi velivoli senza pilota costituiscono infatti uno strumento essenziale per individuare e colpire i lanciatori mobili dei missili balistici iraniani. Se tali perdite dovessero continuare per settimane, le operazioni di caccia ai lanciatori rischierebbero di diventare molto più difficili.

Parallelamente, la risposta iraniana sul piano missilistico e dei droni ha dimostrato una capacità operativa non trascurabile, attacchi coordinati hanno colpito infrastrutture radar anti-balistiche della coalizione nel Golfo Persico, riducendone l’efficacia, anche se i danni inflitti al territorio israeliano non appaiono al momento critici, la campagna iraniana ha dimostrato una resilienza superiore alle aspettative.

Inoltre, particolarmente sorprendente, per molti osservatori occidentali, è la stabilità politica del regime iraniano, nonostante l’eliminazione di diversi leader militari e i danni significativi subiti dal complesso militare-industriale, la struttura del potere a Teheran appare ancora solida.

Anzi, gli attacchi aerei che hanno causato numerose vittime civili sembrano aver rafforzato il consenso interno attorno alla resistenza contro gli aggressori.

Invero, il vero punto critico della guerra non è nei cieli dell’Iran o di Israele, ma è nel mare, dove Teheran mantiene infatti la capacità di colpire uno dei nodi più sensibili dell’economia mondiale: lo Stretto di Hormuz.

Da questo passaggio marittimo transita circa un quinto del petrolio mondiale e bloccarlo, anche solo parzialmente, significherebbe provocare uno shock energetico globale.

La geografia dello stretto rende questa minaccia particolarmente concreta, perché il principale corridoio di transito per le navi commerciali passa a circa 35 chilometri dall’isola iraniana di Larak. In caso di emergenza, il traffico potrebbe essere deviato verso un corridoio più vicino alle coste omanite, ma ciò aumenterebbe notevolmente il rischio di collisioni e congestionamenti.

Soprattutto, entrambe le rotte resterebbero facilmente colpibili dalle armi schierate lungo la costa iraniana della provincia di Hormozgan e sistemi con una gittata di appena cinquanta chilometri sarebbero sufficienti a minacciare entrambe le corsie di navigazione.

Sulla carta, Teheran dispone di un arsenale diversificato per rendere lo stretto estremamente pericoloso, missili da crociera antinave e missili balistici antinave rappresentano solo una parte del problema, i quanto molto più insidiosi potrebbero essere dei sistemi più semplici, economici e difficili da individuare, come i droni navali suicidi e i droni FPV a guida radio. Queste armi, già sperimentate con successo in altri teatri di guerra, possono essere occultate facilmente lungo le coste o su piccole imbarcazioni civili.

A completare il quadro, vi sarebbe la possibile posa di mine navali, un’arma tradizionale ma ancora estremamente efficace nel limitare il traffico marittimo.

Uno scenario possibile vedrebbe l’Iran consentire il transito di navi considerate “amiche”, mantenute vicino alle proprie coste e identificate preventivamente. Tutte le altre potrebbero essere attaccate senza distinzione, ma una simile strategia aprirebbe inevitabilmente a incidenti internazionali.

Gli Stati Uniti potrebbero decidere di bloccare o ispezionare anche navi dirette verso l’Iran, con il rischio di crisi diplomatiche con potenze come la Cina. La coalizione occidentale sta già cercando di prevenire questo scenario, un primo livello di risposta consiste nella sorveglianza continua delle coste iraniane tramite satelliti, aerei da ricognizione e droni, accompagnata dal mantenimento in volo di gruppi di caccia pronti a intervenire rapidamente contro eventuali minacce individuate.

Queste misure possono ridurre l’efficacia di artiglierie costiere e di alcuni sistemi missilistici, oltre a ostacolare il rifornimento delle basi iraniane nelle isole del Golfo.

Tuttavia, esse risultano molto meno efficaci contro droni navali di piccole dimensioni e praticamente inutili contro droni FPV, che possono essere lanciati da posizioni invisibili alla ricognizione aerea. Le distanze relativamente ridotte dello stretto consentono infatti di guidare questi sistemi con semplici collegamenti radio, senza bisogno di costose comunicazioni satellitari, bastano antenne sopraelevate o piccoli droni relay per mantenere il controllo del velivolo fino al bersaglio.

Una possibile risposta operativa sarebbe l’organizzazione di convogli commerciali scortati da navi militari, perché questo sistema, già utilizzato in passato, potrebbe ridurre il rischio per il traffico marittimo, ma comporterebbe quasi certamente perdite tra le unità di scorta.

L’unica soluzione realmente risolutiva sarebbe il controllo diretto delle coste iraniane, ma un’operazione del genere appare oggi completamente irrealistica.

Non si può tuttavia escludere che la coalizione possa tentare operazioni anfibie limitate per occupare alcune isole strategiche nello stretto, come Larak o parti dell’isola di Qeshm, operazioni che comporterebbero, però, dei rischi militari molto elevati.

Nel frattempo, la rete radar anti-balistica nel Golfo ha già subito danni significativi, anche se gli Stati Uniti possono ridislocare sensori da altri teatri operativi, è improbabile che questi sistemi riescano a garantire una copertura migliore rispetto a quella precedente.

Le basi aeree della coalizione restano quindi vulnerabili e in uno degli attacchi recenti, cinque aerocisterne statunitensi sono state colpite mentre si trovavano al suolo, ma la minaccia più grave riguarda le infrastrutture economiche della regione, che rimangono costantemente esposte agli attacchi missilistici.

La strategia della coalizione si concentra quindi su un obiettivo preciso, ossia impedire il lancio dei missili balistici a corto raggio iraniani, più precisi di quelli utilizzati contro Israele. Ciò significa individuare e distruggere i lanciatori mobili e sigillare gli ingressi delle basi sotterranee che ospitano gli arsenali missilistici.

Nonostante le difficoltà di intercettazione, i missili balistici iraniani a medio raggio dotati di testate a grappolo, utilizzati contro Israele, sembrano per ora produrre danni relativamente limitati.

Tuttavia, se Teheran riuscirà a mantenere una produzione significativa di missili e droni Shahed, soprattutto all’interno di strutture sotterranee, la sua capacità di combattimento potrebbe rimanere elevata anche in un conflitto di lunga durata.

In sostanza, molto dipenderà dal sostegno indiretto che l’Iran potrà ricevere da potenze come Cina e Russia, soprattutto in termini di componenti elettronici e materie prime.

In questo contesto non è escluso che anche le marine europee vengano coinvolte nelle operazioni di protezione del traffico commerciale, ma una missione di scorta nello Stretto di Hormuz rappresenterebbe però un compito estremamente delicato.

Le fregate europee potrebbero offrire un contributo utile alla sicurezza dei convogli, ma resterebbero molto più vulnerabili rispetto ai cacciatorpediniere statunitensi di fronte alla minaccia dei missili balistici antinave iraniani.

Pertanto, è proprio qui che la guerra nel Golfo assume una dimensione globale, perché non si tratta più soltanto di un confronto tra Iran e Israele, né di una campagna militare guidata dagli Stati Uniti, si tratta di una crisi che potrebbe coinvolgere progressivamente l’intero sistema internazionale.

Al postutto, se lo Stretto di Hormuz diventasse davvero un campo di battaglia permanente, il prezzo del petrolio non sarebbe l’unica cosa a esplodere, a entrare in crisi sarebbe l’intero equilibrio economico su cui si regge il mondo contemporaneo.


di Fabrizio Valerio Bonanni Saraceno