Il paradosso della guerra di Putin

lunedì 16 marzo 2026


Nel decennio precedente all’invasione su vasta scala dell’Ucraina, la Federazione russa guidata da Vladimir Putin ha cercato con crescente determinazione di ricostruire una sfera di influenza che ricordasse, almeno in parte, quella dell’Unione Sovietica. Mosca interveniva in diverse regioni del mondo, consolidava alleanze, sosteneva Governi “amici” e cercava di presentarsi come una potenza globale alternativa all’Occidente. All’inizio del nuovo decennio, tuttavia, questo progetto ha iniziato a mostrare segni evidenti di logoramento. La guerra su vasta scala contro l’Ucraina, iniziata il 24 febbraio 2022, ha progressivamente assorbito una quantità crescente di risorse politiche, militari ed economiche della Russia, fino a trasformarsi nel fulcro della strategia del Cremlino. Il risultato geopolitico è paradossale. Nel complesso, la Russia appare oggi più debole sulla scena internazionale: ha perso influenza in diverse regioni del mondo, ha ridotto o abbandonato alcuni impegni e vede limitata la propria libertà di manovra. Ma questo indebolimento non si traduce automaticamente in un sollievo per l’Ucraina.

Mentre il peso globale della Federazione russa diminuisce, la sua capacità di infliggere distruzione sul territorio ucraino rimane sostanzialmente intatta. Il Cremlino continua a rifiutare un cessate il fuoco e negli ultimi mesi l’intensità degli attacchi contro infrastrutture e città ucraine è addirittura aumentata. Per comprendere questa apparente contraddizione può essere utile ricorrere a un parallelo economico. Nella teoria classica, quando il prezzo di un bene aumenta la domanda tende a diminuire. Tuttavia esistono eccezioni. Nel XIX secolo il giornalista e statistico britannico Robert Giffen descrisse un fenomeno osservato durante la carestia irlandese: nonostante l’aumento del prezzo delle patate, il loro consumo non diminuì ma aumentò. Per i contadini più poveri le patate erano un alimento essenziale e difficilmente sostituibile. Quando il prezzo salì, essi ridussero drasticamente l’acquisto di altri alimenti e concentrarono le proprie risorse su quel prodotto. Da qui il concetto di “beni di Giffen”: beni che non seguono la legge classica della domanda. In un certo senso, la guerra contro l’Ucraina è diventata per il regime russo un “bene di Giffen” geopolitico. Più alto diventa il prezzo politico, economico e militare del conflitto, più il Cremlino sembra incapace di abbandonarlo. Al contrario, l’impegno si approfondisce ulteriormente, anche a costo di sacrificare altre priorità strategiche. Il sistema politico russo appare ormai legato a doppio filo all’esito della guerra. Questo si riflette chiaramente nelle scelte di politica estera di Mosca. Negli ultimi anni la Russia ha progressivamente ridotto o abbandonato diversi impegni internazionali per concentrare le proprie risorse nello scontro con l’Ucraina. Nel 2024 il Cremlino ha di fatto sacrificato la propria posizione in Siria.

Nel 2026 ha ridotto drasticamente il sostegno al Venezuela e appare sempre meno disposto a investire risorse nel mantenimento di altre relazioni strategiche. Tutto è subordinato alla prosecuzione della guerra. La gerarchia delle priorità del Cremlino appare ormai evidente. Le rovine di città ucraine come Pokrovsk e Kupiansk sembrano contare più delle alleanze costruite in anni di diplomazia. I tentativi di lasciare Kyiv senza elettricità e riscaldamento durante l’inverno assumono un’importanza maggiore della difesa di partner politici in altre regioni del mondo. Perfino l’obiettivo simbolico di raggiungere i confini amministrativi della regione di Donetsk sembra avere un valore superiore alla conservazione di relazioni geopolitiche consolidate. Nel quadro globale, dunque, il regime russo accumula una sconfitta strategica dopo l’altra e vede restringersi progressivamente il proprio spazio d’azione internazionale. Tuttavia questo logoramento non rende la Russia meno pericolosa per l’Ucraina. Al contrario: più la sua influenza globale si riduce, più il Cremlino sembra concentrare energie e violenza sul campo di battaglia ucraino.

La resistenza ucraina ha contribuito in modo decisivo a questo logoramento. Dopo l’invasione del 2022, la capacità dell’Ucraina di difendersi ha impedito al Cremlino di raggiungere i propri obiettivi iniziali e ha costretto Mosca a investire risorse enormi nel conflitto. Ma ciò che accade sul campo di battaglia ha inevitabilmente anche conseguenze più ampie per la sicurezza europea. Finché la Russia rimane impegnata nello sforzo di piegare l’Ucraina, gran parte della sua potenza militare resta assorbita da questo conflitto. Ciò significa che Mosca dispone di meno capacità per minacciare altri Paesi europei. Le repubbliche baltiche, la Polonia e altri Stati dell’Europa orientale osservano con attenzione questa realtà: l’aggressione contro l’Ucraina è diventata anche uno scontro che ridefinisce gli equilibri di sicurezza dell’intero continente. La guerra è il risultato diretto della decisione del Cremlino di tentare di distruggere lo Stato ucraino. Ma la resistenza dell’Ucraina ha ormai assunto un significato che supera i confini nazionali. Difendendo Kyiv, Kharkiv e Odesa, gli ucraini stanno contribuendo in modo diretto alla sicurezza dell’Europa.

La linea del fronte che attraversa il Donbas non è soltanto il confine di una guerra tra due Stati: è il punto in cui si misura la capacità dell’Europa di difendere i principi di sovranità, libertà e sicurezza su cui si fonda il suo ordine politico. Per questo diventa sempre più difficile sostenere che l’Ucraina sia un Paese esterno al sistema europeo. In realtà, ne è già parte integrante. Il prezzo che sta pagando – in vite umane, distruzione e sofferenza – lo dimostra con tragica chiarezza. La guerra iniziata nel 2022 ha rivelato una verità che per anni era stata sottovalutata: la sicurezza dell’Europa e quella dell’Ucraina sono ormai inseparabili. Se l’Ucraina cade, l’Europa diventa più vulnerabile. Se l’Ucraina resiste, l’Europa diventa più sicura. È per questo che la questione ucraina non può più essere trattata come un problema periferico o come un dossier di politica estera tra i tanti. È una questione centrale per il futuro dell’ordine europeo. L’Ucraina non sta soltanto difendendo la propria indipendenza. Sta difendendo la possibilità stessa di un’Europa in cui i confini non vengano cambiati con la forza e in cui la sovranità degli Stati non sia subordinata all’ambizione imperiale delle grandi potenze. Riconoscere questo fatto non è soltanto un gesto di solidarietà. È una necessità strategica. Perché sul fronte del Donbas non si decide soltanto il destino dell’Ucraina. Si decide anche il futuro della sicurezza europea.

(*) Docente universitario di Diritto internazionale e normative per la sicurezza


di Renato Caputo (*)