Perché Hezbollah si è unito alla guerra dell’Iran

giovedì 12 marzo 2026


L’apparente mossa autolesionista del gruppo terroristico libanese evidenzia la sua assoluta fedeltà alla Repubblica Islamica dell’Iran

Il Libano è ora un fronte nell’azione militare congiunta di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Nel giro di poche ore dall’annuncio iraniano dell’assassinio della Guida Suprema  Ali Khamenei, Hezbollah ha lanciato razzi e droni nel nord di Israele, provocando una prevedibile e massiccia risposta israeliana, in cui Hezbollah “pagherà un prezzo pesante”. La mossa di Hezbollah, altrimenti inspiegabile e apparentemente suicida, sembra mirata ad alleggerire la pressione della guerra sull’Iran per massimizzare le possibilità di sopravvivenza del regime.

Nelle settimane precedenti allo scoppio delle ostilità, Hezbollah si era mantenuto volutamente vago sulla possibilità di entrare nel conflitto. Il 26 gennaio scorso, il Segretario Generale Naim Qassem ha dichiarato che Hezbollah “non può essere neutrale” in una guerra contro l’Iran, a causa del significato religioso e politico della sua Guida Suprema. Tuttavia, la linea d’azione che Hezbollah avrebbe adottato sarebbe stata decisa “al momento opportuno e in base all’andamento della battaglia”. Dopo che un reportage di Agence France Press ha segnalato che Hezbollah stesse tracciando una “linea rossa” sulla sicurezza di Khamenei, il gruppo ha rapidamente chiarito ad Alaraby al-Jadeed  che rimaneva fedele alla posizione di Qassem e non avrebbe ostacolato il corso della guerra.

Dopo la conferma della morte di Khamenei, le prime dichiarazioni di Hezbollah sono state di cordoglio, ma prive di toni minacciosi, rafforzando così l’impressione che il gruppo non fosse intenzionato a intervenire nel conflitto. Hezbollah aveva perfino annunciato per il 3 marzo un  raduno di massa nella città di Tiro, nel sud del Libano, per commemorare il compianto Leader Supremo dell’Iran.

Hezbollah ha posto fine a questa incertezza quando ha attaccato Israele. Nel primo comunicato diffuso dalla sua Resistenza Islamica, il gruppo ha definito l’operazione “una ritorsione contro il criminale nemico sionista per aver versato crudelmente e con tradimento il sangue puro di (…) Khamenei”. La dichiarazione ha altresì definito la raffica di attacchi un atto ritardato di autodifesa contro le operazioni israeliane in corso in Libano, ed è così che successivamente il gruppo ha cercato di riformulare la sua decisione di colpire Israele. 

Ma a ben vedere le giustificazioni di Hezbollah non sono convincenti. Khamenei, come persona, è importante per Hezbollah. Ma come l’ex comandante della Forza Quds Qassem Soleimani o il defunto segretario generale Hassan Nasrallah prima di lui, Khamenei è in ultima analisi un ingranaggio sostituibile nel sistema ben organizzato del regime.

Il gruppo non avrebbe quindi rischiato l’autodistruzione o aggravato l’attuale situazione difficile del regime iraniano  solo per vendicarlo. Avrebbero potuto accontentarsi di presentare la sua morte come l’ennesimo “martirio benedetto” e un sacrificio inevitabile nella lunga guerra contro Stati Uniti e Israele, come hanno fatto dopo l’assassinio di altre figure di spicco. 

Inoltre, le azioni di Hezbollah del 2 marzo non avevano alcuna possibilità di costringere Israele a cessare gli attacchi in Libano. Il gruppo ha appena avviato il processo di ricostruzione del suo arsenale e della sua struttura di comando e controllo, gravemente compromessi durante l’ultimo conflitto con Israele.

Tuttora, Hezbollah ammette di non avere alcuna parità convenzionale con Israele. L’attacco poteva soltanto provocare una risposta israeliana più intensa, con un impatto minimo sulle Forze di Difesa Israeliane o sul loro dispiegamento. Presentare le sue azioni come autodifesa motivata da ragioni nazionalistiche sembra mirare a prevenire una reazione interna, soprattutto da parte della comunità sciita libanese, per averli trascinati, insieme al Paese, in una seconda guerra al servizio di interessi stranieri in pochi anni.

In ultima analisi, Hezbollah, è fedele alla Repubblica Islamica e alla sua sopravvivenza. Questa, a sua volta, dipende da quanto gli Stati Uniti saranno disposti a spingersi in questa guerra. Poco prima che Hezbollah iniziasse a sparare, il presidente Donald Trump, pur avendo fatto cenno a una possibile apertura al dialogo con l’Iran, aveva comunque rilevato che le forze statunitensi avrebbero sostenuto la loro campagna contro il regime per almeno un mese. Venerdì 6 marzo, il presidente ha annunciato la sua disponibilità a protrarre le ostilità molto più a lungo

Pertanto, pur conoscendo le conseguenze di provocare Israele, Hezbollah deve aver valutato che il conflitto stesse evolvendo in una direzione tale da mettere a repentaglio la sopravvivenza del regime. E sembra che il loro intervento fosse mirato a influenzare indirettamente l’opinione pubblica americana quanto basta per orientarne la percezione della crisi.

I funzionari statunitensi, consapevoli della natura inflessibile dell’ostilità del regime iraniano nei confronti degli Stati Uniti, non sono riusciti a spiegarla adeguatamente al pubblico americano, concentrandosi sui nocivi slogan antiamericani di Teheran anziché parlare della minaccia diretta e complessa rappresentata dall’Iran e dai suoi alleati come Hezbollah. A seguito di ciò e delle crescenti tendenze isolazioniste degli elettori repubblicani, l’opinione pubblica statunitense si oppone fermamente all’azione militare contro l’Iran. Questo sentimento potrebbe intensificarsi se la guerra con l’Iran dovesse protrarsi, pesando fortemente sul presidente Trump e sul Partito Repubblicano con l’avvicinarsi delle elezioni di medio termine del Congresso.  

Pertanto, Hezbollah ha probabilmente lanciato l’attacco per rallentare il corso della guerra, costringendo Israele a dividere la sua attenzione e le sue risorse, in particolare la sua aeronautica, su due fronti: da un lato, allentando la pressione sull’Iran e dall’altro sperando che il conseguente rallentamento dello sforzo bellico avrebbe fatto sì che i sentimenti antiguerra degli americani pesassero di più su Trump e lo avrebbero spinto verso una conclusione anticipata del conflitto.

(*) Tratto da National Interest

(**) Traduzione a cura di Angelita La Spada


di A. Sharawi e D. Daoud (*)